“La destra vuole distruggere l’Iran perché l’Iran contrasta il disegno imperiale di Israele, non perché perseguita le donne. D’altro canto in Venezuela Trump non ha portato la democrazia, ma ha tutelato gli affari propri. La repressione nei confronti delle ragazze e dei ragazzi iraniani è orribile, ma l’Iran non costituiva una seria minaccia militare rispetto alla potenza nucleare e tecnologica di Israele. Anche per l’Iraq sostennero di avere le prove certe (la pistola fumante) della minaccia nucleare di Saddam. Ma era un falso fabbricato dagli americani insieme ai Servizi segreti di Israele…” – ha così dichiarato Massimo D’Alema a La Repubblica l’11 marzo 2026, proseguendo:
“L’ideologia che unisce in questo momento la destra americana e Israele ha cancellato la prospettiva di uno Stato palestinese e spinto verso uno scontro di civiltà, una guerra di religione, una crociata nel nome della quale tutto è giustificato. Non saprei come definirla se non come una regressione barbarica dell’Occidente. Ovidio diceva: Et propter vitam vivendi perdere causas. Perdere le ragioni del vivere per il timore di perdere la vita. È l’idea che per sopravvivere tu debba abbandonare i tuoi valori ed è quello che stiamo facendo”.
Nell’intervista D’Alema ha definito “imbarazzante” Tajani e ha dichiarato: “La posizione della Spagna è forte e dignitosa. Quella della Francia un po’ più timida. Si sono espressi con coraggio alcuni Paesi minori, il Belgio, l’Olanda. Ma purtroppo abbiamo una grande debolezza della Germania e del Regno Unito, dove i cittadini rimproverano al laburista Starmer di non sapersi staccare dalle politiche di Trump. La posizione italiana è imbarazzata e furbesca. Di fronte alla tragedia della guerra è moralmente inaccettabile”.
Importanti anche le sue forti prese di posizioni esplicitate in un recente post di Facebook intitolato “Mondo infame e vigliacco”:
“Esiste oggi, in Europa o nel mondo, un governo che possa dirsi dignitoso, se si esclude la Spagna? Il silenzio che accompagna il martirio dell’Iran — ormai ridotto a una nuova Gaza — è assordante e inaccettabile. Siamo ostaggi di due leader assetati di sangue: Netanyahu e Trump, avvolti in un intreccio oscuro tra un corrotto egomaniaco e un carnefice, pronti a tutto pur di coprire condotte degenerate, dai dossier Epstein ai crimini di guerra. Sono banditi che, nella loro ferocia, stanno facendo impallidire i fantasmi più cupi del secolo scorso. E tu, Meloni, grondi ignavia. Dopo aver balbettato un “non condanno e non condivido”, cos’altro ti resta da dire? Che la colpa è dei magistrati italiani? Ti rendi conto di aver svenduto e mandato in soffitta la grande tradizione diplomatica italiana nel Mediterraneo? Vergogna.
Non sono bastati i disastri in Libia, Iraq e Afghanistan per imparare la lezione? Mentre Macron tace, Starmer non perviene e Merz oscilla tra la sudditanza a Trump e il senso di colpa storico, il mondo brucia. La Russia resta a guardare, la Cina e l’India contano i profitti, e il popolo americano sembra incapace di vedere chi sia davvero l’uomo che ha scelto di guidarlo.
E noi? Dove sono finiti gli italiani di una volta? Possibile che duri ancora l’incanto per la premier più falsa e ignorante della nostra storia? E’ ora di scendere in piazza con orgoglio. Sig. Landini e leader di una sinistra presunta: cosa state aspettando? Un grande giornalista ha scritto che “questo mondo merita di sparire”. Se continuiamo a lasciare il timone a corrotti e genocidi, quel momento non è lontano.”
Nulla da obiettare a queste prese di posizione e fa veramente piacere che D’Alema esprima forti posizioni pacifiste e contro l’egemonia USA-Israele, contro l’imperialismo e contro l’assurdità dell’escalation militare in Iran. Peccato che queste parole non possano ricostruirgli una verginità in termini di opposizione alla guerra né tantomeno di sostegno all’imperialismo e al commercio delle armi
D’Alema, il 21 ottobre del 1998, varcava il portone di Palazzo Chigi accompagnato dalla profezia di Francesco Cossiga, secondo cui “il leader della sinistra era indispensabile per poter fare la guerra in Kosovo”. Obbedendo alle richieste degli Usa e della Nato, sei mesi dopo D’Alema appoggiò, non solo con la concessione delle basi ma anche con mezzi militari, il bombardamento di Belgrado.
Massimo D’Alema, come Presidente del Consiglio italiano dal 1998 al 2000, autorizzò la partecipazione dell’Italia alla campagna NATO “Allied Force” contro la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (Serbia e Montenegro) di Slobodan Milosevic nel 1999, nota come “guerra del Kosovo”. L’intervento venne giustificato con il fine di fermare la “repressione serba contro i civili albanesi-kosovari e la pulizia etnica”: insomma un intervento militare volto ad “esportare la democrazia” nell’ultimo avamposto filosovietico in Europa, almeno così venne spacciata proprio da coloro che la vollero, ovvero gli USA di Bill Clinton, la Gran Bretagna di Tony Blair, i governi di Francia e Germania e la NATO di Jens Stoltenberg.
Fu proprio D’Alema a bombardare la Serbia. Il 24 marzo 1999 scattò l’offensiva, durata 78 giorni. D’Alema – con una decisione presa di una notte in solitaria in barba al permesso del Parlamento e contro il parere dell’ONU – mise a disposizione basi NATO come Aviano e lo spazio aereo italiano, con l’Aeronautica che partecipò a missioni di bombardamento su truppe serbe in Kosovo.
Nel 2009 fu lo stesso D’Alema a dichiarare che “portare l’Italia in guerra fu un errore”, ammettendo in una intervista al Corriere della Sera nel settembre 2024: “Sono il presidente del Consiglio che portò l’Italia in guerra. La crisi del Kosovo segnò la mia esperienza alla guida del governo.”
Tentò negoziati diplomatici, inclusi incontri segreti con il presidente serbo Milan Milutinovic e mediazioni via Russia e Comunità di Sant’Egidio per liberare Ibrahim Rugova. Si oppose inizialmente all’invasione di terra proposta da Tony Blair e all’inizio ai bombardamenti su Belgrado, ma confermò l’intervento come “inevitabile” dopo massacri come Racak e l’esodo di profughi.
D’Alema disse di avere fatto, “di tutto per evitare che ci si arrivasse alla guerra. Di tutto”, e raccontò l’aneddoto dell’incontro con il presidente della Serbia Milan Milutinovic – uomo molto vicino al presidente della Federazione jugoslava Slobodan Milosevic – organizzato dal suo dentista. Un colloquio drammatico che avvenne all’indomani del massacro di Racak, dove i paramilitari serbi avevano ucciso decine di civili kosovari di etnia albanese.
Massimo D’Alema nell’intervista confermava che nel 1999 per la prima volta un governo italiano violava l’articolo 11 della Costituzione che vieta la guerra offensiva; confermava che si entrò in Kosovo e si bombardò Belgrado senza un mandato Onu e che la Nato agi senza un mandato indispensabile delle Nazioni Unite. Una conferma che non ha bisogno di ulteriori commenti.
L’intervento militare NATO in Kosovo e su Belgrado venne definito vergognosamente come una “guerra umanitaria”, ma basta guardare il video per capire come non lo fosse minimamente: poiché le bombe non hanno nulla di umanitario e non esportano nessun diritto e nessuna democrazia, ma semplicemente ridefiniscono nuovi confini, nuovi poteri – citando Hannah Arendt – e nuove aree d’influenza geopolitica.
Bisognerebbe spiegare a D’Alema – che oggi attacca giustamente il governo Meloni accusandolo di assecondare Trump senza prenderne le distanze, che definisce “imbarazzante” il Ministro Tajani per la posizione assunta sull’offensiva di Usa e Israele all’Iran – che non c’è troppa differenza tra le scelte di Meloni e quelle che fece lui. Come Meloni è succube e servile di Trump e della NATO oggi in Iran, anche lui fu succube e servile nei confronti della NATO, degli USA di Bill Clinton e delle maggiori potenze europee in Serbia.
Inoltre sia la guerra in Kosovo ieri sia la guerra in Iran oggi sono state narrate con una retorica umanitaria: “salvare i civili albanesi-kosovari dalla pulizia etnica” e “salvare gli Jugoslavi da una dittatura socialista” come “salvare le donne iraniane dall’oppressione di genera di un governo teocratico e patriarcale” e “salvare il popolo iraniano da una dittatura islamista”. Stesse giustificazione di guerra sentite anche per la guerra in Afghanistan, soprattutto in nome dei diritti delle donne. Falsità dello stesso valore che vengono ripetute oggi come allora con protagonisti diversi.
La verità è che né ieri le potenze occidentali sono state interessante ad una «Jugoslavia democratica», ad una «Serbia democratica», ad un «Kosovo democratico»; né oggi sono interessate ad un «Iran democratico». In altre parole si è trattato di un’aggressioni imperialiste volte a trasformare dei Paese in un alleato subordinato con il fine della ristrutturazione dell’intera regione. Il significato del termine “balcanizzare” deriva proprio da quello che successe con la guerra NATO in Jugoslavia nel 1999: “ridurre uno Stato o una struttura politica in tante piccole nazioni o entità tra loro ostili, creando condizioni di instabilità politica, turbolenza e smembramento”. Distruggere la Jugoslavia ha significato l’indebolimento dei Paesi Balcani e l’emersione di nazionalismo, etnicismi e localismi un popoli una volta fratelli e simili per cultura, costumi, usanze e religioni.
L’attuale attacco statunitense e sionista all’Iran e al Libano non è una lotta tra “democrazia” e “dittatura islamista”. A smascherare questo equivoco è stato persino il “ministro della guerra” di Trump, Pete Hegseth, il quale ha chiarito il 2 marzo 2026, che «questa non è una guerra politicamente corretta» e che l’obiettivo è «solo» l’insediamento di un regime amico degli Stati Uniti. Pertanto, qualsiasi Stato con un qualsiasi grado di forza, che sia visto come un ostacolo all’imposizione di quest’ordine e al rafforzamento dell’Entità sionista d’Israele è un bersaglio, indipendentemente dal carattere del suo regime.
Vien da chiedersi se D’Alema sia consapevole del parallelismo logico tra questi conflitti; se abbia maturato negli anni questa consapevolezza; se le sue posizioni fermamente critiche degli interventi militari attuali siano frutto di un pentimento verso il suo passato governista piegato alla realpolitik; o se tutto questo sia solo un bagliore di lucidità del momento.
Anche perché per D’Alema vi è proprio l’impossibilità di ricostruirsi una verginità. L’ex premier è finito, nel 2023 al centro di un’inchiesta con l’accusa di coinvolgimento in una trattativa avvenuta nel 2022 per vendere al governo della Colombia aerei militari e sommergibili prodotti da Leonardo e Fincantieri. D’Alema era indagato insieme ad altre sette persone, tra cui l’ex amministratore delegato di Leonardo, Alessandro Profumo, e l’ex direttore del settore navi di Fincantieri, Giuseppe Giordo.
Secondo gli investigatori D’Alema fu contattato dalla Colombia per fare da intermediario con Leonardo e Fincantieri e che, se la trattativa si fosse conclusa, lui e gli intermediari colombiani si sarebbero spartiti equamente circa 80 milioni di euro di commissione. La trattativa, che non andò a buon fine, non era illecita, ma inizialmente la procura aveva ipotizzato che D’Alema avesse chiesto di ottenere illecitamente una percentuale per l’eventuale buona riuscita dell’accordo: nel corso delle indagini questa ipotesi non è stata confermata.
La magistratura indagò arrivando alla conclusione che l’ex premier non aveva mediato per soldi, ma che aveva partecipato alla trattativa commerciale. le accuse sono state archiviate per tutti gli indagati. La gip ha deciso per l’archiviazione accogliendo la richiesta della procura, che dopo più di un anno di indagini aveva ritenuto le accuse infondate. C’è da sottolineare che la Gip di Napoli archiviò l’inchiesta nel 2025 riconoscendo “estrema certezza della trattativa” con accordi corruttivi potenziali, ma mancanza di prove per mancata collaborazione colombiana.
D’Alema ammise pubblicamente di aver aiutato Leonardo nella vendita di armi alla Colombia, definendolo un’attività di “promozione” o “consulenza” per imprese italiane, ma ha sempre negato di aver agito come mediatore per provvigioni personali. In interviste e dichiarazioni, ha ribadito di non aver guadagnato nulla e di aver suggerito canali professionali leciti.
Il punto focale in questa storia, non è tanto il presunto scandalo, ma il fatto che comunque – anche lecitamente – D’Alema abbia svolto l’attività di lobbysta/facilitatore per il commercio di armi. Come può una persona che oggi pretende, lecitamente e giustamente, di dire la propria opinione sul conflitto in Iran, di prendere posizioni “pacifiste”, fare anche solo legalmente il lobbysta per le industrie belliche? Tanto più una persona che si è sempre dichiarata “di sinistra” e presumibilmente non in sintonia con quelli che dovrebbero essere meri interessi capitalistici fatti alle spalle delle persone.
Pur non insinuando di cogliere malafede nelle recenti sue dichiarazioni, in tutta questa storia D’Alema ne esce sicuramente pulito da scandali, sicuramente non ingenuo, poco “vergine”, ma non proprio pacifista.
Per ulteriori informazioni:
https://documenti.camera.it/_dati/leg13/lavori/stenografici/sed513/sintero.pdf
https://ilmanifesto.it/litalia-divento-la-base-di-un-conflitto-armato