Tratto da Il Sussidiario.net
Per lo stretto di Hormuz Trump addirittura bussa alla Cina. Intanto vuole rinviare l’incontro con XI sperando che l’Iran esaurisca i missili. Ma si illude
Trump non sa più cosa fare e prende tempo. Chiede aiuto al Paese (la Cina) che a livello mondiale contende la leadership agli USA per controllare quello stretto di Hormuz che le sue iniziative insieme agli israeliani hanno messo in pericolo e nello stesso tempo domanda a Pechino più tempo prima che si tenga l’incontro previsto dal 31 marzo al 2 aprile con Xi Jinping. Un summit al quale, osserva Alberto Bradanini, ex ambasciatore italiano in Iran e Cina, arriverà con il cappello in mano perché gli servono le terre rare. Prima del faccia a faccia, però, Trump vuole risolvere la questione iraniana.
Ma non è detto che ci riesca: per ora pensa a un rinvio di un mese, ma potrebbe servirgli altro tempo. La Cina aspetta, anche perché le sue riserve energetiche sono più consistenti di quelle dell’Occidente, che sarebbe il primo a pagare una crisi economica a livello mondiale.
Trump chiede aiuto alla Cina per tenere sotto controllo lo stretto di Hormuz e vuole rinviare di un mese il suo incontro con Xi Jinping. Rivolgersi al principale nemico è l’ammissione del fallimento della guerra?
La richiesta avanzata ai cinesi è davvero sorprendente. Mi stupisco che la leadership americana, espressione della prima potenza economica, almeno sotto certi aspetti, militare e politica del pianeta, abbia prodotto un’analisi così infantile. Come si può pensare che la Cina possa mandare la marina militare nello stretto di Hormuz per assicurare alle navi dei Paesi che sono al servizio dell’impero americano un passaggio tranquillo? Non hanno detto sì nemmeno i vassalli europei. Persino Starmer, premier del Regno Unito, che è il cinquantunesimo stato degli USA, ha chiesto tempo. E gli altri hanno detto direttamente no.
Come si può spiegare una richiesta del genere allora?
Ormai la democrazia americana è uscita dai binari. In una democrazia le iniziative politiche importanti vengono discusse intorno a un tavolo, in Parlamento, nei consigli di sicurezza. E poi si fa una sintesi. Si può sbagliare, ma normalmente la sintesi esprime un pensiero razionale, non una reazione di pancia. Gli Stati Uniti non sono più una democrazia, perché Trump prende iniziative per suo conto, mette dazi, dichiara guerre, sequestra presidenti. Questa richiesta ai cinesi non ha nessun senso pratico, logico.
Pechino, però, è acquirente del petrolio iraniano e del Golfo, non basta per giustificare un suo intervento?
La Cina ha riserve strategiche che coprono 4-5 mesi, molto di più degli occidentali. Inoltre può far ricorso a un mix energetico, che comporta il gas importato dalla Russia via terra, le energie rinnovabili, campo nel quale è il numero uno, ed è un grande produttore e importatore di carbone, anche se in questi ultimi anni ha cercato di limitarne l’uso. Certo, se questa crisi dovesse prolungarsi il sistema industriale cinese ne risentirebbe, ma a pagarne di più il prezzo sarebbe l’Occidente, in particolare gli americani.
Perché?
È vero che le corporazioni americane guadagnano perché il prezzo del petrolio sale, ma l’insieme dell’economia USA risentirebbe pesantemente della situazione, perché l’aumento dei costi petroliferi significa inflazione su tutti i beni. Sarebbe un danno enorme perché porterebbe, ad esempio, all’aumento dei tassi di interesse, il contrario di quello che vuole fare Trump per cercare di vincere le elezioni.
Inoltre se gli americani restano impantanati in Medio Oriente non possono concentrarsi sull’Estremo Oriente, non organizzano una guerra contro la Cina per interposta Taiwan. Se ci fosse una guerra in quest’area, infatti, sarebbe scatenata dagli americani. Pechino, nonostante quello che si crede, non prenderà iniziative militari, aspetterà il momento giusto per riunificarsi con la sua provincia.
Gli incontri preparatori del summit Trump-Xi Jinping sembravano ben avviati ma ora il presidente americano ha chiesto un rinvio: ora rispetto ai cinesi ha perso qualche posizione?
Personale USA prepara un bombardiere B-1 Lancer nella base di Cotswolds, UK, 10 marzo 2026 (Ansa)
Non era in vantaggio neanche prima. Con Pechino gli Stati Uniti non possono avere una postura autoritaria, come fanno con altri Paesi. Il negoziato avverrà alla pari e si raggiungerà un compromesso.
Reputo che questo rinvio sia dovuto alla preoccupazione di Trump e delle persone che nella sua amministrazione mantengono la testa sulle spalle: la priorità del presidente USA oggi è l’Iran, perché se le cose dovessero mettersi davvero male Teheran potrebbe distruggere le installazioni petrolifere dei Paesi del Golfo, che hanno tutti collaborato con gli americani contro l’Iran, facendo finta di essere neutrali. E questo provocherebbe un disastro all’economia mondiale.
Al di là della situazione contingente come si rapporterà Trump con i cinesi?
Trump ha bisogno che la Cina allenti le briglie sulle terre rare, essenziali non soltanto per l’industria cibernetica, ma anche per l’industria militare. Andrà a Pechino con il cappello in mano: non vuole farlo vedere, ma è lui che ha bisogno di Xi. I cinesi hanno ancora un settore in cui dipendono dall’Occidente, in particolare dagli Stati Uniti, quello dei chips più avanzati, dove le aziende cinesi non sono ancora arrivate. Nel 90% degli impieghi, tuttavia, non c’è bisogno di chips così avanzati.
Trump cosa può offrire?
Può offrire forse un allentamento delle sanzioni, dei dazi, ma i cinesi possono fare a meno del mercato americano, perché hanno altri mercati come l’Est asiatico, l’Africa, il Sud America, persino l’Europa. Ma soprattutto se venisse meno l’import cinese, paradossalmente ne risentirebbe di più l’economia americana, che è sostenuta dai prodotti a basso prezzo importati dalla Cina, senza i quali l’inflazione salirebbe.
Il fatto che Trump chieda un rinvio di un mese vuol dire che nel frattempo pensa di aver chiuso la guerra in Iran?
Magari tra venti giorni chiederà un mese in più, per il momento prende tempo: la scommessa è che l’Iran esaurisca i missili. Trump reputa che se l’Iran a un certo punto non ne avrà più e verrà distrutto nelle sue infrastrutture, magari anche civili, alla fine si arrenderà.
Dopo di che si valuterà cosa fare. Ma è un’illusione. Se Teheran davvero disponesse di un numero limitato di missili gli ultimi li utilizzerebbe per distruggere le infrastrutture petrolifere dei Paesi del Golfo, perché questa è l’arma economica di cui dispone, insieme al blocco dello stretto di Hormuz. Può distruggere gli impianti di estrazione, di desalinizzazione, con un disastro ambientale inimmaginabile che metterebbe in ginocchio gli alleati degli Stati Uniti e farebbe implodere l’economia del mondo.
Cosa possono fare gli americani?
Devono accettare di perdere, naturalmente gridando all’universo mondo che hanno vinto. Perché finisca la guerra, però, bisogna essere in due e se anche Trump volesse porre termine al conflitto, non è detto che lo vogliano gli iraniani. Per far tacere le armi vorranno garanzie che quello che è successo non si ripeta più.
Il nostro Ministro della Difesa Guido Crosetto parla di una possibile missione ONU per controllare Hormuz: un’ipotesi praticabile?
Non ha senso. Non credo proprio che Russia e Cina nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite alzino la mano a favore di questa proposta.
(Paolo Rossetti)