Editoriali

Vogliamo cambiare per davvero non per finta. Una replica a Montanari e Bevilacqua

Nel dibattito politico di questi giorni c’è chi, come Tomaso Montanari chiede parole chiare a Elly Schlein contro la destra interna al Pd che sta con Meloni su tutta una serie di questioni fondamentali. “Com’è possibile”, si chiede, “che non si arrivi a una separazione definitiva tra le due anime…chiedere voti che andranno ad eleggere anche quinte colonne dell’estrema destra, sostenitori del genocidio di Gaza, pasdaran del riarmo nazionale europeo, corifei della guerra, propugnatori di leggi liberticide…?”  Piero Bevilacqua, invece, più che alla diversità di posizioni interne al Pd, partito criticato duramente per le posizioni pro guerra, pro Nato, pro riarmo, sembra più interessato alla diversità di posizioni interne allo schieramento di forze alleate. Il suo auspicio è che si affidi la guida politica a Conte e non al Pd. Peccato che ambedue queste posizioni, col loro sfondo di critiche condivisibili, non facciano i conti con la realtà, con la necessità di una ridefinizione dello spazio del cambiamento.

Oggi siamo in una fase in cui è impossibile qualsiasi cambiamento, qualsiasi modificazione di rapporti di forza avendo come riferimento principale le dinamiche interne al Pd o al campo largo. Non c’è questa possibilità per la semplice ragione che parliamo di un partito e/o di una alleanza specifica in cui le contraddizioni esprimono per lo più interessi di classi o frazioni di classe dominanti che compongono il blocco di potere. Per carità, nessuna sottovalutazione di queste contraddizioniche rivestono una importanza spesso determinante per quello che concerne la forma di stato e di regime ma la possibilità di agire su di esse e di definire una nuova prospettiva politica attiene alla scelta di stare fuori, non dentro il quadro del bipolarismo, un quadro a modello economico invariato rispondente per lo più a interessi di gruppi economici, centri di potere in competizione tra di loro.

Sono decenni che le classi dirigenti cosiddette progressiste governano l’Europa con politiche che identificano i propri fini con quelli dell’economia finanziaria contribuendo a trasformare il finanzcapitalismo a trazione Usa  nel sistema dominante. Un sistema dove l’1% dei super ricchi che dominano la società del 99% ha svuotato di sostanza e di senso il processo democratico. E stato così anche in Italia, soprattutto negli ultimi anni, con governi variamente collocati, all’occorrenza con governi cosiddetti tecnici, di unità nazionale le cui politiche economiche, con diversità solo di grado ma non di inclinazione, hanno prodotto oltre a disastri sociali di ogni genere una drastica riduzione di diritti e di democrazia in nome del mercato. La qual cosa, sia detto ancora, ha spianato la strada al populismo reazionario delle destre.

Ecco perché occorrerebbe evitare facili illusioni, il pensare che il cambiamento possa essere realizzato semplicemente e banalmente con una sostituzione di figure interne al ceto politico dominante. Montanari ha ragione a dire che siamo di fronte a una “situazione spartiacque in cui bisogna “decidere da che parte stare”, così come Bevilacqua a dire della necessità di “non allinearsi” alle scelte di guerra del Pd. Ma questo non basta ancora. Occorrerebbe deporre l’idea fasulla, smentita dai fatti, che il campo largo, dentro la cornice del bipolarismo volto al riarmo e al piano Draghi, sia il luogo in cui giocare la partita del cambiamento possibile, dello smantellamento della cultura dominante della guerra, della costruzione di una nuova cultura di pace.  In tutta evidenza non la pensano così i settori popolari che hanno per la maggior parte smesso di votare i partiti di sistema, di avallare lo scontro interno al senso comune neoliberista e bellicista delle classi dominanti. Prendiamone atto.

La drammatica crisi che viviamo chiede di andare alla radice dei problemi, di andare in tutt’altra direzione che è quella della costruzione di una opposizione che parta dalle ragioni del conflitto sociale, che riacquisti la forza di una linea politica alternativa sia al populismo reazionario della destra che al neoliberismo del centrosinistra. Lavoriamo per questo. 

NO all’arbitrio giudiziario e del potere perseguito dalla legge Nordio

La legge Nordio è una controriforma costituzionale. Possiamo interpretarla come paradigma della svolta autoritaria. Essa, infatti, disegna un giudice che garantisca la sicurezza DEL potere, cioè l’arbitrio, invece della sicurezza dei cittadini DAL potere.
La magistratura è un potere dello Stato; ed è anche un limite al potere. È fondamentale, dunque, la sua indipendenza.
Il disegno strategico del governo è sottomettere il potere giudiziario all’esecutivo. Facendo leva sul populismo plebiscitario. Non a caso Meloni sostiene che i giudici devono rispondere al popolo, diventando “braccio armato” del governo.
È una grave mistificazione, perché essi, invece, costituzionalmente, amministrano la giustizia “in nome del popolo”.
Sono, infatti, convinto che il passo successivo della controriforma sarà l’abrogazione conseguente dell’articolo 112 della Costituzione: “il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale”. Se cade l’articolo 112 sarà, nei fatti, il governo a decidere in quali campi il pubblico ministero dovrà svolgere prevalentemente le proprie indagini.
Temo che avremo una giustizia sempre più padronale e classista.
La collocazione della pubblica accusa fuori dal campo della giurisdizione ne riduce la natura di organo di garanzia e ne esalta il ruolo di “superpoliziotto”. Ne riduce, quindi, l’indipendenza dal governo e lo sottomette alla polizia giudiziaria.
La revisione costituzionale Nordio/Meloni ha percorso un iter parlamentare dominato dal governo, che ha imposto la disciplina di maggioranza, senza confronto reale di merito, in un parlamento inerte. Eppure si discuteva di Costituzione.
Calamandrei ci ammoniva: il governo non deve in alcun modo intervenire; anzi uscire dall’aula, quando si discute di Costituzione: “I banchi del governo devono rimanere vuoti”.
La controriforma apre ad un rapporto privilegiato tra il pubblico ministero e la polizia: indebolisce il giudice come contropotere e rafforza il giudice come oppressore. 
Del resto, la figura del giudice oppressore è coerente con la trasformazione in atto dei diritti sociali come tema di ordine pubblico e del conflitto sociale come campo della repressione autoritaria e non della libertà.

Vi dice nulla, politicamente, il voto per il SI di Minniti, della Picierno, di settori conservatori rilevanti interni al PD?

Se l’indipendenza del giudice sarà indebolita saranno normalizzate le distorsioni repressive in atto contro i soggetti conflittuali con l’attuale oppressione sociale. Il conflitto sarà sempre più nemico della “ragion di Stato ” capitalista.

Analizziamo alcuni meccanismi: il Consiglio Superiore della Magistratura, organo dell’indipendenza della magistratura, viene tripartito e ridotto alla quasi irrilevanza. È sottratta la competenza disciplinare e affidata ad un nuovo organismo, l’Alta Corte Disciplinare.
A proposito della “separazione”, che è il mantra della controriforma, attualmente la legge consente la possibilità di un solo cambio nei primi 9 anni dall’ingresso in magistratura (a prezzo del trasferimento di Corte d’Appello e spesso anche di regione). Se ne avvale solo meno dell’1 per cento dei p.m.  e dello 0,50 per cento dei giudici. La separazione servirebbe, allora, a realizzare la terzietà del giudice? Ma i fatti smentiscono che i giudicanti siano influenzati dai p.m.  Le statistiche ci dimostrano che sono strumentali le critiche di “appiattimento” dei giudicanti sui p.m. 
Pensiamo al processo Salvini a Palermo. Anche nel processo Tortora , il più grave errore giudiziario degli ultimi  50 anni, Tortora fu assolto dai giudici di Appello a fronte delle richieste di condanna del p.m.
Nordio afferma di voler ridurre il ruolo dei p.m. Ma la separazione così rigida e permanente  delle carriere (non solo delle funzioni, criterio che preferisco e che come gruppo parlamentare di Rifondazione abbiamo sempre proposto) e l’istituzione di un autonomo  CSM accrescono l’espansione del ruolo dei p.m.
Oggi il numero dei p.m. nell’unico CSM è nettamente minoritario rispetto a quello dei giudici e degli avvocati. Invece, con la controriforma Nordio, il ruolo dei p.m. sarà esaltato con rischio di eterogenesi dei fini rispetto alle intenzioni dichiarate. Il p.m. diventerà il protagonista incontrollato delle scelte di priorità dei reati su cui indagare, con il rischio di assumere un ruolo totalizzante. Un siffatto p.m., distaccato dalla cultura delle garanzie, diventerà un “rappresentante dell’accusa” più sensibile verso le campagne di “legge ed ordine”.
I p.m. rischiano di essere attratti nella “logica di polizia” per assecondare il securitarismo populista.
Su questo terreno nascerà la richiesta di controllo sul p.m. da parte della politica, come già avviene in molti paesi europei.

La controriforma Nordio, in definitiva, sta vivendo il referendum come un plebiscito contro la magistratura.

Si tratta di un tassello pericoloso nella costruzione di un potere che si sta liberando dei controlli costituzionali, nel contesto di una democrazia autoritaria segnata dalla verticalizzazione dei processi decisionali e da una militarizzazione crescente, a partire dal riarmo produttivo e dal disciplinamento nelle scuole di ogni ordine e grado. Siamo, insomma, in un contesto decisivo. Una campagna capillare, diffusa per il voto NO è la più efficace difesa della Costituzione repubblicana.  Se il plebiscito di Meloni “sfonderà”, porrà mano subito dopo al premierato presidenzialista. La democrazia costituzionale diventerà un evanescente simulacro. Tocca a noi difenderla!

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