L’esito del recente referendum costituzionale traccia uno spartiacque inequivocabile nella recente storia repubblicana. L’analisi dei flussi elettorali converge su un dato strutturale: il voto giovanile è stato il fattore determinante. Questo “No” non si è limitato a respingere il progetto di destrutturazione dell’Ordinamento dei tre poteri dello Stato, ma di fatto manda in soffitta l’idea di stampo autocratico del premierato, inoltre ha rappresentato una mozione di sfiducia strutturale verso l’attuale esecutivo e, più ampiamente, verso un intero paradigma politico-economico e militare.
Le istanze di una generazione: oltre il rifiuto costituzionale
Il messaggio proveniente dalle urne trascende il mero rigetto dell’architettura istituzionale proposta dalla destra. Si configura come un rifiuto categorico delle logiche di potenza suprematista e delle agende militariste. I giovani elettori hanno espresso una netta indisponibilità a supportare l’attuale escalation bellica globale, chiedendo lo stop immediato al riarmo e ai finanziamenti destinati ai teatri di guerra internazionali, ponendo in discussione gli stessi attuali assetti atlantici e le oligarchie della UE. A questa visione, contrappongono un’esigenza radicale di sicurezza sociale. Le priorità individuate sono la ricostruzione di un futuro basato sulla cooperazione internazionale, altro che guerre, sulla dignità del lavoro – soprattutto nei territori d’origine – e sulla garanzia di diritti universali. Questo si traduce nella richiesta di uno Stato che rimetta al centro sanità, scuola e servizi pubblici, respingendo modelli di sviluppo frammentati come l’autonomia differenziata in favore di un progetto autenticamente “popolare” ed egualitario, ponendo fine allo sperpero di denaro pubblico per strumenti di morte.
La miopia strategica dell’opposizione
Di fronte a un mandato elettorale così chiaro, che offre le basi per un’alternativa di governo concreta, l’atteggiamento dell’opposizione appare storicamente e politicamente inadeguato. Se fossero davvero intenzionati ad interpretare la richiesta giovanile, la logica imporrebbe la costruzione di un programma radicale, fondato sul pacifismo sistemico e sull’abbandono delle dottrine neoliberiste. Si lavorerebbe da subito per mettere in discussione l’utilità della Nato e di una UE nelle mani di un comitato d’affari gestito dalla speculazione finanziaria. Al contrario, il dibattito interno alle forze di minoranza si è immediatamente arenato su questioni procedurali (che sembra essere l’unica loro preoccupazione), come la convocazione di primarie per l’individuazione di una leadership, dimostrando una grave scollatura tra le priorità poste dalla società civile e le dinamiche di palazzo.
L’illusione strutturale del “Campo Largo”
L’incapacità di intercettare questa spinta al cambiamento non è un mero errore di comunicazione, ma un limite genetico di gran parte delle forze che compongono il cosiddetto “campo largo”. Una rigorosa analisi storica evidenzia come le agende politiche di molte delle figure di spicco e degli stessi partiti politici, di quest’area mostrino una radicata contiguità con quelle stesse politiche di austerità, liberismo e interventismo militare che i giovani oggi contestano aspramente. L’imbarazzo è evidente: accogliere pienamente le istanze giovanili significherebbe sconfessare decenni di scelte politiche. Tuttavia, la reticenza ad attuare questa rottura, riducendo l’azione politica a tatticismi per la conservazione di posizioni parlamentari, anche da parte di chi potrebbe dare impulso al cambiamento (5S e AVS) , porta con sé un rischio calcolabile e letale, e cioè la conservazione dell’attuale governo in carica. Se le premesse attuali non verranno radicalmente smentite, l’incapacità di leggere i movimenti profondi della società produrrà un esito inevitabile: il ritorno all’astensionismo di massa, in assenza di un’alternativa vera e percorribile, da parte di quella stessa fascia giovanile che ha determinato la vittoria del “No”. Un vuoto di partecipazione che, di fatto, garantirà la continuità e la sopravvivenza dell’attuale governo.
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