8 marzo e oltre: fermare la guerra, distruggere l’ordine patriarcale

Che la giornata dell’8 marzo non sia una festa, ma una scadenza di lotta, di mobilitazione, di costruzione della forza del movimento femminista e di denuncia dell’ordine patriarcale lo si grida da 60 anni e più in tutte le piazze: “l’8 marzo non è un anniversario, ma un giorno di lotta rivoluzionario” e ancora “donna, donna, donna non smettere di lottare che tutta la tua vita deve cambiare”. Così nelle prossime giornate dell”8 e 9 marzo il movimento femminista e transfemminista “Non una di meno” chiama tutte alla mobilitazione e allo sciopero del lavoro produttivo e riproduttivo, perché le vite delle donne valgono e pretendono individualmente e collettivamente autodeterminazione e libertà. Si contrasta così l’azione di continua distruzione e negazione dei diritti e di torsione misogina e securitaria del governo di centro destra, che aggrava la condizione storica di discriminazione di genere in Italia nel confronto Europeo: l’INPS denuncia un tasso di inattività femminile al 42,4 %, una inaudita violenza economica strutturale nel cuore del capitalismo maturo, assecondata da decenni anche dal centro sinistra, che produce per le donne povertà, dipendenza e fragilità come costante situazione di vita. Ora rischiano di scomparire le consigliere di Parità nei territori, sono già 11 femminicidi del 2026. Dal 2019, quando è entrato in vigore il Codice Rosso al 2024 le denunce per maltrattamenti e violenze sessuali sono aumentate di un terzo, la stessa cosa è accaduta per i nuovi delitti come la violazione del divieto di avvicinamento o l’obbligo di allontanamento dai luoghi frequentati dalle vittime.   In parlamento è saltato perfino il congedo parentale paritario, poche giornate come primo atto concreto di superamento della divisione sessuale del lavoro domestico e di cura. Ma il centro del conflitto è il Ddl Bongiorno un grave arretramento sul tema della definizione penale dello stupro. Se il consenso non è libero e attuale è la donna, che deve dimostrare la forma e la comprensibilità del suo No e il processo diventa una nuova vittimizzazione di chi ha subito la violenza.

Ma quest’anno le mobilitazioni del movimento femminista per l’8 marzo assumono una valenza particolare per lo scenario internazionale in cui si collocano, caratterizzato dalla guerra e dalla economia di guerra. Si tratta di denunciare e connettere con più efficacia e radicalità tutti i nodi in cui oggi si manifesta la struttura patriarcale della società, nel momento in cui la guerra diventa lo strumento principale con cui si ridefiniscono i rapporti di potere nel mondo. Milioni  di vite umane sono stroncate e altrettante sono in pericolo come fuscelli al soffio gelido del vento della guerra moderna. Gli ultimi mesi sono stati segnati non solo da un aumento dei conflitti e dall’estendersi della  guerra mondiale a pezzi, ma dal drammatico e dichiarato superamento dei limiti che l’umanità si era data alla fine della seconda guerra mondiale, mai più genocidi, mai più uso di bombe nucleari, regole internazionali e costituzioni che tentassero di fare uscire la guerra dalla storia umana. Ora la più grande potenza mondiale gli Usa e la Ue lavorano per il riarmo e per la guerra. Il genocidio in diretta del popolo palestinese per mesi è stato perpetrato a Gaza dal governo israeliano, e ora continua con una diversa intensità, ma con gli stessi obiettivi. Il mondo ha assistito quasi senza reagire al banditesco sequestro di Maduro e della moglie Avvocata Cilia Flores e ora Governo Israeliano e Usa muovono guerra all’Iran.

Il femminismo intersezionale, il transfemminismo, le nuove ondate femministe che continuano in forme inedite il taglio degli anni ‘70, la scoperta della profondità e del peso della contraddizione di genere fanno i conti con la guerra vera quella che mutila i corpi, bombarda le strutture civili, crea in continuazione distruzione e morte. Oggi il nodo della lotta contro la guerra è dirimente e chiede un di più a tutti i movimenti sociali, in particolare al femminismo Da un lato interroga la sua storia, la ripercorre valorizzandola e ricordando in particolare  il ruolo svolto dalle donne nella Resistenza, nella scrittura della nostra Costituzione che “ripudia“ la guerra e nella grande lotta di massa che le donne dell’Udi e delle Commissioni femminili dei partiti della sinistra hanno saputo condurre nella raccolta di 3 milioni di firme contro il Patto Atlantico, per la pace e l’indipendenza del popolo italiano. Un impegno a cui le istituzioni risposero con una feroce repressione, con centinaia e centinaia di denunce, arresti, condanne, decine di feriti, morti

Si apre anche una riflessione e una possibile pratica politica constatando che il clima di guerra, di repressione e di costruzione del nemico interno interrompe la lenta e faticosa presa di coscienza dei maschi sulle origini dei loro comportamenti violenti. Cosi mentre alcuni uomini grazie al femminismo hanno preso parola e iniziativa per modificarsi e per non crescere più “figli normali del patriarcato” che intessono con le donne che dicono di amare relazioni tossiche, possessive e di controllo fino ad arrivare alla violenza e al femminicidio, il prevalere nel mondo della forza sul diritto riporta a modelli virili di guerriero, a chiusure nazionaliste identitarie, a nuovi razzismi e sguardi coloniali.

C’è insomma una connessione stretta fra guerra, violenza pubblica e patriarcato. Bisogna spezzare questo nesso. Non si espunge la guerra dalla storia se non si distrugge il patriarcato.