Editoriali

Schlein e Meloni, il velo consunto del “politicamente corretto”

Negli ultimi giorni, l’aula della Camera dei Deputati è stata teatro di un paradosso comunicativo che merita un’attenzione rigorosa, libera dai formalismi della “buona educazione” parlamentare. L’intervento di Elly Schlein a difesa di Giorgia Meloni, colpita dagli strali verbali di Donald Trump, è passato nell’opinione pubblica come un atto di alta statura istituzionale. Tuttavia, se si sta nel contesto politico, emerge al contrario l’idea che questo esercizio di “politicamente corretto” non sia altro che una falsa morale utilizzata per coprire verità ben più scomode, che certamente chi è sceso in piazza per Gaza non solo non capisce ma ne contesta il merito. 

La difesa d’ufficio e il vuoto pneumatico della verità
Il concetto di “solidarietà istituzionale” invocato dalla Schlein agisce come uno scudo che protegge lo Stato, ma finisce per isolare il dibattito dalla realtà dei fatti. Difendere il Presidente del Consiglio in quanto figura rappresentativa della nazione è un automatismo diplomatico che, in questo caso, ha funzionato da anestetico per l’opinione pubblica, complice ovviamente il teatrino mainstream della nostra squallida (dis)informazione. 

Mentre ci si concentra sull’offesa personale o sull’attacco al ruolo, si sceglie deliberatamente di non “affondare il dito nella piaga”. La verità che resta nell’ombra è quella di un governo che, negli ultimi anni, è apparso come un comprimario silenzioso – e spesso attivo – in uno scacchiere internazionale segnato da violazioni sistematiche del diritto internazionale, crimini di guerra e contro l’umanità. 

Complicità silenziose: da Gaza al Venezuela
L’indignazione per le parole di Trump appare come una distrazione di massa se confrontata con il silenzio delle Istituzioni italiane e non solo del Governo sulle responsabilità politiche relative ai grandi conflitti e crimini in corso. La narrazione istituzionale in tutte le sedi evita accuratamente di citare:
  • Il dramma di Gaza, l’Iran e del Libano: Dove l’allineamento all’asse Netanyahu-Trump ha configurato una complicità di fatto in operazioni che sono apertamente  crimini di guerra, come il genocidio a Gaza, l’attacco all’Iran e l’invasione con annesso massacro in Libano. 
  • La destabilizzazione in Iran e Sud America: Dalle dai bombardamenti  a Teheran fino al criminale   “sequestro” politico in Venezuela del Presidente Maduro, la politica estera italiana ha mantenuto una linea di galleggiamento che ha anteposto gli equilibri di potere alla difesa dei diritti umani.

In questo contesto, il “politicamente corretto” della Schlein non è un gesto di coraggio, ma un insabbiamento della verità. Si difende l’istituzione ma alla fine si occulta la condotta morale.

L’equivoco del Papa, un’indignazione a orologeria
Un elemento chiave di questa vicenda nella  reazione della Meloni agli attacchi di Trump è la componente cattolica, troppo importante sul piano elettorale. È ormai evidente che il distanziamento della premier dal tycoon non sia nato da un improvviso sussulto di coscienza internazionale, ma da un calcolo puramente elettoralistico.

Trump ha attaccato il Papa (Leone XIV), toccando un nervo scoperto del consenso interno italiano del suo consistente elettorato. La corsa alla difesa del mondo cattolico serve a blindare i voti, non a ristabilire la legalità internazionale. È qui che il corto circuito è totale: l’opposizione, inseguendo il binario del decoro istituzionale, finisce per validare una reazione governativa che è ipocrita alla base. Ci si indigna per un insulto al Pontefice, ma si tace dinanzi alle macerie di un ordine mondiale calpestato e violentato dai propri stessi alleati.

Mettere a nudo il potere, sarebbe stato assai meglio
Tacere sarebbe stato, forse, un esercizio di onestà intellettuale superiore a questa difesa formale. Una critica reale avrebbe dovuto inserire la solidarietà istituzionale all’interno di un quadro di responsabilità oggettive.

Se la politica si riduce a un guscio vuoto che protegge se stesso per inerzia, allora il “politicamente corretto” diventa il nemico numero uno della democrazia. La verità non va cercata nel bon ton dei discorsi alla Camera, ma nella cruda realtà dei fatti che queste stesse istituzioni, con i loro silenzi e le loro difese d’ufficio, contribuiscono a perpetuare. Il governo va messo a nudo, non vestito con l’abito buono delle grandi occasioni diplomatiche.

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L’Italia che affonda: i costi di una politica in apnea

Non sono più solo allarmi, sono fatture. E a pagarle siamo noi, cittadini di un Paese che scivola via sotto i colpi di piogge torrenziali e siccità feroci, mentre la politica continua a giocare a scacchi in un edificio che brucia. La terza edizione del report di Greenpeace, “Quanto costa all’Italia la crisi climatica?”, mette nero su bianco una realtà brutale: solo tra il 2015 e il 2024, frane e alluvioni hanno divorato oltre 19 miliardi di euro.

Ma la vera tragedia non è solo economica. È la cronaca di un fallimento gestionale che non conosce colori, ma solo sfumature di inerzia. Se da un lato il Governo Meloni si barrica dietro un “ecologismo ideologico” per giustificare una difesa strenua dello status quo fossile, dall’altro le amministrazioni di centro-sinistra, che del green fanno un vessillo elettorale, si perdono nelle maglie di un governo del territorio che, alla prova dei fatti, non protegge nessuno.

Il Governo: tra negazionismo e ritardi
L’esecutivo attuale sembra vivere in una bolla dove la transizione ecologica è un fastidio burocratico. Le critiche sono impietose: su dieci promesse ambientali chiave, nove risultano incompiute o del tutto ignorate. Mentre il Paese frana, si preferisce finanziare infrastrutture faraoniche come il Ponte sullo Stretto, drenando risorse vitali per la messa in sicurezza idrogeologica. La retorica del governo oscilla pericolosamente tra il riconoscimento tardivo delle emergenze e un “climasetticismo” che strizza l’occhio alle lobby del gas e del petrolio. È un governo che reagisce al disastro senza mai volerlo prevenire davvero.

Il Centro-Sinistra: l’ipocrisia del cemento “progressista”
Non se la cava meglio il fronte progressista. Nelle regioni e nei comuni guidati dal centro-sinistra, il consumo di suolo continua a ritmi vertiginosi sotto la maschera della rigenerazione urbana. Si parla di sostenibilità nei convegni, ma si firmano varianti che trasformano terreni permeabili in distese di asfalto. La politica territoriale di sinistra è spesso rimasta “tiepida”, incapace di rompere con quel modello di sviluppo che vede nel mattone l’unico motore economico. Il risultato? Città sempre più vulnerabili e territori che, alla prima “estate nera”, presentano conti miliardari.
I dati del disastro.

I numeri estratti dai report più recenti fotografano un’Italia allo stremo:
12 miliardi di euro: i danni causati dagli eventi estremi nel solo 2025.
376 eventi meteo estremi: registrati nell’ultimo anno, un aumento costante che conferma la fragilità della penisola.
19 miliardi di danni in 10 anni: a fronte di soli 4 miliardi effettivamente stanziati per i territori.
L’Italia sta perdendo circa 2,8 miliardi di euro all’anno solo per la gestione delle emergenze idriche e del fango. È un prelievo forzoso dalle tasche delle famiglie, che subiscono anche l’aumento dei costi energetici e l’erosione dei servizi pubblici.

Fino a quando potremo permetterci questa apatia bipartisan? Il territorio non ha bisogno di post sui social o di condoni mascherati, ma di un piano radicale di adattamento effettivamente funzionante. Altrimenti, l’unica cosa che resterà a galla sarà il conto, sempre più salato, della nostra incapacità di decidere.

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