Il viaggio di Greta Thunberg nella Svezia che implode

In Svezia è cominciata la campagna elettorale; il voto è previsto, come sempre, per la seconda domenica di settembre. Il paese è governato dal 2022 da una coalizione di centrodestra (Moderati, Liberali e Cristianodemocratici), con l’appoggio esterno – decisivo – dei suprematisti Democratici di Svezia. L’accordo fra questi partiti (detto di Tidö dal nome del luogo dove è stato siglato) ha partorito aberrazioni come:

  • le zone di ispezione, che meglio sarebbe chiamare zone franche per la polizia, autorizzata – in nome della “sicurezza” (di chi?)  ̶  a perquisire, in uno spazio e tempo delimitati (in base a cosa?), persone e veicoli senza che vi sia un concreto indizio di reato;
  • un inasprimento delle pene come unica risposta alla criminalità, identificata in toto con le gang di giovani immigrati, che sarebbe ulteriormente aggravato dall’abbassamento a tredici anni della soglia di punibilità;
  • restrizioni sull’accoglienza tanto per chi chiede asilo quanto per chi cerca lavoro in Svezia.

In queste settimane ha suscitato scandalo l’espulsione di adolescenti i cui genitori hanno un regolare permesso di soggiorno, a causa dell’applicazione di una norma in base a cui le persone, una volta diventate maggiorenni, non sono più considerate parte della famiglia e devono dimostrare di possedere individualmente i requisiti per risiedere nel paese. La norma in questione però è del 2016, dunque è stata approvata dai Socialdemocratici (così si chiamano, dopo aver abbandonato anche nel nome il riferimento al lavoro)… Ormai indistinguibile dal centrodestra, il partito guidato da Magdalena Andersson, che si trova all’opposizione, fa di tutto per dimostrare di essere più realista del re; in parlamento vota insieme alla maggioranza su materie come la politica penale e quella migratoria (che sono ormai sovrapposte, nella narrazione dominante) così come sulla politica estera, a partire dal sostegno incondizionato all’adesione alla NATO (promossa proprio dai Socialdemocratici: il centrodestra non vi era mai riuscito) e al riarmo dell’Ucraina fino a una non precisata vittoria. Quanto alla Palestina, la leadership del partito ha tardato e faticato a usare la parola “genocidio”, prodigandosi piuttosto nella condanna dell’attacco di Hamas.

Il Partito della sinistra svedese non offre un’alternativa credibile alla svolta reazionaria del partito di Andersson.Non basta infatti porsi come autentici eredi della socialdemocrazia classica, sostenendo il Welfare State e l’occupazione, se poi si sposa in pieno il regime di guerra. Recentemente la leader Nooshi Dadgostar, disposta a tutto pur di ottenere per il suo partito un posto nell’eventuale futuro governo rossoverde (con Socialdemocratici, Verdi e forse il Partito di centro) – posto che i Socialdemocratici non sono affatto disposti a concedere – alla domanda “è giusto dare la vita per il proprio paese?” ha risposto senza esitazioni affermativamente. Alla deriva sul riarmo si aggiunge l’espulsione di esponenti schierat3 a fianco della resistenza palestinese (non quella di Hamas, peraltro, bensì quella del Fronte popolare per la liberazione della Palestina).

Non è un bello spettacolo, quello che si presenta alle nuove (e non solo) generazioni in vista del voto settembrino. Da qui l’idea di Greta Thunberg di viaggiare per il paese, in compagnia della giornalista Alexandra Urisman Otto, per cercare di capire, intervistando persone comuni, come si può costruire un movimento dal basso per una società, e un mondo, più giusti. Il resoconto del viaggio sarà raccontato, tappa dopo tappa, sul giornale “Arbetaren” (Il lavoratore), fondato nel 1922 e organo della SAC (Organizzazione centrale dei lavoratori e delle lavoratrici), di ispirazione socialista libertaria.

Thunberg spiega come è nato il progetto: “L’escalation della crisi climatica, il genocidio e l’erosione dei principi fondamentali del diritto internazionale – problemi che toccano tutt3 e da cui tutt3 siamo preoccupat3 – spiccano per la loro assenza nel dibattito preelettorale. Non sono certo l’unica elettrice a sentirsi impotente, disperata e terribilmente frustrata per il fatto che il discorso pubblico sia totalmente scollegato dalla realtà e non vi sia alcun partito che prenda davvero sul serio queste enormi sfide. […] Voglio capire su che cosa la gente pensa che io e altr3 attivist3 dovremmo concentrarci e soprattutto di che cosa ci sarebbe bisogno e come dovrebbe cambiare il movimento affinché proprio tu esca dalla tua comfort zone e diventi attivista. Ma sono anche un’elettrice che come molt3 altr3 si sente disperata – e tuttavia rifiuta di cedere all’apatia”.    

Far parlare le persone che subiscono le decisioni: questa campagna elettorale vista dal basso è anche una risposta a chi, negli ultimi anni, ha cercato di zittire Thunberg, schernendola o addirittura criminalizzandola. Fino a che si è occupata di “giardinaggio” (con appelli forti, ma generici, a contrastare il cambiamento climatico) è stata celebrata come icona del nuovo attivismo giovanile globale, reputato inoffensivo; nel momento in cui ha affinato la sua critica, illuminando l’estrattivismo e la guerra come meccanismi consustanziali al sistema capitalista, il paternalismo condiscendente con cui era trattata ha lasciato il posto a un astio non solo verbale. La sua partecipazione, in diversi paesi europei, ad atti di disobbedienza civile contro l’industria fossile e, soprattutto, a manifestazioni di solidarietà con la Palestina le è costata, oltre a diversi arresti, l’accusa di essere “incline alla violenza” e, va da sé, “antisemita”. La colpa? Mettere in rapporto il colonialismo, non solo quello israeliano (che nondimeno ha definito “un caso da manuale”) con la minaccia esistenziale rappresentata dalla crisi climatica. Chi vuole screditarne le prese di posizione (e sono in molt3 anche nella Svezia che un tempo si pavoneggiava della ragazzina diventata una sorta di brand nazionale) si è appigliato anche alla partecipazione di Thunberg alla Global Sumud Flotilla. L’attivista svedese tuttavia ha dato voce allo sdegno di milioni di persone quando, dopo l’espulsione da Israele (dove è stata trattata con particolare durezza), ha rinnovato la denuncia della complicità occidentale nel genocidio, ribadendo al contempo il suo impegno per un mondo libero da ogni forma di oppressione.

Il suo viaggio in una Svezia che ha perduto sé stessa parla non solo ai movimenti svedesi, ma a chiunque si opponga alla torsione autoritaria e in particolare a un attivismo giovanile che deve attrezzarsi, in Europa come nelle Americhe, per fronteggiare le conseguenze del definitivo divorzio fra capitalismo e democrazia.