✍ Editoriali

IL FIASCO DEL CENTROSINISTRA

A distanza di giorni non si sono ancora sopite le polemiche per il fiasco in cui è incorsa la coalizione cosiddetta progressista a Napoli. Una vera e propria debacle, a tal punto da far saltare l’appuntamento successivo di Padova. Invece che guardare ai campanelli d’allarme e riflettere sulla partecipazione di poche centinaia di intimi alla prima manifestazione unitaria, gli aficionados del centrosinistra si sono subito rivolti contro le contestazioni di piazza. Certo, le contestazioni in corso di manifestazione non fanno mai piacere ma del tutto inutili sono le reazioni che rimangono al di qua del proprio naso e non colgono la frattura che si è prodotta nel rapporto con una grandissima parte di popolo. Prima delle contestazioni di Napoli c’è stato il flop elettorale di Venezia – ricordiamo la cantonata della Schlein: “da qui parte la riscossa contro il governo” – a dire che non bastano i proclami altisonanti per nascondere il vuoto politico di un’alleanza, quella progressista, del centrosinistra o del campo largo, chiamatela come volete, che non ha nulla da offrire ai giovani e alle classi sociali impoverite, se non una politica di guerra, di riarmo e di austerità.

Prendete il folle piano di riarmo UE da 800 miliardi a debito da attuare con i famigerati prestiti agevolati Safe entro il 2030. Questo piano votato dal grosso delle destre, dal Pd e centristi vari andrà nella direzione di garantire affari miliardari per l’industria militare, banche, fondi azionari comportando al tempo stesso tagli di spesa per la sanità, istruzione, servizi sociali vari. Non pago di tutto questo il Pd, nelle stesse ore in cui il Parlamento europeo votava l’ennesima risoluzione per l’invio di armi a lungo raggio all’Ucraina (con i voti di Pd, Fdl, Fi e con l’astensione di Avs ) ha lanciato nei giorni scorsi un appello insieme a +Europa e Italia Viva a sostegno della linea di prestito europea per l’acquisto di armi in nome della difesa comune europea. In tema di riarmo e di fedeltà atlantista il Pd non perde occasione di dimostrarsi più solerte del governo stesso. Semplicemente vergognoso. Il punto essenziale oggi è proprio questo, quello di un Pd e di un campo largo che ha perso ogni autonomia nei confronti di una politica di potenza e che ha lasciato perdere ogni impegno per la pace e la giustizia sociale. Con queste posizioni come si può pensare di essere credibili di fronte ad una stragrande maggioranza di persone che è contro la guerra e il riarmo, che chiede risposte alle proprie aspettative sociali? Impossibile esserlo.

Oltre alla politica europea e nazionale c’è anche quella che viene fatta nelle grandi città. “Al lavoro per cambiare l’Italia” è lo slogan con cui la cosiddetta coalizione progressista ha debuttato a Napoli. Ma vi pare? Questo slogan non poteva che suonare beffardo per una città in cui il sindaco civico del centrosinistra e la maggioranza dei consiglieri comunali disertano l’aula del Consiglio Comunale due volte su quattro, per una città che è stata data in pasto alla speculazione immobiliare e alle multinazionali, per una città in cui è tornata ad aumentare la disoccupazione, il lavoro nero e il disagio sociale, in cui le periferie sono diventate ancora più periferie, per una città che privatizza l’acqua pubblica. Quando per cambiamento si intende soltanto l’affermazione di uno schieramento politico contro l’altro o la conquista del governo nello schema dell’alternanza si diventa inevitabilmente agli occhi della gente che vive sulla propria pelle la fatica esistenziale parte del “gioco della politica tutta uguale”.

E allora c’è poco da indignarsi se c’è chi rompe le uova nel paniere, andando oltre il bon ton politico. C’è invece da molto da riflettere. Quando le persone da Nord a Sud protestano, quando smettono di interessarsi ai processi elettorali o si rivolgono a partiti che si presentano come contrari all’establishment liberale stanno esprimendo una insoddisfazione profonda nei confronti di un sistema economico e politico che li ha traditi. Sono i sintomi di un sistema malato che devono trovare risposte se non si vuole spianare la strada all’ascesa di figure populiste reazionarie che si spacciano falsamente come alternative al sistema ma che sono in perfetta continuità con il sistema stesso. La risposta è nella costruzione di un’autentica alternativa politica che ponga rimedio alle ingiustizie e alla guerra che sono strutturalmente incompatibili con la democrazia. Perché questa alternativa si concretizzi occorrerebbe innanzitutto guardare a ciò che si muove nella società, nei movimenti, nell’associazionismo, sul piano delle lotte sociali, fuori dalla politica convenzionale. Le grandi manifestazioni contro la guerra e il genocidio, il risultato del No al referendum con l’entrata in campo di una nuova generazione ci parlano dell’apertura di varchi critico-sociali da cui può tornare a passare una politica di reale cambiamento.

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