Editoriali

L’Italia che affonda: i costi di una politica in apnea

Non sono più solo allarmi, sono fatture. E a pagarle siamo noi, cittadini di un Paese che scivola via sotto i colpi di piogge torrenziali e siccità feroci, mentre la politica continua a giocare a scacchi in un edificio che brucia. La terza edizione del report di Greenpeace, “Quanto costa all’Italia la crisi climatica?”, mette nero su bianco una realtà brutale: solo tra il 2015 e il 2024, frane e alluvioni hanno divorato oltre 19 miliardi di euro.

Ma la vera tragedia non è solo economica. È la cronaca di un fallimento gestionale che non conosce colori, ma solo sfumature di inerzia. Se da un lato il Governo Meloni si barrica dietro un “ecologismo ideologico” per giustificare una difesa strenua dello status quo fossile, dall’altro le amministrazioni di centro-sinistra, che del green fanno un vessillo elettorale, si perdono nelle maglie di un governo del territorio che, alla prova dei fatti, non protegge nessuno.

Il Governo: tra negazionismo e ritardi
L’esecutivo attuale sembra vivere in una bolla dove la transizione ecologica è un fastidio burocratico. Le critiche sono impietose: su dieci promesse ambientali chiave, nove risultano incompiute o del tutto ignorate. Mentre il Paese frana, si preferisce finanziare infrastrutture faraoniche come il Ponte sullo Stretto, drenando risorse vitali per la messa in sicurezza idrogeologica. La retorica del governo oscilla pericolosamente tra il riconoscimento tardivo delle emergenze e un “climasetticismo” che strizza l’occhio alle lobby del gas e del petrolio. È un governo che reagisce al disastro senza mai volerlo prevenire davvero.

Il Centro-Sinistra: l’ipocrisia del cemento “progressista”
Non se la cava meglio il fronte progressista. Nelle regioni e nei comuni guidati dal centro-sinistra, il consumo di suolo continua a ritmi vertiginosi sotto la maschera della rigenerazione urbana. Si parla di sostenibilità nei convegni, ma si firmano varianti che trasformano terreni permeabili in distese di asfalto. La politica territoriale di sinistra è spesso rimasta “tiepida”, incapace di rompere con quel modello di sviluppo che vede nel mattone l’unico motore economico. Il risultato? Città sempre più vulnerabili e territori che, alla prima “estate nera”, presentano conti miliardari.
I dati del disastro.

I numeri estratti dai report più recenti fotografano un’Italia allo stremo:
12 miliardi di euro: i danni causati dagli eventi estremi nel solo 2025.
376 eventi meteo estremi: registrati nell’ultimo anno, un aumento costante che conferma la fragilità della penisola.
19 miliardi di danni in 10 anni: a fronte di soli 4 miliardi effettivamente stanziati per i territori.
L’Italia sta perdendo circa 2,8 miliardi di euro all’anno solo per la gestione delle emergenze idriche e del fango. È un prelievo forzoso dalle tasche delle famiglie, che subiscono anche l’aumento dei costi energetici e l’erosione dei servizi pubblici.

Fino a quando potremo permetterci questa apatia bipartisan? Il territorio non ha bisogno di post sui social o di condoni mascherati, ma di un piano radicale di adattamento effettivamente funzionante. Altrimenti, l’unica cosa che resterà a galla sarà il conto, sempre più salato, della nostra incapacità di decidere.

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Mai con i guerrafondai che fanno comunella in parlamento

Siamo alla frutta. Maurizio Gasparri di Forza Italia è stato eletto nuovo presidente della commissione Esteri e Difesa del Senato (subentra a Stefania Craxi) non solo con i voti della maggioranza della destra di governo ma con parte dei voti di centrosinistra, Pd della Elly Schlein in testa. Ai 12 voti della maggioranza di governo si sono aggiunti altri 6 voti, tra cui i 4 voti del Pd mentre altri due senatori, bontà loro, si sono astenuti.  

Come fanno notare tutti gli osservatori politici quella di Gasparri – uomo “con il cuore a Destra” per usare il titolo di una sua pubblicazione – non è una elezione di routine ma di forte peso politico. La commissione Esteri e Difesa è infatti uno snodo fondamentale nel lavoro parlamentare su temi che riguardano politica estera, missioni internazionali, sicurezza nazionale, e strumenti della difesa. Il fatto che uno come Gasparri sia stato eletto con i voti non solo della destra ma di parte delle forze di centrosinistra la dice lunga sulla compartecipazione alle scelte che vanno nel senso di attuare politiche di riarmo e di guerra. Una compartecipazione rivendicata senza tanti peli sulla lingua da Graziano Delrio, uno dei quattro senatori Pd che hanno votato Gasparri: “manca un anno alla fine della legislatura e abbiamo due guerre in corso, ho voluto dare un segnale di disponibilità e dialogo a lavorare insieme”.  Come a dire sulla guerra e sul riarmo siamo tutti sulla stessa tolda di comando.

Come scriviamo in altro articolo il nodo centrale per distinguere destra e sinistra è oggi costituito da chi è a favore o contro la guerra. Una linea di demarcazione tra identità separate e contrapposte che si è da tempo dissolta, come ampiamente dimostrato da una lunga serie di votazioni intervenute a livello di parlamento italiano ed europeo in tema di guerra e di politica internazionale. Il voto dato a Gasparri è soltanto l’ultimo atto simbolico che rende evidente come una intera classe politica sia tendenzialmente uniformata quando si tratta di prendere decisioni in tema di guerra, di corsa alle armi, di alleanze politico-militari.  Questa classe dirigente è avulsa dalla generazione di giovani che in questi mesi è scesa in piazza contro la guerra e il genocidio del popolo palestinese, quella stessa che ha contribuito in maniera decisiva alla vittoria del No al referendum sulla giustizia.  Lo diciamo a gran voce: mai con quelle forze e con quegli esponenti guerrafondai che fanno comunella in Parlamento. Più che mai il problema a cui dare risposta è la costruzione di un’alternativa.

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