La chiusura dello Stretto di Hormuz ha inferto il colpo di grazia a un modello agricolo europeo che da tempo viaggiava con il motore imballato. Da quel corridoio marittimo transitava quasi un terzo dei fertilizzanti azotati globali. Il blocco geopolitico ha fatto immediatamente schizzare le quotazioni di urea e ammoniaca, paralizzando i nostri campi.
Di fronte a questo shock energetico e produttivo, la risposta del Consiglio e della Commissione UE è stata grottesca, perfettamente in linea con le logiche neoliberiste che strangolano la nostra terra. La decisione di sospendere i dazi doganali sui concimi chimici per dodici mesi viene sbandierata come una “boccata d’ossigeno” per le aziende.
In realtà, rappresenta l’ennesima misura tampone che non risolve il problema ma, anzi, aggrava la nostra dipendenza dall’agrochimica e dai mercati globali. Come giustamente evidenziato dalle posizioni critiche di Altragricoltura, le istituzioni di Bruxelles continuano a comportarsi come un medico che prescrive un sedativo a un paziente con un’emorragia interna.
Sospendere temporaneamente i dazi serve solo a rinfocolare le speculazioni finanziarie e a tutelare gli interessi della grande industria dei fertilizzanti e dell’import-export. Si facilita l’accesso a input chimici esterni costosi e tossici per l’ambiente, mentre si ignora deliberatamente la necessità di una transizione ecologica profonda e strutturale.
L’Europa scarica il barile sui piccoli produttori, costretti a subire la volatilità dei prezzi dell’energia e a indebitarsi pur di mantenere inalterati i livelli di resa intensiva imposti dal mercato globale.
Questa crisi dimostra il fallimento totale della Politica Agricola Comune (PAC). Un sistema che ha legato a doppio filo la sovranità alimentare del continente alle forniture fossili e alle rotte marittime controllate dai colossi multinazionali. Invece di investire massicciamente su pratiche agronomiche rigenerative, sul recupero della materia organica locale e sul sostegno diretto ai piccoli agricoltori multifunzionali, l’UE preferisce piegarsi alle logiche del libero scambio.
Si continua a scommettere su un’agricoltura industriale senza terra, dipendente dal gas e dai minerali di importazione. Quando i nodi geopolitici vengono al pettine, a pagare il conto sono i contadini e i consumatori finali, schiacciati dall’inflazione alimentare.
Altragricoltura ha ragione da vendere: la vera sovranità alimentare non si difende riducendo le tasse doganali sui veleni di sintesi, ma liberando la terra dalla dittatura dei mercati. Serve un piano straordinario per riconvertire il modello produttivo, promuovendo l’agroecologia, la diversificazione delle colture e la produzione locale di fertilizzanti naturali e compost.
Dobbiamo sottrarre il cibo dalle mani della speculazione finanziaria. Fino a quando Bruxelles considererà l’agricoltura come un mero settore industriale regolato da dazi e quote, saremo sempre ostaggi di qualsiasi blocco strategico o crisi internazionale. È tempo di cambiare rotta, prima che il suolo europeo diventi definitivamente sterile.