✍ Editoriali

Una palude da cui fuggire a gambe levate

La politica italiana ci ha abituati a spettacoli deprimenti, ma la strategia che il Partito Democratico sta orchestrando in vista delle prossime elezioni politiche supera il livello di guardia. Al centro della regia troviamo il solito Goffredo Bettini, instancabile “testa d’uovo” dei dem e storico organizzatore di grandi disastri strategici.

L’ultima trovata del laboratorio bettiniano è il ritorno al passato più logorante: la costruzione di un’alleanza centrista, un’operazione di ingegneria politica che condanna la sinistra all’irrilevanza fattuale e i cittadini a una perenne assenza di alternative.

Non è solo l’ontologia stessa del PD a rendere impossibile la nascita di una reale alternativa per le classi popolari. Parliamo di un partito che ha ormai metabolizzato l’agenda neoliberale e militarista: l’accettazione acritica del riarmo, con le sue inevitabili e drammatiche ricadute nel taglio alle spese sociali, il rifiuto categorico di una seria tassa patrimoniale e un’idea privatistica del governo delle città, ridotte a vetrine per investitori immobiliari.

Questo DNA nega in partenza ogni riscatto sociale. A ciò si aggiunge oggi questa estenuata ricerca di un accrocchio al centro, giustificata dalla necessità di fare fronte unico nel sistema bipolare. La narrazione ufficiale racconta che questa manovra servirebbe a tenere fuori Matteo Renzi attraverso tessiture di rapporti con, tra gli altri, la sindaca di Genova, il leader piemontese dei Moderati Portas, l’appena fuoriuscita Picierno.

Si tratta di una finzione teatrale a uso e consumo dei militanti più ingenui. Nella realtà dei fatti, e dentro le geometrie di una legge elettorale spietata, i dem avranno disperatamente bisogno di ogni singolo voto centrista.

Finiranno per imbarcare chiunque in nome del solito, logoro ricatto morale: “Bisogna farlo, altrimenti vincono le destre”. È il riflesso condizionato di una classe dirigente incapace di produrre pensiero, che usa la paura dell’avversario per coprire il proprio vuoto programmatico, o meglio il proprio convincimento nei fatti neoliberista.

Questo cinico calcolo elettorale produce però l’effetto opposto a quello sperato. Concorrendo alla distruzione di una proposta politica radicalmente alternativa, il PD non ferma la destra, ma le spiana la strada. Negando risposte concrete al disagio sociale e ai bisogni delle periferie, si preparano le condizioni ideali per dare linfa a un nuovo momento populista.

Questa volta, il rischio concreto è quello di una grave torsione a destra sotto il segno di figure come Roberto Vannacci, capaci di intercettare la rabbia e la frustrazione di un elettorato tradito e abbandonato dalle finte soluzioni progressiste. La finta diga del centrismo bettiniano si rivelerà per l’ennesima volta un’autostrada per la reazione.

Chi crede ancora nei valori della giustizia sociale, della sanità pubblica, della scuola e dei diritti dei lavoratori non può rendersi complice di questo suicidio politico assistito.

Davanti a noi non c’è un progetto di futuro, ma una palude melmosa che inghiotte ogni speranza di cambiamento reale. Una palude da cui è rimasto un solo dovere morale e politico: allontanarsi a gambe levate.

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