Il clima che stiamo vivendo è quello tipico dei conflitti, quando, per “superiori esigenze” si impongono divieti e obblighi che in tempo di pace non sussistono, si stabilisce, per legge, la censura, si costruisce una narrazione ossessiva, espressa in tutte le forme possibili, e la si ripete all’infinito, ingigantendo il pericolo che la “patria” corre, e quindi si fabbrica una immagine del Nemico (con la maiuscola) tanto possente quanto aggressivo, selvaggio e feroce, e gli si applica la maschera della “barbarie”. Mentre, in un racconto implacabilmente binario, vi è l’autorappresentazione del “noi”, noi i rappresentanti della “civiltà”, i depositari del Bene, del Vero, del Bello. Al Nemico vengono invece attribuite tutte le qualità negative, e la sua politica sul piano internazionale viene inquadrata secondo logiche pregiudiziali, perlopiù antistoriche. Il Nemico è sempre colui che mira alla “conquista”, che viene vista inevitabilmente in termini territoriali (anche quando l’estensione territoriale del suo Stato è grande quanto un quarto dell’intero globo terrestre), il Nemico è quello che non rispetta leggi né regole, il Nemico è quello che vuole insozzare la nostra civiltà, con la barbarie di cui è portatore.
Accanto ad esso, e in parallelo, si costruisce la figura collettiva del nemico interno, nemico diffuso, che si confonde nel resto del popolo; l’operazione che si cerca di compiere è precisamente indirizzata verso la collettività, il popolo, che deve essere spaccato in due, una parte è quella sulla quale il potere sa (o pensa) di poter contare, la parte di popolo pronta oggi a credere, alle menzogne e alle false verità, che accetta di essere imbonita, subornata, e domani sarà pronta a obbedire a qualsivoglia ordine, e dopodomani, grazie al trattamento subito, sarà pronta a combattere. Poi c’è l’altra parte, quella che invece dubita, disobbedisce e non intende affatto combattere, né accetta la prospettiva che le generazioni future lo facciano.
Se la prima viene accudita, premiata dal potere, la seconda deve essere emarginata, silenziata, censurata. Nell’apparente preservazione della struttura democratica, gli spazi effettivi di libertà, di espressione, di riunione, di organizzazione vengono progressivamente ridotti, e in prospettiva azzerati; la libertà di pensiero è consentita, ma solo fintanto che il pensiero è circoscritto in ambiti chiusi, semiclandestini, rispetto al dibattito pubblico, con spazi che sono minimi rispetto all’agorà televisiva e internautica. Il nemico interno risiede in quella parte di popolo, e viene accusato, più o meno velatamente, di intelligenza col nemico, e addirittura, negli ultimi tempi, si giunge al punto di rispolverare l’epiteto “traditore”, estrema definitiva prova che il paese è in guerra, ma senza esserlo formalmente.
E il Nemico non è un’astrazione, ma viene indicato esplicitamente in una nazione, la Federazione Russa, e ancora più precisamente nel suo leader, Vladimir Putin, non senza aggiungere a quella nazione una corona di altre nazioni, gli Stati -Canaglia, categorizzati dagli Stati Uniti, e visti quindi come complici/succubi del Grande Nemico. Chiunque rifiuti di entrare in tale logica riduttiva e perversa, è da bandire, da censurare, da mettere in condizione di non nuocere. Si esalta la “prevenzione”, si generalizza il “controllo”, si accrescono le “misure di sicurezza”: la comunità viene divisa in due parti, e si cerca di trasformare una in controllora dell’altra. Il libero dibattito viene offuscato, sostituito da mera propaganda, che nel clima di guerra (senza la guerra) produce la banalizzazione e la semplificazione estrema di ogni analisi, che diventa semplice schieramento. Chi rimane nella parte “non sana” del popolo, quella riottosa, quella che non è disposta a credere, né a obbedire né tanto meno a combattere, non deve parlare, non deve avvelenare i pozzi della narrazione dei media: sicché si assiste al paradosso che nel nome della difesa dei “valori” della “civiltà” occidentale si rinneghino, si cancellino, si rovescino addirittura i suoi princìpi fondamentali a cominciare da quelli racchiusi nel motto sapere aude!, che Immanuel Kant, alla fine del ‘700, indicava come il principio essenziale dell’Illuminismo, ossia della razionalità occidentale. E il filosofo lo traduce così: “Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza”, invece di limitarti a obbedire a chi impartisce ordini, a pensare come i potenti vorrebbero tu pensassi…
Nella democrazia obliterata dalla guerra, diventa un crimine ragionare con la propria testa, esercitare la scepsi critica, rifiutare le generalizzazioni e gli schieramenti pregiudiziali seguendo la logica suprematista, intimamente razzista, dell’Occidente (nella quale l’Europa è caduta prigioniera, perdendo la sua stessa identità). Nella democrazia violentata dalla guerra (senza la guerra), ragionare ha come effetto immediato la collocazione nel recinto del nemico interno: chi ci prova viene etichettato come traditore, putinista, stalinista, nostalgico del Muro (o dell’URSS), terrorista, antisemita, e quant’altro sia utile a marchiarlo d’infamia, almeno secondo la logica dei media asserviti al potere finanziario, al complesso militar-industriale, media che a loro volta danno l’input al ceto politico. Nel tempo in cui la guerra diventa la prosecuzione della politica con altri mezzi, chi osi proclamare, temerariamente, il diritto a pensare diversamente, o meglio, semplicemente pensare, chi si ostini a richiamare il diritto alla storia, come elemento fondante della comprensione del presente, e quindi, in ultima analisi, degli orientamenti politici, chi rifiuti, precisamente, la logica della guerra, ecco viene colpito dall’anatema, minacciato, ingiuriato, oscurato.
Perciò la manifestazione di Torino del 28 gennaio: “Democrazia in tempo di guerra”. Affronterò questi temi con Alessandro Barbero, recentissimamente colpito da anatema e censura, come è capitato in precedenza al sottoscritto, e come, in forme diverse, capita quasi ogni giorno a quanti provano a resistere al procedere della macchina uniformante dell’ideologia atlantista e bellicista. Con noi, in collegamento, daranno un contributo altri amici e colleghi, che condividono l’urgenza di fermare quella macchina. E innalzare la bandiera della libertà di pensare e del “ripudio” della guerra: due princìpi fondamentali, forse i più sacri, della nostra Costituzione.
