Seguendo due dibattiti alla festa provinciale del PRC di Torino, uno sulla sanità e uno sulla precarietà, mi sono accorto che tra tante analisi ed anche proposte utili ed intelligenti, mancava, o almeno io lo percepisco cosi, la domanda iniziale “perché siamo arrivati a questo punto?“.
Naturalmente proviamo a ricostruire la storia del decadimento, le tappe del peggioramento , qualcuno più critico tenta di evidenziare gli errori della sinistra, ma quello che non viene identificata è la ragione per cui il capitalismo, quello nostrano e quello mondiale, è arrivato a distruggere da una parte i livelli di stato sociale conosciuti, almeno da noi, negli anni ’70/’80/’90 e le regole del lavoro, allora meno brutali di quelle odierne.
Intendiamoci questa analisi delle origini non risolverebbe la situazione, ma permetterebbe, forse, di capire quali sono le determinazioni strutturali della involuzione e quindi mettere a fuoco cosa ci servirebbe per recuperare la situazione.
La sanità pubblica degradata non è solo frutto di malfunzionamenti, clientelismo, assenza di senso sociale etc., ma è, mi sembra, il risultato o meglio uno dei risultati della caduta del saggio di profitto. Non ho le conoscenze ne le capacità per fare un discorso analitico ma dobbiamo riflettere sulla entrata del capitale, privato in primis, nel settore sanitario ed anche socioassistenziale come un tentativo, riuscito in questa fase, di trovare nuovi sbocchi e nuovi mercati, anche attraverso nuovi prodotti o merci, alla remunerazione di capitali che cominciavano a stentare a guadagnare abbastanza in altri settori. Senza velleità di approfondimento, lo spostamento di investimenti dall’industria, dalla siderurgia, dalla chimica etc. al settore “salute” risponde a questa necessità. E il capitale per costruirsi le condizioni della remunerazione ha progettato, con la complicità di tanti sistemi politici, lo scenario complessivo (la sanità privata) , la ricerca (i medicinali brevettati e monopolizzati), gli strumenti (i fondi assistenza e le convenzioni col pubblico), la preferibilità della malattia da curare a lungo rispetto alla prevenzione e quindi anche le disfunzioni croniche del sistema pubblico. Compreso la inadeguatezza dei salari nelle professioni, le logiche corporative. Il tutto condito da una ideologia (anche qui privato è bello) che ha contribuito a distruggere il welfare collettivo.
Mi pare che dovremmo avere chiaro che la causa scatenante della disfunzione pubblica non sta, solo, nella cattiva organizzazione, nelle risorse limitate etc. ma nella necessità del capitale di costruirsi un mercato stabile per la sua industria della salute.
E allora la risposta deve andare oltre i tentativi, giusti e necessari, di tamponare il malfunzionamento e tentare di incidere sulla ragione vera: abbattere il profitto della filiera sanità privata.
Quindi tassare i profitti delle strutture sanitarie private come fossero aziende del lusso, ridurre e/o eliminare le convenzioni, impedire la commistione pubblico/privato (con dirigenti del pubblico che sono coinvolti nelle aziende private), standard elevatissimi (compreso il trattamento del personale) per la concessione delle convenzioni e controlli rigorosi, pianificazioni territoriali ed anche di indirizzo settoriale per impedire che il privato si accaparri solo i mercati redditizi e lasci al pubblico le attività meno profittevoli. Emblematica l’assenza della rianimazione e del pronto soccorso in quasi tutte le cliniche private.
E’ evidente che questo comporterebbe una riduzione della offerta sanitari e disfunzioni anche per l’utenza sociale (pensiamo agli esami di laboratorio più comuni) e quindi dovrebbe essere accompagnato dal potenziamento del pubblico (strutture, personale, aumento degli orari di utilizzo, gratuità delle prestazioni, medicina territoriale….) ma senza mettere in discussione il circolo vizioso per cui i profitti dei privati si realizzano massicciamente se e dove il pubblico peggiora (o rinuncia ad operare in prima persona) non si esce dal processo di declino della sanità pubblica e sociale.
Un approccio analogo lo dobbiamo utilizzare quando parliamo di precarietà. Giustamente, il nostro sdegno è legato alle condizioni dei lavoratori (il salario quasi sempre basso, la incertezza di vita, la scarsa sicurezza etc.): è assolutamente corretto che noi partiamo da lì ma questo non ci fa capire il perché della precarietà.
I padroni cattivi, la parcellizzazione del lavoro, l’automazione pervasiva sono tutte spiegazioni reali ma non “giustificano” un modello economico ormai fondato sulla precarietà in tutti i settori.
Se i cicli delle stagioni possono, in parte, spiegare perché ci sia bisogno di raccoglitori di uva per 15 giorni a settembre o di bagnini ad agosto la coltivazione nelle serre e i pomodori tutto l’anno rendono assurde le assunzioni temporanee. Cosa ha di temporaneo il rifornimento degli scaffali in un supermercato, la produzione di articoli di giornale, la pulizia di un ospedale, l’assistenza ai bambini di una materna. Fino agli stagisti e ricercatori all’università, la cui temporaneità è determinata solo dalla carenza di fondi (?) e non certo dalla sparizione della didattica o degli studenti.
Allora, vista la diffusione universale della precarietà, bisogna ricercare una ragione comune alla “costruzione” di un mondo del lavoro precario. Ed è nell’allargamento a dismisura di quello che una volta si chiamava esercito industriale di riserva, cioè la messa a diposizione di una massa bisognosa di reddito e quindi di un lavoro, che si trova alla soglia relativa della sopravvivenza e quindi disponibile a piegarsi ad ogni tipo di sfruttamento.
Non è esagerato leggere così un processo, ormai trentennale nel nostro paese (ma non solo) di destrutturazione legislativa, contrattuale, culturale della ragionevolezza del posto stabile, del salario adeguato, della contrattualizzazione dei rapporti. Quando siamo stabilmente a tre quarti delle assunzioni nella precarietà, siamo ad una scelta ideologica, ancorché concretissima, di cancellare il rapporto di lavoro subordinato ma regolato, sostituendolo con la concessione del signore che ti fa lavorare. E che introduce livelli crescenti di precarietà, ignorando consapevolmente i livelli di istruzione medi dei lavoratori, la capacità di essere flessibili nelle mansioni, persino una competenza nell’ uso delle tecnologie ormai generale e diffuso.
Inutile richiamare le conseguenze di questo salto: salari bassi, organizzazione del lavoro oppressiva, dipendenza totale dai cicli della produzione, vita segnata dalle esigenze aziendali, difficoltà di organizzazione sindacale.
E per di più la precarietà generalizza ha costruito una filiera che si occupa di farla funzionare su cui guadagna (la creazione di un nuovo settore profittevole per il capitale): pensiamo alle agenzie di ricerca lavoro, a quelle di somministrazione, alle strutture di formazione (tante private benché foraggiate dal pubblico) agli stessi organismi legati alle strutture sindacali(dei lavoratori e dei padroni).Ed esagerando ma non troppo commercialisti ed avvocati a cui si è quasi costretti a ricorrere per tutelarsi, ovviamente senza ricorso alle lotte collettive. Così per il dipendente lo sfruttamento, spesso più pesante che per i lavoratori stabili, diventa doppio: sfruttato come lavoratore e sfruttato come cliente obbligato di un sistema che lascia il singolo in balia di un mercato del lavoro totalmente privatizzato.
Non dico certo cose nuove vorrei qui evidenziare come solo una riposta generale altrettanto ideologica, sostanziata però da misure concrete, può controbattere la costruzione capitalista.
Reintroduzione di un collocamento pubblico, da cui passi almeno la verifica della legalità e congruità dei rapporti di lavoro, leggi contro il lavoro temporaneo, con soglie minime di salario e di orario, assoluto rigore nella regolarità (contrattuale, contributiva, assicurativa) di tutti i lavoratori, cancellazione della somministrazione e delle forme di lavoro parasubordinato ed autonomo per finta sono strumenti per rispondere alla destrutturazione del lavoro ma per avere la forza di farlo bisogna far partire la lotta comune, senza concessioni alle logiche di settore, di mestiere, di area geografica.
In sostanza senza cedere alle illusioni delle soluzioni parziali alle condizioni specifiche , contrapponendo la stabilizzazione generale alla precarizzazione generale.
Gli strumenti sono diversi a partire da quelli legislativi , dalla coerenza dei contratti nazionali e aziendali nel ridimensionare la precarietà e nell’applicazione della equivalenza di trattamenti a parità di mansione, per qualunque lavoratore si trovi ad operare in un determinato luogo di lavoro, una legge sugli appalti che impedisca il dumping dei trattamenti. Ovviamente sarebbero di forte aiuto una base comune (salario minimo, orario minimo, diritti fondamentali, sicurezza…) per es. nei contratti industriali o in quelli del terziario, se non le unificazioni dei Ccnl.
Il punto di partenza però resta la consapevolezza che la precarietà non è una necessità oggettiva delle moderne produzioni ma lo strumento scelto dai padroni, ed accettato dalla quasi totalità dei sindacati e delle forze di sinistra, per ridurre la forza dei lavoratori ed impedire solidarietà ed unità di classe.
E come tutti gli strumenti (il caporalato, la linea di montaggio, il decentramento produttivo, l’informatica, l’intelligenza artificiale…) contiene i geni di chi l’ha pensata e la funzionalità per chi l’ha realizzata: fare profitti. Ma come tutte le costruzioni sociali può anche essere modificata dall’intervento dell’altra parte sociale: i lavoratori.
E’ accaduto sempre nella storia, a volte di più a volte meno, non si capisce perché oggi dovremmo arrenderci ad una condizione che condanna le nuove generazioni ad una vita peggiore di quella dei loro padri e madri, pur in presenza di uno sviluppo mai visto di potenzialità tecnologiche e di ricchezza mal distribuita.