L’operazione coordinata dalla Procura di Genova, che ha portato all’arresto di esponenti della comunità palestinese in Italia, impone una riflessione che vada ben oltre la cronaca giudiziaria. Se da un lato è doveroso attendere che la magistratura depositi motivazioni chiare, dall’altro è necessario opporsi con fermezza alla strumentalizzazione politica e mediatica che è già, puntualmente e spregiudicatamente, divampata.
Il primato del diritto contro la condanna sommaria
In uno Stato che si definisce di diritto, i principi cardine non possono essere flessibili. L’ordinamento italiano prevede tre gradi di giudizio e sancisce inequivocabilmente che l’onere della prova spetti all’accusa. Inoltre se fosse corrispondente al vero che l’inchiesta è partita su sollecitazioni estranee al nostro ordinamento e addirittura basata su documentazioni fornite da Israele, questo sarebbe gravissimo e inaccettabile per uno Stato democratico. Aspettiamo gli esiti e le motivazioni “fondate”, ma sia chiaro se non c’è chiarezza e trasparenza sul percorso giuridico, l’arresto e tutte le altre conseguenze sarebbero una violazione del diritto costituzionale di questo Paese e una chiara intimidazione alla criminalizzazione del dissenso avverso alla narrativa politica e mediatica prevalente e al servizio del sionismo.
L’imputazione di “fiancheggiamento al terrorismo internazionale” è tra le più gravi del codice penale: proprio per questo, la sua applicazione richiede il massimo rigore probatorio. Non bastano suggestioni o teoremi; serve la prova oltre ogni “ragionevole dubbio”. Prima di emettere sentenze mediatiche definitive, occorre ricordare che un indagato non è un colpevole fino a sentenza passata in giudicato.
Il “tam tam” mediatico e il teorema della criminalizzazione
Ciò a cui stiamo assistendo in queste ore è uno spettacolo spregevole: un immediato attivismo comunicativo volto a criminalizzare non solo gli arrestati, ma l’intero popolo palestinese e il movimento “Pro Pal”.
È evidente l’intento di governo e opposizione (quella parte amica del sionismo) -appiattita su posizioni di sionismo viscerale- di far emergere il binomio Palestinese = Terrorista. Questo teorema mira a delegittimare chiunque si opponga al genocidio in corso a Gaza, etichettandolo come “filo-Hamas”. Si tratta di una strategia retorica mutuata direttamente dal governo israeliano e riproposta acriticamente dai suoi terminali occidentali per silenziare e reprimere il dissenso.
La storia e la semantica della Resistenza
Per analizzare correttamente i fatti, è indispensabile una rigorosa padronanza della terminologia storica.
- Terrorismo vs. Resistenza: Durante l’occupazione nazista in Italia, i partigiani venivano definiti “banditi” e “terroristi” dagli occupanti. La storia ha però dimostrato che la loro era Resistenza, ed è grazie a loro se oggi non “parliamo Tedesco”.
- Il contesto internazionale: Noi condanniamo ogni azione militare che colpisca deliberatamente i civili — compresa la strage del 7 ottobre, ma sappiamo anche, al contrario di chi fa finta di nulla, che su quel massacro terroristico, gravano ancora zone d’ombra e testimonianze di soldati israeliani che suggeriscono pesanti corresponsabilità interne.
- La Resistenza — non si può ignorare che la lotta armata contro un esercito di occupazione che perdura da oltre 60 anni è, per diritto internazionale riconosciuto dalle Nazioni Unite e logica conseguenza legittimamente storica.
Questa non è una tesi radicale, ma una posizione che apparteneva alla migliore cultura politica della cosiddetta Prima Repubblica. Basti ricordare il celebre intervento di Giulio Andreotti alla Camera, il quale riconobbe che la ribellione contro l’oppressione è una risposta inevitabile alla negazione dei diritti nazionali. Bettino Craxi, da Presidente del Consiglio che dichiarava in Parlamento il diritto alla lotta di liberazione armata di un popolo oppresso, così come al fianco della lotta dei palestinesi si mostrava Enrico Berlinguer e lo stesso Presidente Sandro Pertini. Ben altre figure politiche se confrontate con il nulla servile e inutile attuale.
Contro il “Sionismo Fascista”
Il popolo palestinese ha il diritto inalienabile all’autodeterminazione, a uno Stato e a un governo legittimo, come sancito da decine di risoluzioni ONU sistematicamente violate. Le vogliamo ricordare per rinfrescare la memoria alla cialtroneria odierna, il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione non è un’opinione, ma un pilastro del diritto internazionale:
- Risoluzione 3236 (1974): L’Assemblea Generale ONU riconosce i “diritti inalienabili del popolo palestinese”, tra cui l’autodeterminazione, l’indipendenza e la sovranità nazionale.
- Legittimità della lotta: La Risoluzione 3103 (1973) riafferma la legittimità della lotta dei popoli sotto dominio coloniale e straniero per l’autodeterminazione con ogni mezzo a loro disposizione.
Il balletto della stampa di regime e della classe politica nazionale su questi arresti è un atto meschino. In assenza di certezze giudiziarie, l’uso di questa inchiesta per attaccare chi non si piega al “sionismo fascista” responsabile del genocidio a Gaza è inaccettabile e non ci fermerà. Non permetteremo che la cronaca giudiziaria diventi l’alibi per giustificare la cancellazione, attraverso la pulizia etnica, di un popolo e la repressione di chi ne difende, con onestà intellettuale, la legittima e sacrosanta esistenza.