Le tendenze insostenibili del capitalismo occidentale

Chiara Bonaiuti, ricercatrice presso IRES Toscana e Università di Newcastle esperta in economia della difesa in ambito nazionale ed europeo. Ha pubblicato numerosi saggi e libri sulla trasparenza e il controllo dei trasferimenti di armi.Tratto da Newsletter Pubblico – Fondazione G. Feltrinelli

Il pianeta si surriscalda e i conflitti aumentano. Da decenni, l’anidride carbonica nell’atmosfera e le temperature non smettono di salire. Le spese militari, in crescita dal 1998, a parte due brevi cesure, non hanno impedito l’esplodere dei conflitti.

Intanto, l’economia si finanziarizza sempre di più: i profitti e la rendita schizzano alle stelle, mentre i salari si erodono e le disuguaglianze continuano a inasprirsi. Non sono crisi separate, ma facce della stessa medaglia, secondo il sociologo tedesco Wolfgang Streeck: tendenze insostenibili, strettamente intrecciate, che non si possono affrontare una alla volta.

I dati del riarmo europeo

Così, mentre il Green Deal sembra aver imboccato la strada del tramonto, si assiste alla crescita vertiginosa degli investimenti nel militare. Le spese militari dei paesi dell’Unione europea anche membri della Natogià cresciute del 79% dal 2014 al 2024, e già superiori a quelle di Russia e Cina, subiscono un’ulteriore impennata.

Infatti, nel marzo del 2025, la Commissione lancia il piano ReArm Europe con l’obiettivo di “mobilitare” fino a 800 miliardi di euro per rafforzare le capacità militari dell’unione, prevedendo tra le altre cose la sospensione delle regole di bilancio UE e un nuovo strumento finanziario (SAFE, Security Action for Europe) che offre 150 miliardi di euro in prestiti a tassi agevolati.

Il summit della Nato rincara la dose, registrando l’impegno dei membri dell’alleanza atlantica ad arrivare a investire il 5% in spese militari (di cui il 3,5% per la difesa e l’1,5% per la sicurezza e l’industria militare).

Infine, recentemente il Commissario europeo per la Difesa e lo Spazio Andrius Kubilius ha dichiarato che “nel complesso investiremo, entro il 2035, 6800 miliardi di euro nella difesa, un vero big bang nel finanziamento della difesa”.

L’Omnibus della difesa e la deregolamentazione del mercato

Tuttavia, questo ingente aumento di risorse pubbliche (di cui una buona parte resta solo annunciata) non prevede condizionalità, né una maggiore presenza, trasparenza o controllo statale. Al contrario, si accompagna alla proposta di deregulation contenuta nel pacchetto Omnibus della difesa e nell’EDIP (European Defence Industrial Programme).

In particolare, la Commissione propone di modificare la direttiva sugli scambi intracomunitari di armamento, estendendo l’uso delle licenze generali (autorizzazioni semplificate per esportazioni/trasferimenti) e riduzione dell’uso dei certificati di uso finale (documenti che attestano la destinazione finale del materiale).

Tale modifica potrebbe facilitare la riesportazione da paesi con minori controlli, e ridurre drasticamente la trasparenza sulle movimentazioni di armamenti.

Inoltre, si prevede la possibilità per le aziende della difesa di derogare dalle norme ambientali e chimiche, nonostante l’alto impatto ambientale del settore, nel caso di crisi; le valutazioni di impatto dovrebbero essere completate nell’arco di due mesi, il che inciderebbe sulla loro accuratezza.

Infatti, le aziende del settore della difesa possono godere di deroghe di urgenza e corsie semplificate per quanto riguarda le procedure inerenti il divieto di costruire infrastrutture militari, stabilimenti o poligoni in aree protette e riserve naturali senza valutare soluzioni alternative meno impattanti; le norme contro per il deterioramento della qualità dell’acqua, ad esempio per scarichi industriali di fabbriche chimiche dedite alla produzione di esplosivi; possono essere autorizzate all’uso di sostanze chimiche potenzialmente pericolose o soggette a restrizioni, qualora siano fondamentali per la produzione bellica, etc, e a disapplicare le direttive sui rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche.

Questo solleva questioni sulla sostenibilità reale delle attività, soprattutto in relazione ai criteri ESG (Environmental, Social, and Governance).

Infine, la produzione di armi come carri armati, munizioni e ordigni nucleari (a eccezione delle armi controverse come le mine antipersona) viene considerata “sostenibile” per agevolare l’accesso a finanziamenti e incentivi legati agli investimenti ESG. Eppure, il settore della difesa è tra i più inquinanti. Studi convergono nel valutare un impatto del 5,5% sul totale delle emissioni di gas serra.

Non solo: sono previste deroghe anche alle norme sulla salute e sicurezza sul lavoro. Ad esempio, in determinate condizioni non si applica il limite delle 48 ore settimanali per l’orario di lavoro, né l’obbligo di rispettare turni di riposo minimi. Questo vale sia per i lavoratori delle industrie militari, che delle Forze Armate.

La traiettoria del capitalismo statunitense ed europeo

In sintesi, la direzione intrapresa dall’Unione europea sembra assecondare le tendenze insostenibili dell’economia identificate da Streeck, come l’aumento delle spese militari, l’aumento dell’anidride carbonica, la compressione dei diritti dei lavoratori, la privatizzazione del welfare. Il modello europeo si sta trasformando, avvicinandosi sempre di più a quello statunitense.

Eppure, è davanti agli occhi di tutti come questo modello non sia sostenibile: l’aumento del debito pubblico, la finanziarizzazione, il militarismo aggressivo e la conflittualità etnico-sociale interna lo testimoniano. Un modello che chiede sempre più sacrifici economici, sociali, ambientali e umani a una fetta sempre più ampia della popolazione mondiale e che conduce al declino economico.

Già Arrighi e Silver, con 25 anni di anticipo, avevano previsto il tramonto dell’egemonia americana e ne avevano riconosciuto una causa proprio nella costosa struttura difensiva, a differenza dei paesi dell’Asia Orientale che avrebbero per questo goduto di un deciso vantaggio competitivo.

Melman aveva individuato nelle disfunzioni e nei costi astronomici della produzione militare statunitense la causa della perdita di competitività del comparto che avrebbe poi contagiato l’intera economia, trasformandosi in una zavorra.

E ancor prima di molti colleghi uomini, Rosa Luxemburg aveva spiegato come militarismo e guerra fossero intrinseci al capitalismo, generati dai disequilibri tra accumulazione e sottoconsumo, che spingevano il capitale occidentale, ciclicamente, alla ricerca di nuovi mercati anche con l’uso della guerra.

Le alternative ci sono

Le analisi che partono dalla descrizione della situazione geopolitica come un dato di fatto immodificabile, accettano a priori la mancanza di alternative ed escludono irrazionalmente il fatto che tale contesto di sicurezza possa essere influenzato a sua volta dal comportamento dell’Unione Europea. Insomma, mancano di immaginazione.

Come diceva Simone Weil, il potere di pochi si presenta come tecnico, neutro, razionale e necessario, ma un approccio critico mostra che non lo è, che alcuni assiomi di partenza possono essere messi in discussione. Comprenderlo è il primo passo per cambiare. Il secondo è immaginare soluzioni alternative. Immaginare insieme è già politica e crea il futuro.

L’erosione della democrazia

La maggioranza della popolazione italiana si oppone alle tendenze insostenibili dell’economia: il 67% è contrario all’aumento delle spese militari e appoggia invece il rafforzamento delle vie diplomatiche, mentre l’84% considera la lotta al cambiamento climatico una priorità assoluta e chiede investimenti significativi per la tutela dell’ambiente.

Emerge quindi un’ulteriore tendenza insostenibile, che si intreccia e sostiene le altre indicate da Streeck, ovvero quella della progressiva erosione della democrazia, dalle istituzioni europee ai partiti, tendenza che pervade istituzioni e organizzazioni sociali.

La Commissione ha fatto ricorso spesso ai cosiddetti pacchetti omnibus (tra cui anche quello relativo alla difesa) che permettono di saltare diversi passaggi del procedimento democratico di approvazione dell’atto. Alemanno parla di deregulation by exhaustion (deregolamentazione per sfinimento), ovvero pacchetti enormi e complessi, prendere o lasciare.

La Commissione appare permeabile agli interessi economici più forti e organizzati, che partecipano attivamente al processo di iniziativa legislativa, con una presenza incomparabilmente maggiore rispetto a quella dei sindacati e dell’associazionismo.

Democrazia: un continuo processo di adattamento generato dal conflitto

Il mito dell’integrazione negativa (abolizione delle regole nazionali) guidata dalle aziende non ha non ha generato nel campo della politica estera e di difesa un’integrazione positiva (regolamentazione sovranazionale), ma semplicemente maggiori finanziamenti per le aziende, e l’abolizione di alcune regole nazionali.

Emerge pertanto per l’UE un problema di legittimità, di deficit democratico, ancor prima che di governance, che invece di colmarsi va ad approfondirsi.

Diceva il sindacalista Riccardo Terzi che “la democrazia è un continuo processo di adattamento alimentato dal conflitto dalla partecipazione e dalla capacità di rispondere ai bisogni concreti delle persone. Se sopravvive a sé stessa solo nei suoi aspetti esteriori, allora è necessario intervenire per riempirla nuovamente e permettere alle energie vitali della società civile di irrompere nello spazio della politica.”

Solo con una nuova ventata di democrazia nelle istituzioni nazionali ed europee, nei partiti e nei corpi intermedi, sarà possibile contrastare le tendenze insostenibili dell’economia.