Editoriali

La vittoria del NO è il risultato di una società che resiste e che vuole cambiare


Sono in molti a dire, giustamente, che la vittoria dei NO al referendum costituzionale è prima di tutto una vittoria di popolo, della società civile. Grazie ad una partecipazione straordinaria, nettamente superiore a quella delle ultime elezioni europee e amministrative in cui in ballo c’era una scelta partitica, viene respinto il tentativo del governo Meloni di scardinare la Carta Costituzionale in ben sette articoli attinenti all’equilibrio e all’armonia tra poteri dello Stato. In particolare viene respinto il tentativo di sottrarre il potere politico ed economico da ogni controllo di legalità.

Questo risultato è tanto più straordinario in quanto nient’affatto scontato. Sono anni che assistiamo ad un’opera premeditata di svuotamento della Carta Costituzionale riguardo i principi fondamentali del lavoro, della libertà, della pace, dell’eguaglianza e della giustizia sociale. Principi grandemente inattuati ma che parlano della sostanza di ogni vera democrazia nella sua forma universale e incondizionata. Quest’opera di svuotamento è andata avanti parimenti, per dirla con Piero Calamandrei, a interventi massicci di “diseducazione costituzionale”. Basti pensare alla riabilitazione della guerra in spregio all’articolo 11 della Costituzione, al feroce quanto sistematico attacco a qualsiasi cosa abbia attinenza con l’uguaglianza, allo smantellamento dell’intero sistema delle garanzie dei diritti sociali e del lavoro, alle svariate forme di discriminazione e aggressione nei confronti delle fasce sociali e dei soggetti più deboli. Parliamo di politiche portate avanti in maniera bipartisan da governi di diverso colore politico.

Il dato straordinario è che continua a esserci una parte grande della società che resiste, che non si fa fagocitare da politiche che mirano a mutare i connotati di fondo della nostra società in senso liberista o reazionario. Questa irriducibilità sociale l’abbiamo vista ancor prima che nel voto referendario nella presa di coscienza collettiva e nelle grandi mobilitazioni che ci sono state contro la guerra e il genocidio di questi mesi. In questo voto c’è la difesa della Costituzione, c’è la difesa della autonomia della Magistratura, certo, ma c’è anche la ratifica del fallimento delle politiche liberiste e di guerra, una domanda di cambiamento nella vita concreta che ha portato tanti, tantissimi giovani che non si sentono rappresentati da nessun partito a votare massicciamente No. Facciamo tesoro di tutto questo.

Oggi, giustamente, esultiamo per una vittoria referendaria che va al di là di ogni previsione. Ma sbaglia grandemente chi pensa di ridurre questo voto a una disputa bipolare, di trasferirlo nel cosiddetto campo largo. E’ la solita logora operazione politicista, una piccineria, che non coglie la domanda di discontinuità politica, di cambiamento radicale che c’è in questo momento non solo rispetto al governo di destra ma alle stesse esperienze fallimentari del centrosinistra. In questa vittoria più che l’azione dei partiti in crisi di credibilità e di legittimità politica ha contato il “residuo” di una coscienza costituzionale così come le esperienze, la rete di comitati, i movimenti di lotta che sono riapparsi a livello sociale.

E’ da qui che bisogna ripartire, nella maniera più unitaria possibile, per riaprire una possibilità di cambiamento, ricostruire una soggettività alternativa di contro alle politiche reazionarie e di guerra.

Votiamo NO a una Magistratura sottomessa a governo e poteri forti

La parola a Piero Calamandrei: “Nella preparazione della Costituzione, il governo non deve avere alcuna ingerenza…” […] “Nel campo del potere costituente il governo non può avere alcuna iniziativa, neanche preparatoria”. […] “Quando l’Assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione, i banchi del governo dovranno essere vuoti”. Oggi nei banchi del governo siedono addirittura coloro che hanno scritto la riforma costituzionale, così come accadde con la riforma del governo Berlusconi 2, bocciata dai cittadini e dalle cittadine nel 2006; così come con la riforma Renzi-Boschi, bocciata nel 2016. Nessuno grida allo scandalo, nessuno trova disdicevole una situazione così antitetica rispetto alla nostra tradizione repubblicana, relativamente giovane, ma fondata su principi saldissimi. Siamo ancora davvero una democrazia costituzionale?  

Due precisazioni: parlando della riforma della magistratura, non stiamo trattando solo di una materia tecnica. Guai ad affrontare l’appuntamento referendario con questa convinzione e con questo spirito: si mancherebbe di cogliere il senso profondo (e profondamente negativo, connesso con la nostra vita quotidiana) che un’eventuale vittoria del SI’ comporterebbe. Non sottovalutatela, non relegatela all’ambito di ciò che riguarda solo “gli esperti”. Si tratta di tutti/e noi, si tratta della Repubblica – questa parola sostituita intenzionalmente dagli pseudo-valori della Patria – e del suo funzionamento per garantire l’interesse generale, l’uguaglianza, la democrazia. L’ordine giudiziario deve essere autonomo e indipendente dagli altri poteri dello Stato. Tale indipendenza è essenziale per pervenire ad una giustizia imparziale, in grado di verificare e assicurare che a tutti/e siano garantiti i diritti, anche contro decisioni del potere, sia esso esecutivo sia esso legislativo. E poi: la riforma non prevede la soluzione ai problemi che assillano il nostro Paese da tempo immemorabile, primo tra tutti la lunghezza dei processi; né tantomeno arginerà gli episodi di cosiddetta “malagiustizia”; paradossalmente, quest’ultimo aspetto potrebbe persino peggiorare. Guardatevi da chi afferma il contrario, come in tantissimi/e sostenitori del SI’ hanno fatto nel corso di questa terribile campagna referendaria.

Ed ora un appello: qualsiasi cosa dobbiate fare, anche la più importante, domenica o lunedì trovate un momento per affermare la nostra dignità repubblicana, attraverso una intransigente difesa della Costituzione del ’48, per l’ennesima volta sottoposta ad una consistente manomissione; come sempre, maldestra, becera, secondo alcuni impraticabile, certamente incurante della tutela dei principi sui quali la Carta ha fondato la sua identità. Non si tratta di una rivendicazione passatista o conservatrice; al contrario, della richiesta di impossessarci nuovamente dello spirito che la anima, per ribadirlo più forte, in maniera più convinta, contro coloro che – per tradizione, cultura, identità – vedono in essa soltanto un intralcio da neutralizzare. Difendiamo la separazione dei poteri, strumento dell’interesse generale: si depotenzia la magistratura con l’obiettivo di ridurre fortemente il controllo di legalità rispetto al quale il potere Esecutivo è particolarmente insofferente. I fautori del SI hanno sciorinato certezze, snocciolato dichiarazioni, evocato precedenti: la riforma, secondo loro necessaria, pone la magistratura al passo con le grandi democrazie; oltre a scongiurare la libera circolazione di stupratori, pedofili, extra-comunitari (posti rigorosamente sullo stesso piano). Ciò che, invece, risulta chiaro è che – se passasse la de-forma della magistratura – il nostro Paese rappresenterebbe un unicum da vari punti di vista; un unicum in negativo, dal momento che l’operazione rappresenterebbe un vantaggio solo per la casta (frutto di leggi elettorali vergognose e di liste bloccate dal clientelismo e dall’amichettismo) e un detrimento assoluto per cittadine e cittadini. I 14 minuti di soliloquio della presidente del Consiglio circolati sui social, in cui la “riforma” viene spiegata a colpi di sapienti omissioni delle parti critiche (Travaglio ha scritto “o non la conosce e ci prende per scemi”), nonché il suo video tutorial “Una croce per la riforma” (io propongo, invece, che il nostro NO metta per sempre una croce sulla riforma) dimostrano tutta la considerazione che ha dei cittadini e delle cittadine di questo paese colei che solo pochi giorni fa – rispetto all’attacco di Israele e Usa all’Iran, la guerra-lampo ancora in corso – ha affermato “Né condivido né condanno”: l’amica di Trump, l’ammiratrice del genocida Netanyahu.

Noi dei Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti abbiamo aderito con convinzione al “No sociale,” così come al “Comitato per il NO della società civile”. L’autoritarismo che domina il mondo ha tante facce: tecnocrazie; uomini o donne soli al comando; esclusione dei popoli non solo da ogni forma di decisione, ma persino di informazione. Nel nostro Paese, in particolare, l’autoritarismo si concentra nelle 3 gambe del progetto eversivo e securitario del governo Meloni – riforma della magistratura, autonomia differenziata, premierato, nonché i loro corollari, come i decreti sicurezza – che per questo devono essere ostacolati e combattuti.

Il movimento cui abbiamo dato vita 7 anni fa ha partecipato attivamente alla campagna di sensibilizzazione contro la de-forma della magistratura. La nostra lotta per affermare la centralità dell’uguaglianza sostanziale non può che intercettare quella per l’uguaglianza formale. Ma c’è di più; abbiamo da sempre sottolineato come – dietro la Riforma del Titolo V e dietro il tentativo di concretizzare quanto previsto dal c. 3 dell’art. 116, ovvero l’autonomia differenziata – si nascondesse un intento ancor più eversivo: una sostanziale riforma istituzionale, caratterizzata dall’alleggerimento – se non dall’annullamento – della centralità del ruolo del Parlamento e della cornice della legge nazionale, per spostare la potestà legislativa esclusiva su altri soggetti – i presidenti delle Regioni (i sedicenti “governatori” e i loro assoggettati Consigli); oggi anche i sindaci, considerata la riforma dell’art. 114, voluta fortemente da Gualtieri. Determinando, di fatto, 20 e più repubblichette, ciascuna con le proprie norme e con diritti garantiti non più sulla base del principio di uguaglianza, ma del certificato di residenza; dando vita a profili di cittadinanza – e dunque a diritti – rispondenti alle possibilità economiche della regione nella quale si risiede. Fine di fatto della Repubblica “una e indivisibile”, come prescrive inequivocabilmente l’art. 5 della Carta.

Il nostro NO – di noi che lavoriamo incessantemente per la pace, ne difendiamo i valori fondativi, ne esaltiamo i percorsi e la storia – deve ribadire che l’Italia ripudia la guerra; che non vogliamo vivere in un mondo in cui pochi decidono – possono decidere – grazie al silenzio-assenso di tutti gli altri. Un no al suo carico di morte e alla disumanizzazione; alle conseguenze che paghiamo noi, lavoratori e lavoratrici e tutte le fasce più deboli della società, per sostenere il profitto di pochi; un no a un’economia guidata dall’industria bellica, che decapita da qui a chissà quando qualsiasi tentativo di investire in sanità ed istruzione, privandoci di diritti universali, ridotti a un valore prestazionale che li mortifica e li conduce irreversibilmente sotto l’egemonia del privato. Mentre noi vogliamo – qui ed ora – giustizia sociale e dignità del lavoro. Un no, insomma, che rivendica la nostra storia, la nostra identità repubblicana: un mandato che ci è stato assegnato da quanti ci hanno liberato, a prezzo della propria vita, dal nazifascismo, consegnandoci – attraverso la Costituzione del ’48 – “diritti inviolabili e doveri inderogabili”.

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