A margine di una iniziativa sulla Palestina a Cerveteri, incontriamo Vera Pegna, scrittrice ed attivista, che ha dedicato e dedica gran parte del suo impegno alla causa palestinese, con una competenza che consente di approfondire e aggiornare la situazione, senza perdere il filo storico che da quasi un secolo caratterizza la colonizzazione d’insediamento della Palestina e il genocidio che l’accompagna, da parte d’Israele col supporto degli USA e la connivenza dell’Occidente.
Loredana Fraleone: Vera tu sostieni da tempo che la soluzione per la liberazione della Palestina non sia “due popoli due stati”, un refrain che ripetono ossessivamente ormai solo istituzioni colluse con Israele, o persone in buona fede che non conoscono la situazione reale.
Vera Pegna: Sì, e sono in buona compagnia. Lo storico israeliano Ilan Pappé lo sostiene come unica prospettiva realistica. Fra i palestinesi, soprattutto quelli della Cisgiordania e di Gaza, e anche quelli della diaspora, è ovvio che gli 800.000 coloni israeliani, armati fino ai denti e convinti che la terra gli sia stata data da Dio, non accetteranno mai di andare via. È solo con la sconfitta del sionismo suprematista e un diverso assetto regionale che le cose potranno cambiare, anche sul terreno. Vero è che anche le maggiori organizzazioni politiche palestinesi si dichiarano a favore dei due popoli due stati, ma mi piace pensare che si tratti di una scelta tattica, proposta che esclude qualsiasi altra prospettiva. Non solo, anche il riconoscimento di uno Stato di Palestina che non c’è ha come solo effetto quello di lasciare mano libera ai governi israeliani per “completare il lavoro”, cioè annettersi l’intera Palestina storica. Pertanto, non ci sarà mai una soluzione finché l’unica proposta sarà quella dei due popoli due stati. Tanto è vero che lo Stato unico in terra di Palestina esiste già poiché è governata unicamente dallo stato di Israele e l’obiettivo, difficile e che richiederà tempo, è quello della fine del regime sionista criminale: uno Stato con uguali diritti e doveri per tutti e rispetto delle differenze religiose, come era la consuetudine in quella terra e in tutto il Levante prima dell’arrivo dei coloni sionisti e della creazione dello Stato d’Israele.
L.F.: Cosa pensi della narrazione delle sofferenze dei Gazawi, che ha suscitato indignazione e reazioni in tutto il mondo da un punto di vista prevalentemente umanitario?
V.P.: Naturalmente le reazioni sul piano umanitario sono state e sono sacrosante, ma ci sarebbe molto altro da evidenziare, ad esempio come sia stata possibile in quell’inferno la resistenza della popolazione, grazie alle sue straordinarie capacità organizzative e di solidarietà, totalmente ignorate dai media, così come la crescente volontà politica nel popolo palestinese di superare le divisioni interne per costruire un Movimento nazionale palestinese, che parli con una sola voce e presenti al mondo esterno la proposta unitaria di tutto il popolo.
L.F.: A proposito di questa valutazione di prospettiva per i Palestinesi, come vedi la situazione interna a Israele?
V.P.: La società israeliana è una specie di mosaico, composto da un 22% di Palestinesi e persone provenienti da 50 paesi diversi, dunque priva di un’unica identità, per cui i vari governi hanno cercato di costruire coesione sulla base del vittimismo (tutti ci odiano, il mondo è antisemita, tutti i Palestinesi sono terroristi) e sul sogno sionista (siamo superiori e dio ci ha dato questa terra). Questo collante però mostra sempre più crepe, al punto che Lucio Caracciolo parla di una “guerra civile strisciante”, l’economia è ferma e Israele è impegnata in 7 conflitti: Gaza, Cisgiordania, Libano, Siria, Yemen, Iran, Qatar. L’esercito è diviso e aumentano suicidi, disturbi mentali, tentativi di sottrarsi al reclutamento da parte dei riservisti. Per di più Israele deve fare i conti con l’isolamento internazionale e l’incertezza della strategia USA. Insomma, è in atto un processo di disgregazione dello Stato d’Israele, mentre è in corso, nella società palestinese, un processo di aggregazione.
L.F.: Quindi il processo di liberazione e di pace sarà lungo, difficile come e più di quello del Sud Africa, ma possibile.
V.P.: Sì, ce lo insegna anche la Storia. Bisogna guardare le cose evitando di fissarsi sull’immediato e togliendosi le lenti dell’Europa coloniale, il cui rapporto con i propri ebrei – va sempre ricordato – si può riassumere con poche parole: Inquisizione, antisemitismo, ghetti, consegna di ebrei ai nazisti, Shoah, mentre nell’intero Levante si è convissuto pacificamente, da tempi immemori, in società multireligiose e multietniche. In altre parole, per abbozzare una prospettiva di pace realistica, bisogna partire sia dagli insegnamenti della storia, sia dalle dinamiche in corso in entrambe le società, quella israeliana e quella palestinese.