L’alternativa oltre l’elettorale e il contingente – Tre domande a Filippo Barbera

Filippo Barbera, docente di sociologia economica e del lavoro all’Università di Torino

Alberto Deambrogio: Professore, nel tuo recente libro ‘Le piazze vuote’, analizzi la rigenerazione della sfera pubblica e l’assenza di partecipazione. Ritieni che l’attuale configurazione del PD, con la sua distanza dai bisogni reali delle persone e l’incapacità di intercettare il ‘sentire popolare’, sia giunta a un punto di non ritorno strutturale?

Filippo Barbera: Penso, come molti, che il PD si trovi – da un punto di vista politico e sociale – in una condizione di forte cedimento strutturale e contrazione organizzativa. Ha rinunciato da tempo a quel radicamento e forma d’azione politica che gli permetteva di sentire e rappresentare i bisogni reali, soprattutto delle aree marginali e con “poca voce”: dalle aree interne, alla provincia in crisi, alle periferie urbane, fino alle classi sociali popolari. Tuttavia, non credo che siamo in senso assoluto al punto di non ritorno, non tanto perché veda segnali positivi ma in quanto perché credo che i punti di non ritorno non esistano in assoluto. Se il partito saprà ripensarsi, riorientarsi verso le condizioni materiali della cittadinanza e una nuova forma dell’azione politica, allora vi è una possibilità di rigenerazione. Il punto è capire se questo partito lo possa fare o se, piuttosto, sia necessario prendere atto della sua impossibilità storica e fondarne un altro. Anche se, più che un “altro partito”, andrebbe pensata una diversa ecologia tra organizzazioni collettive. Ma questa diversa ecologia richiede comunque un salto strategico e culturale, non una mera correzione di rotta.

A.D.: Tu sei membro attivo del ‘Forum Disuguaglianze e Diversità’ e ti occupi di ‘economia fondamentale’. Partendo da queste tue esperienze e proposte concrete (come la rigenerazione delle aree marginali e i servizi di cittadinanza), quali sono a tuo avviso i pilastri fondamentali su cui costruire un’alternativa politica e sociale credibile al centrosinistra, un’alternativa che non si limiti alla sola critica, ma che sappia proporre un progetto di società radicalmente diverso e praticabile?

F.B.: Dal punto di vista dei miei lavori di ricerca e della mia attività pubblica, un’alternativa politico‐sociale al centrosinistra che sia credibile potrebbe poggiare su almeno quattro pilastri. Primo, la rigenerazione di spazi pubblici e delle forme di partecipazione reale: non basta rappresentare, occorre che le persone abbiano luoghi fisici in cui contare nei processi decisionali che “fanno la differenza” (ne ho scritto nel mio libro “Le piazze vuote”, Laterza, 2023). Secondo, l’affermazione di un programma basato sull’economia fondamentale che metta al centro i servizi di cittadinanza, l’accesso e il diritto alla qualità della vita materiale, a partire dalla casa. Terzo, la riconciliazione delle disuguaglianze territoriali come fattore dirimente: riconoscere che ‘dove vivi’ non può determinare il peso del tuo diritto a essere cittadino in senso pieno e al benessere materiale. Quarto, l’innovazione sociale con modalità sperimentaliste e radicali, capaci di dare corpo a un progetto diverso ma non astratto: radicato, come dicevo, nei territori e nelle condizioni materiali delle persone.

A.D.: La storia della sinistra italiana è costellata di divisioni e tentativi di unificazione falliti. Quali sono gli errori del passato che questa volta, nella costruzione di un’alternativa, devono essere categoricamente evitati, e quali lezioni sociologiche e politiche che dovremmo imparare per garantire solidità e durata a un nuovo soggetto politico-sociale?

F.B.: Gli errori del passato della sinistra italiana, a mio avviso, riguardano innanzitutto una rottura del legame con la base sociale popolare e con i territori marginalizzati nelle aree periferiche, in quelle interne e marginali, fino alla provincia in crisi e in quella che Arturo Lanzani chiama “Italia di mezzo” (Donzelli 2024). È proprio qui, più che altrove, che è cresciuto il consenso elettorale al blocco “anti-establishment”, come mostriamo in questa pubblicazione dal titolo evocativo: https://www.donzelli.it/catalogo/autore/1849/andres-rodriguez-pose
In secondo luogo, occorre superare una visione “a-fisica” della politica, che ha trascurato il presidio materiale dello spazio pubblico e dei luoghi di vita delle persone. Terzo punto, ma questa è secondo me una conseguenza più che una causa, occorre superare la frammentazione interna: troppi soggetti in concorrenza e poca comunità di progetto.
Da tutto ciò possiamo trarre alcune lezioni. Anzitutto, la costruzione di un soggetto politico-sociale solido richiede radicamento territoriale e organizzativo, non solo elettorale e contingente. Va poi ricordato che la durata si garantisce solo se l’organizzazione funziona come infrastruttura sociale – fatta di presenza, servizio e relazioni – non solo come movimento temporaneo. Occorre poi combinare la radicalità di un progetto di società alternativo (non solo vagamente riformista) con la ricomposizione dei servizi e delle infrastrutture di cittadinanza che contano nel qui e ora della quotidianità. Queste sono le condizioni per evitare che un eventuale nuovo progetto resti un’aggregazione episodica che dura lo spazio di un mattino.”