Farid Adly, giornalista, scrittore e mediatore culturale libico che risiede e lavora in Italia dagli anni ’70. È una delle voci più autorevoli in Italia per quanto riguarda le dinamiche del mondo arabo, del Medio Oriente e del Mediterraneo. Fondatore e direttore di Anbamed (Agenzia Notizie del Bacino del Mediterraneo), un’associazione e newsletter che si occupa di multiculturalità e informazione indipendente sull’area mediterranea
Alberto Deambrogio: Farid Adly, tu hai spesso descritto il Libano non solo come un fronte di guerra, ma come un microcosmo delle tensioni mediorientali. Oggi con le operazioni di terra israeliane e l’indebolimento dei vertici di Hezbollah il paese rischia di scivolare nuovamente in una paralisi istituzionale o peggio in una nuova frammentazione interna. In questo scenario quali sono i rischi che realmente corre il Libano?
Farid Adly: Quella che ha compiuto Israele in questi ultimi due anni non è un’operazione di terra, ma un’invasione del territorio di un paese sovrano, un membro delle Nazioni Unite. Ė un’occupazione di territorio. Le mire israeliane nei confronti del Libano sono di vecchia data. Ricordiamo che nel 1982 Israele ha occupato addirittura la capitale del Libano, Beirut, e conseguentemente ha cacciato l’OLP dal Libano. Nel sud del paese si vogliono effettuare occupazioni. Pensiamo che nell’ invasione del 2024, insieme all’esercito israeliano, sono arrivati gli archeologi. Questa vicenda s’è scoperta perché uno di questi archeologi è stato ucciso da una pallottola al collo. Per sei giorni la notizia era stata tenuta nascosta fino a quando la famiglia della persona uccisa ha protestato e quindi la notizia medesima è uscita sui giornali israeliani; questo è importante ricordarlo, perché la questione libanese è una questione complicata. Il Libano è un paese multietnico in cui ci sono diverse confessioni, diverse etnie e la spartizione del potere è stata decisa dall’ex potenza coloniale, la Francia, con la costituzione del 1943. Questa prevedeva una distribuzione delle cariche istituzionali secondo l’appartenenza delle etnie e delle confessioni: è un paese molto complicato. In ogni caso, per tantissimi anni, ha rappresento un luogo di incontro di tante culture e di convivenza. Immagina che, per esempio, la comunità ebraica in Libano esiste tuttora ed è in condizioni assoluta parità con le altre realtà. La questione fondamentale attualmente non è lo scontro tra Iran e Israele. In realtà Israele ha delle mire espansionistiche e vuole arrivare a imporre una forma di protettorato politico e militare sul Libano. Le mediazioni che sono avvenute nel 2024, con la breve e mai rispettata tregua del 27 novembre 2024, in realtà non hanno garantito in nessun modo una possibilità per il Libano di ricostruirsi. Per oltre due anni precedenti il Libano era rimasto in qualche modo disorganizzato dal punto di vista istituzionale, con la mancata della possibilità di eleggere un Presidente della Repubblica a causa dei dinieghi e rifiuti incrociati. Ė chiaro che il Presidente della Repubblica poteva essere eletto soltanto con un accordo di tutte le parti. I parlamentari che lo eleggono devono superare i due terzi dell’organismo di cui sono parte. Ė stato possibile, poi, nel 2005 raggiungere un accordo per il voto anche con la presenza dei rappresentanti di Hezbollah all’interno del Parlamento attraverso la loro astensione. Questo credo che sia stato un risultato importante per una stabilità del paese, grazie anche alle interferenze, ai buoni auspici da parte di molti paesi arabi, soprattutto da parte dell’Egitto, che ha consigliato moderazione al fine di accettare una soluzione in grado di salvare il Libano da attacchi infiniti dell’esercito israeliano.
La situazione attuale è molto complicata, perché la mediazione statunitense e francese è una mediazione sbilenca, in quanto si cerca di imporre al Libano i risultati di quello che è l’obiettivo dell’esercito israeliano: un riconoscimento bilaterale d’Israele e del Libano con scambi di ambasciatori, senza la garanzia del ritiro totale dai territori libanesi occupati, ma semplicemente per il cessate il fuoco e il mantenimento delle posizioni che Israele ha occupato nel 2024. Tel Aviv non si è mai ritirata, malgrado i vari punti di accordo che sono stati in qualche modo raggiunti con la mediazione degli Stati Uniti. In realtà questi ultimi si sono mostrati favorevoli e sono stati informati in anticipo degli attacchi israeliani, attacchi anche contro la capitale Beirut e contro alcune zone della parte centrale del Libano, non solo contro la zona degli sciiti; in alcuni casi anche contro obiettivi che gli israeliani hanno indicato come dirigenti di Hezbollah, ma che in realtà si sono rivelati essere semplicemente civili. Recentemente gli israeliani hanno iniziato la demolizione della prima fascia dei villaggi, attuando in Libano quello che hanno attuato a Gaza. Demolire tutte le strutture, radere al suolo intere zone residenziali per meglio occupare il territorio e pensare a futuri insediamenti ebraici in questi territori. La resistenza dei combattenti della resistenza palestinese e di quella libanese hanno dimostrato che non è facile avanzare via terra. Da questo punto di vista devo sottolineare il ruolo molto importante svolto dalle comunità cristiane, che hanno rifiutato l’evacuazione volontaria, che l’esercito israeliano ha voluto imporre ai diversi villaggi del sud. In tali condizioni le realtà cristiane hanno visto anche l’assassinio di diversi preti per mano dell’esercito israeliano. Il pericolo del Libano, dunque, è quello dell’aggressione israeliana, non quello della presenza di una componente sciita, Hezbollah, vicina all’Iran e che da esso riceve sostegno finanziario e militare.
Il Libano era in pericolo, anche d’invasione, molto prima dell’influenza dell’Iran su vaste zone grazie alla presenza di Hezbollah. Attualmente l’influenza iraniana in Libano è molto minore rispetto a prima. Ci sono stati tutta una serie di provvedimenti da parte del governo libanese per limitare l’afflusso di finanziamenti o l’arrivo di armi questo è stato anche fatto in collaborazione con il governo nel nuovo governo siriano.
A.D.: L’allargamento del conflitto interessa sempre più da vicino le monarchie del Golfo. Paesi come l’Arabia Saudita e gli Emirati arabi Uniti puntano sulla ‘Vision 2030’* e sulla stabilità economica, ma la pressione delle piazze arabe li pongono in una posizione scomodissima. Secondo la tua analisi quanto è sostenibile una falsa neutralità del Golfo prima che un’escalation diretta costringa quegli stati a fare i conti con l’inconsistenza del cosiddetto Patto di Abramo?
*Saudi Vision 2030 è un ambizioso piano strategico lanciato nel 2016 dal principe ereditario Mohammed bin Salman con l’obiettivo di trasformare l’Arabia Saudita, riducendo la sua dipendenza dal petrolio e diversificando l’economia. Il piano mira a posizionare il Paese come una potenza finanziaria e logistica globale, trasformando il regno in un hub tra Africa, Asia ed Europa
F.A.: Credo che i paesi di Golfo non siano neutrali. Non c’è stata nessuna neutralità di questi paesi sulla questione del conflitto israelopalestinese e, attualmente, nel conflitto tra Iran Israele. Ricordiamo che i paesi arabi ospitano le basi militari degli Stati Uniti. L’Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati, il Bahrein, il Kuwait hanno delle basi militari statunitensi sono partiti attacchi nei confronti dell’Iran. Stupidamente la dirigenza iraniana ha agito in modo da colpire non solo le basi militari americane, ma anche altre realtà economiche come i pozzi di petrolio o le centrali energetiche. Questa situazione che coinvolge i paesi arabi è molto semplice. I regimi monarchici non hanno nessuna legittimità democratica e, se non ci fosse il protettorato degli Stati Uniti, praticamente non avrebbero potuto rimanere a galla nei confronti delle opposizioni interne e delle rivolte popolari, prevedibili, ma che sono state represse nel sangue. Ricordo che nel 2011 in un paese come il Bahrein, che è a maggioranza sciita e con la famiglia reale sunnita, è stata soffocata una sollevazione con l’intervento militare dell’Arabia Saudita e del Qatar, con i carri armati sostenuti dall’aeronautica britannica che sorvolava il piccolo emirato, per evitare che ci fosse un intervento iraniano a favore dei rivoltosi.
Quello che io voglio sottolineare è che in realtà l’Iran non ha mai rappresentato un pericolo per i paesi arabi, non ha mai attaccato nessun paese arabo per primo, anzi l’Iran è stato attaccato dall’Iraq di Saddam Hussein per ben 9 anni dal 1980 al 1988. Questo grazie al sostegno economico e finanziario da parte dell’Arabia Saudita, del Kuwait e degli altri emirati del Golfo, che usavano Saddam Hussein e il suo esercito come uno scudo. Dopo perdite enormi in termini di vittime e dal punto di vista economico, grazie anche all’intervento dell’ONU, si raggiunse l’accordo del 1988 nel quale, per esempio, l’Italia ha giocò un ruolo molto importante di mediazione per garantire tregua e pace tra l’Iran e l’Iraq. Dopo quella vicenda è stato Saddam Hussein a divenire un pericolo per le monarchie del Golfo con l’invasione del Kuwait nel 1990 e con il conseguente arrivo degli americani di Bush padre. Nel 1991 l’invasione dell’Iraq, la prima guerra del Golfo e poi l’arrivo degli americani nel 2003 per il cambio di regime. Questo chiaramente è stato un attacco alla regione per la destabilizzazione nel nome dell’esportazione della democrazia: in effetti abbiamo visto come in Iraq è fiorita la democrazia… Ė esattamente lo stesso sistema che ero stato utilizzato dai francesi in Libano. Anche in Iraq le istituzioni e i ruoli nelle istituzioni governative statali sono spartiti secondo le confessioni e secondo le etnie. la presidenza della repubblica ai curdi, la presidenza del consiglio agli sciiti, la presidenza del parlamento ai sunniti e così via; una modalità per impedire che ci fosse qualsiasi reale e vera democrazia nel paese, ma la spartizione del potere tra le varie famiglie che hanno ereditato quel regime. Tutto questo è avvenuto con una repressione feroce e una corruzione dilagante.
In realtà tra sciiti e sunniti, se non ci fossero le interferenze da parte dei paesi coloniali, non ci sarebbe nessun tipo di problemi dal punto di vista religioso. Nei paesi arabi musulmani sunniti e sciiti pregano nelle stesse moschee. Non c’erano queste divisioni, ma la ‘manina’ dei neo colonialisti ha fatto sì che alcune differenze diventassero la prima motivazione di uno scontro, che è tutto assolutamente originato dagli interventi esterni, che vogliono dominare il medio oriente, anche perché la questione mediorientale è fondamentale per i paesi capitalistici. Il prezzo del petrolio non sarebbe stato sostenibile senza le esportazioni di armi Medio Oriente. Un’area in qualche modo stabilizzata non avrebbe bisogno di armarsi e le industrie dei fabbricanti di armi smetterebbero di esportare per poter controbilanciare il deficit commerciale.
L’attacco da parte di Israele e di degli Stati Uniti, che si presenta come risposta verso all’Iran che vuole la bomba atomica, in realtà è assolutamente strumentale, perché gli stessi uffici della CIA e del Pentagono hanno sconsigliato questa mossa per eseguire le volontà di un Netanyahu bisognoso di mantenersi a galla. Trump ha visto una occasione politica per poter mettere in difficoltà l’Europa e pure la Cina e ha deciso questo attacco che è ancora in corso. C’è arrivato con un inganno perché, mentre si stava trattando e sembrava che tutto andasse per il meglio, si è arrivati a una distruzione delle infrastrutture e del vertice iraniano. Quale sarà lo sbocco questo non lo sappiamo, ma in ogni caso le monarchie del Golfo non ne usciranno fuori in condizioni migliori, perché possono soffocare la popolazione per lungo tempo, ma non all’infinito e non troveranno sempre le potenze occidentali pronte a proteggere, e a garantire la loro continuità soprattutto perché sono regimi corrotti, che si basano non su una trasparenza dell’economia ma su tutta una serie di meccanismi legati alle protezioni internazionali; che siano britannici, francesi o statunitensi di questo si tratta. A lungo andare non saranno queste famiglie del Qatar, dell’Arabia Saudita, del Bahrein e degli Emirati a continuare la loro politica di indifferenza nei confronti degli altri popoli. In particolare, per quanto riguarda gli Emirati, abbiamo visto il tentativo, addirittura, di capovolgere la realtà del conflitto israelopalestinese con gli Accordi di Abramo, che non hanno niente a che fare Abramo inteso come capostipite dei semiti.
In realtà si tratta di una invenzione del primo periodo dell’amministrazione Trump, che aveva scambiato favori con due monarchie del Golfo, la monarchia del Marocco e un paese diviso e in guerra come il Sudan, per avere quattro riconoscimenti di Israele. Riconoscimenti che non hanno portato nulla ai paesi arabi e semmai hanno portato tutto vantaggio all’economia di guerra israeliana. Emblematico è il caso del Marocco, che avendo riconosciuto Israele, ha ottenuto il riconoscimento da parte degli Stati Uniti dell’occupazione del Sahara occidentale, un territorio occupato militarmente dagli anni 70, da quando si sono ritirati spagnoli come ex potenza coloniale.
Questo non ha nulla a che fare con Abramo, non ha nulla a che fare con la ricerca della pace, non ha nulla a che fare con una possibile stabilizzazione del Medio Oriente. Molto chiaramente, anche se subdolamente, l’Arabia Saudita di Mohammed Bin Salman ha detto che è disponibile al riconoscimento di Israele, ma a condizione della nascita di uno stato palestinese. Netanyahu ha sempre preso in giro queste dichiarazioni, recentemente anche in modo esplicito. Ricordo che nel settembre 2023 quando è andato all’Onu con la cartina del Medio Oriente, la forma di Israele era dal fiume al mare, cioè dal fiume Giordano al mare Mediterraneo: quindi nessun riconoscimento nessuna prospettiva per la soluzione dei due tati, uno stato palestinese a fianco dello Stato di Israele, in grado di convivere in pace. Israele ormai è sulla strada dell’annessione non solo di Gerusalemme e del Golan, ma anche della Cisgiordania e di una buona parte di territorio siriano. Penso che gli accordi di Abramo ormai sono un ricordo del passato, perché una delle due parti contraenti non è assolutamente interessata e pensa, semmai, solo a dominare la regione. Una grande Israele, una potenza che controlla tutto il Medio Oriente, un stato di cose funzionale alla politica degli Stati Uniti. Non prevedo nessuna stabilizzazione attraverso gli accordi di Abramo
A.D.: Al di là degli equilibri geopolitici tra potenze in che modo questa fase del conflitto sta riscrivendo il contratto sociale, il sentimento di identità transnazionale all’interno delle popolazioni arabe e quanto spinte dal basso potranno realmente condizionare le scelte dei regimi della regione nel lungo periodo?
F.A.: Credo che la situazione dei popoli arabi sia una situazione molto complicata, perché da una parte c’è una ricchezza enorme della regione mediorientale, ma nello stesso tempo la povertà è una realtà che si tocca con mano. Esempio lampante: l’Arabia Saudita. Un paese guida, primo esportatore di petrolio, ma con due milioni di disoccupati. Ė chiaro che nessuno muore di fame in Arabia Saudita, ma le condizioni della popolazione non sono corrispondenti alla reale possibilità economiche del paese. Il regime monarchico della famiglia dei Saud riesce a tenere a bada la popolazione solo grazie alla presenza delle basi militari straniere e all’aiuto internazionale diplomatico da parte degli Stati Uniti. L’Europa, che parla molto di democrazia e accusa l’Iran di essere un paese non democratico, chiude non uno, ma tutti e due gli occhi su quello che succede in Arabia Saudita. Immaginate che ci sono delle donne, delle ragazze, che hanno protestato per ottenere il diritto alla guida. Nel 2019 sono state incarcerate nel momento in cui Mohammed Bin Salman, MBS in codice, ha deciso di fare un decreto per ammettere le donne alla guida, una sorta di elemosina data dal potere e non come diritto nato da rivendicazione. Ci sono state delle professoresse universitarie che per aver postato dei testi sugli account social sono state condannate al loro ritorno in Arabia Saudita con danni fortissimi: fino a 43 anni di prigione! I paesi fari della democrazia non hanno praticamente detto nulla, non hanno protestato e moltissimi giornali che alzano la voce per quanto riguarda altre realtà nei confronti dell’Arabia Saudita sono stati zitti. Ci sono stati moltissimi casi di questo genere e lo stesso succede in Qatar, paese sede di Al Jazeera, la tv che vorrebbe essere quella più democratica e diffusa di tutto il Medio Oriente.
Nessuno ricorda un poeta, che nel 2011 ha scritto una poesia assolutamente senza incitare alla rivolta contro l’emiro del Qatar, ma semplicemente esprimendo opinioni positive rispetto alle rivolte arabe di quell’anno. Fu incarcerato. condannato a trent’anni. Non è stato mai assolto dal punto di vista giudiziario, ma è stato amnistiato dal principe Tamim soltanto quando questa persona espresse il suo pentimento. Queste realtà rivelano grandi regimi repressivi e tutte le volte che ci sono state azioni di rivolta, nel 2019 principalmente in Iraq e in Libano, i movimenti sono stati soffocati anche con l’aiuto delle potenze occidentali, che proclamano ipocritamente l’impegno per democrazia e diritti dei popoli. Quello che viene attuato nei paesi arabi è un protettorato a sovranità limitata. L’’esperienza del 2011 ha dimostrato l’inganno che l’occidente ha messo a punto nei confronti delle rivolte delle masse arabe contro la repressione e la corruzione
Penso che ci vorrà qualche altra decina di anni prima che il movimento riprenda fiducia. Le opposizioni ci sono, ma non hanno la possibilità di avere un peso popolare forte. Il paese più emblematico in questo senso è l’Egitto, che ha una ricchezza enorme dal punto di vista sia petrolifero sia, da quello agricolo e industriale. Ė un paese che ha la stragrande maggioranza della popolazione sotto il limite della povertà e in cui non c’è nessuna rappresentanza reale democratica delle opinioni, malgrado abbia una popolazione acculturata, una presenza di grandi case editrice e con grandi pensatori. L’organizzazione delle masse popolari, però, è impedita. Il pensiero della gente comune è quello di cercare di guadagnarsi la giornata e non pensare alla politica. Questo è il populismo prevalso dopo le rivoluzioni nel 2011. L’Iraq è un altro esempio, perché nel 2019 c’è stato un movimento fortissimo contro la corruzione, ma è stato soppresso con l’accordo degli americani e delle varie famiglie che detengono il potere. Il paese ha la facciata della democrazia, che funziona solo alle elezioni. Hanno una legge elettorale capestro per cui nessun partito di opposizione, che non abbia una collocazione etnica o confessionale, può avere un proprio peso. Immagina che questo sistema elettorale cancella qualsiasi possibilità per i partiti non confessionali di poter accedere al parlamento. L’esempio libanese è un esempio lampante. In libano il Partito Comunista Libanese, un partito laico, praticamente non riesce ad eleggere nessun rappresentante in parlamento malgrado abbia ottenuto fino al 10% dei suffragi. Le elezioni avvengono su basi etniche, quindi, con un sistema maggioritario, gli sciiti eleggono dei rappresentanti sciiti, i sunniti eleggono dei rappresentanti sunniti, i cristiani eleggono dei rappresentanti cristiani e i drusi eleggono i drusi. Il voto per il la sinistra viene annullato e questo è l’esempio dell’eredità del colonialismo
La situazione di altri paesi anche come l’Algeria non è migliore, perché vi è una grande corruzione con un partito unico al potere, guidato dai militari. La rivolta avvenuta è stata soffocata con la repressione, con il carcere e così via. Ė molto difficile prevedere che ci siano dei cambiamenti anche se pensiamo subito al caso libico, dove, dopo la rivolta del 2011 e la caduta del dittatore che ha dominato il paese per 42 anni, invece di un Gheddafi abbiamo 100 piccoli suoi epigoni. Questa è la realtà di un paese che attualmente è diviso e dove l’unica garanzia è subordinata alla continuità dell’afflusso di petrolio da esportare e al tentativo di bloccare l’emigrazione verso il sud dell’Italia. Servirebbero delle scelte lungimiranti da parte delle quattro potenze che controllano la Libia attualmente, Italia, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti per garantire una stabilità del paese attraverso un accordo fra tutte le parti libiche per un governo unico. Solo così si potrebbe assicurare in qualche modo una distribuzione della ricchezza, che non sia sperequata e lontana dalla corruzione totale delle milizie, alle quali è stato consegnato il potere e il controllo sulla Banca Centrale libica.
Questi sono alcuni esempi che ho tentato di far emergere in modo molto sintetico. Essi sono il risultato di una presenza, di un controllo da parte dell’occidente nei confronti dei paesi arabi. Molte volte viene tirato in ballo lo scontro con i russi, ma in realtà la Russia ha un limitatissimo peso politico nella regione mediorientale. Lo ha dimostrato sia in Libia, sia in Egitto, sia Siria e oggi lo sta dimostrando con l’Iran.