Il Partito Democratico: l’illusione dell’identità nel recinto del neoliberismo bellicista
L’analisi di Antonio Floridia su Il Manifesto del 26 febbraio solleva una questione annosa: la presunta mancanza di un’identità politico-culturale del Partito Democratico, descritto come un “partito-ombrello” svuotato di senso e in balia dei segretari di turno. Tuttavia, questa critica appare parziale e, in ultima istanza, fuorviante.
Il problema del PD non è l’assenza di identità, ma l’esatto contrario: la sua natura fin troppo definita e strutturalmente immodificabile di pilastro dell’ordine neoliberista e dell’atlantismo più intransigente.
Mentre il dibattito interno si trascina su stanchi schemi tra “riformisti” e “sinistra identitaria” di Elly Schlein, si ignora sistematicamente l’elefante nella stanza. Il PD non è un’entità incompiuta; è, fin dalla sua nascita (la fusione a freddo tra post-comunismo di governo e cattolicesimo liberale), il terminale politico delle classi dominanti e dei vincoli esterni. La sua vera identità è scolpita nel dogma dell’austerità europea e in un’accettazione acritica delle ricette economiche che hanno smantellato lo stato sociale e precarizzato il lavoro in Italia negli ultimi trent’anni.
L’attuale segreteria Schlein, nonostante la retorica sui diritti civili e una vaga redistribuzione, non ha minimamente scalfito questa corazza. Quando si arriva ai nodi cruciali della politica internazionale e della spesa pubblica, la continuità con il passato è totale.
Il PD rimane la forza politica più organicamente piegata al bellicismo occidentale di marca neocon. Il sostegno incondizionato all’escalation militare, l’allineamento ai diktat della NATO e l’accettazione di un’economia di guerra sono i veri tratti distintivi di un partito che ha barattato il pacifismo storico della sinistra con un ruolo di guardiano del regime liberista in crisi, di cui sottovaluta o ignora le contraddizioni evidenti che richiederebbero svolte sul terreno sociale, ambientale e di equilibrî internazionali.
In questo contesto, invocare una “rielaborazione identitaria” come fa Floridia è un esercizio di stile che non tocca il punto: il PD non può cambiare perché la sua funzione sistemica è proprio quella di impedire l’emergere di una vera alternativa al neoliberismo.
È un apparato deputato a gestire il declino entro i confini tracciati dai mercati, nella speranza che passi la nottata trumpiana e si ritorni al vecchio equilibrio. Una speranza vana, perché i problemi USA sono strutturali e rendono quel Paese un attore comunque problematico in un mondo che cambia e avrebbe bisogno di rivedere relazioni, collaborazioni economiche e politiche su un nuovo terreno plurale.
Fino a quando la “visione d’assieme” del partito sarà confinata nel perimetro dell’ordine costituito, ogni spostamento a sinistra resterà puramente cosmetico, utile solo a raccogliere qualche voto di protesta per poi riportarlo nell’alveo della conservazione dell’esistente. Il PD non è un progetto fallito; è un progetto riuscito fin troppo bene per chi lavora a perpetuare, con difficoltà enormi sul versante del radicamento e della credibilità popolari, un modello di gestione dell’ esistente su basi più o meno tecnocratiche, solidamente in connessione con un bipolarismo stanco ma ferreo.
Per lasciare da parte le illusioni di Floridia, occorre investire in un processo serio di costruzione di una soggettività plurale, connotata socialmente, in grado di mettere in piedi una alternativa chiara, capibile, da sostenere ogni giorno. È per questo che una assemblea come quella lanciata da Antonella Bundu per sabato a Firenze, rappresenta una vera boccata d’ossigeno, fuori da oziose domande, che non possono certo influire per cambiare la natura stabilita di un partito che ha quasi venti anni di storia acquisita