✍ Editoriali
L’ipocrisia sulle bandiere: se il Pd salva il gemellaggio con Tel Aviv
C’è un momento preciso in cui la propaganda politica si scontra con la realtà dei fatti, rivelando la vera natura di chi governa.
A Milano, quel momento si è consumato tra i banchi del Consiglio Comunale. Per mesi abbiamo assistito a sfilate, dichiarazioni di solidarietà e simboli sventolati a favore della causa palestinese. Esponenti del Partito Democratico hanno spesso cavalcato l’onda dell’indignazione pubblica, mostrandosi sensibili al dramma del Medio Oriente. Tuttavia, quando l’aula ha chiesto un segnale concreto, la maschera è caduta, lasciando spazio a una convergenza politica che molti elettori faticheranno a digerire.
L’oggetto del contendere era l’ordine del giorno per sospendere il gemellaggio tra il capoluogo lombardo e la città di Tel Aviv. Un atto politico forte, proposto come reazione etica alle violenze e caldeggiato da diverse anime della sinistra cittadina, soprattutto dopo che il sindaco Giuseppe Sala aveva espresso forti resistenze a riguardo. Ci si sarebbe aspettati che il principale partito di centrosinistra portasse avanti una linea coerente con le proprie dichiarazioni di facciata.
Invece, la votazione ha preso una piega ben diversa. Il documento è stato respinto con 21 voti contrari a fronte di 17 favorevoli. A fare la differenza, in modo decisivo, è stato il comportamento di tre consiglieri del Partito Democratico. Il loro voto contrario ha affossato la risoluzione, blindando di fatto il gemellaggio. Ciò che colpisce maggiormente non è solo il risultato numerico, ma l’allineamento strategico che questo voto ha prodotto.
Per respingere la sospensione, il PD si è ritrovato a votare compatto insieme alle forze del centrodestra. Quegli stessi partiti che fanno capo a Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani, descritti quotidianamente dal Nazareno come gli avversari storici da combattere in nome del progresso, sono diventati improvvisamente alleati di aula. Questa saldatura dimostra come, sui temi di rilevanza internazionale e geopolitica, le distanze ideologiche spesso si azzerino a favore dello status quo.
Le responsabilità del Partito Democratico in questa vicenda sono evidenti e non possono essere derubricate a semplice libertà di coscienza dei singoli eletti. Esiste una responsabilità politica collettiva nel permettere che la linea del partito si adegui a quella della destra quando si tratta di passare dalle parole alle azioni. Il contrasto tra la retorica pubblica e il voto d’aula solleva interrogativi profondi sulla coerenza e sulla trasparenza del posizionamento dem.
Non si possono utilizzare le bandiere come meri strumenti di consenso elettorale per poi archiviare le istanze umanitarie alla prima prova del nove istituzionale. La decisione di mantenere intatto il legame ufficiale con Tel Aviv, in questo specifico frangente storico, posiziona Milano in una linea di continuità diplomatica che ignora le richieste di discontinuità provenienti da una parte importante della cittadinanza e della stessa base del centrosinistra.
I documenti ufficiali e gli atti del Consiglio Comunale restano a futura memoria. Essi raccontano una storia diversa da quella narrata nei talk show o nei comunicati stampa: la storia di un partito che, nel momento cruciale, ha scelto di non rompere gli schemi e di convergere con i propri oppositori storici, lasciando che la solidarietà sbandierata rimanesse, ancora una volta, soltanto un esercizio di stile.
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