✍ Editoriali

Il tradimento del bene comune: a Napoli l’acqua diventa merce del campo largo

La decisione della giunta di Napoli, guidata dal sindaco Gaetano Manfredi, di trasformare l’azienda speciale idrica in “Acqua Bene Comune Napoli S.p.A. Società benefit” rappresenta un punto di non ritorno, una ferita insanabile alla democrazia partecipativa.

Dietro la facciata delle dichiarazioni istituzionali e i richiami alla natura pubblica delle azioni, si consuma un’operazione politico-economica che i comitati per l’acqua bene comune denunciano come l’anticamera di una privatizzazione strisciante. Si ammaina la bandiera di un modello virtuoso che per tredici anni ha dimostrato che una gestione estranea alle logiche speculative non solo è possibile, ma è persino efficiente e doverosa per la tutela dei diritti umani fondamentali.

Questo è il Partito Democratico reale, questo è il “campo largo” reale. Una coalizione che unisce PD, Movimento 5 Stelle e partiti della sinistra, la stessa identica compagine politica che si vorrebbe sostenere a livello nazionale in vista delle prossime elezioni politiche, proponendosi come l’unica alternativa progressista credibile per segnare un netto stop all’avanzata delle destre. Ma con quali credenziali morali, sociali e programmatiche ci si presenta al Paese quando, alla prova dei fatti, nei territori in cui si esercita il potere di governo si applicano le medesime ricette neoliberiste, privatizzatrici e mercantili della tanto criticata controparte?

Si tratta di una evidente e imbarazzante contraddizione politica che trova a Napoli una ulteriore e sconfortante prova. Una doppiezza strutturale che mina alle fondamenta la fiducia degli elettori e svuota di significato la parola stessa “alternativa”. La trasformazione in Società per Azioni, formalizzata in fretta mentre i cittadini manifestavano all’esterno di Palazzo San Giacomo, risponde a dinamiche puramente commerciali. Una S.p.A., per sua stessa conformazione giuridica, è regolata dal codice civile ed è costretta a muoversi secondo criteri privatistici di redditività e di bilancio. Il rischio reale, concreto e imminente, paventato dagli esperti alla luce dei recenti pronunciamenti del TAR nel Casertano, è che la natura di S.p.A. esponga l’affidamento diretto a ricorsi giurisprudenziali distruttivi.

La conseguenza inevitabile di questo passaggio societario sarebbe l’obbligo di ricorrere a una gara internazionale, spalancando le porte ai grandi gruppi industriali quotati in borsa, pronti a mettere le mani sulla risorsa più preziosa del pianeta.

Dov’è finita la coerenza con il memorabile referendum del 2011, quando ben 26 milioni di italiani si espressero con assoluta chiarezza, sancendo il principio per cui sull’acqua non si potesse fare profitto economico? Smantellare l’azienda speciale napoletana, che di quella straordinaria vittoria era diventata il simbolo planetario, significa tradire la volontà popolare per piegarsi ai diktat della tecnocrazia finanziaria.

Il campo largo napoletano compie un autentico capolavoro di ipocrisia politica: si professa difensore dei servizi pubblici e della giustizia sociale nei salotti televisivi e nei talk-show della capitale, ma nei fatti, laddove amministra la cosa pubblica, decide di mercificare l’acqua pulita e di allinearla ai desiderata dei mercati.Come si può pensare di chiedere la fiducia dei cittadini per arginare le politiche delle destre se le forze progressiste sono le prime a destrutturare i presidi del pubblico e a esternalizzare i servizi fondamentali?

Questa clamorosa capitolazione ideologica cancella ogni residua alterità politica. Napoli, purtroppo, non rappresenta un caso isolato, bensì lo specchio fedele di una classe dirigente progressista che ha smarrito la propria identità valoriale, incapace di immaginare la gestione dei beni comuni al di fuori delle ferree logiche di mercato.

Di fronte a questo deprimente spettacolo di incoerenza, l’astensionismo di massa e la profonda sfiducia delle comunità non sono più un mistero da decifrare, ma la logica e inevitabile conseguenza di un tradimento politico consumato sotto gli occhi di tutti.

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