Leandro Janni, Consiglio regionale di Italia Nostra Sicilia
“I politici volano verso i luoghi in cui sono appena accaduti disastri o calamità naturali come avvoltoi sulle carogne: questi per strappare alla morte un po’ di carne, quelli un po’ di consenso.” (Giovanni Soriano, L’inconveniente umano, 2022)
Il ciclone Harry si è abbattuto inesorabilmente sulle coste siciliane, luogo di tutte le ambiguità e contraddizioni delle politiche di gestione del territorio siciliano. Ma esso ha colpito duramente anche l’entroterra siciliano, determinando l’impressionante frana di Niscemi. Dunque, le poderose mareggiate e tempeste di questo inverno, in Sicilia, hanno provocato crolli, allagamenti, dissesti e la distruzione di tratti di litorale già alquanto compromessi. Devastate infrastrutture, abitazioni e attività economiche e produttive. Centinaia di cittadini hanno dovuto abbandonare le loro case. Possiamo affermare che si è trattato di un disastro prevedibile. Disastro fortemente aggravato dall’alterazione degli ecosistemi e dei paesaggi originari, e dunque dall’occupazione scriteriata di brani di territorio fragili e in cui, nel corso degli anni, sono state realizzate, senza alcun limite, costruzioni, opere di ogni genere.
Quanto è accaduto a Niscemi non è frutto del caso o soltanto della forza impetuosa della natura. Non dobbiamo dimenticare che il quartiere Sante Croci e il margine ovest di Niscemi hanno già fatto i conti con una frana distruttiva nel 1997: case lesionate, chiesa demolita, urbanistica ridefinita. L’attuale, impressionante attivazione della frana evidenzia, ancora una volta, inequivocabilmente, la necessità di politiche di adattamento e riduzione del rischio: ovvero monitoraggio continuo, soglie di allerta calibrate sul comportamento del versante di frana, gestione delle acque superficiali e sotterranee, stringenti regole d’uso del suolo. Insomma: quando nel 2014 si adeguó il PRG al PAI (Piano Stralcio di Bacino per l’Assetto Idrogeologico della Sicilia dell’anno 2006) che classifica le aree R4 del territorio comunale (la più grave dal punto di vista del dissesto ideologico), oltre alle opere di mitigazione si sarebbero dovuto delocalizzare le cubature esistenti, rimuovere gli edifici dalle zone a rischio per ricollocarle in aree in sicurezza e, di conseguenza, acquisire l’area di sedime dell’edificio demolito al patrimonio indisponibile del Comune, anziché aspettare la tragedia e la fuga odierna dei residenti.
Ma quanto di tutto questo è stato fatto in questi ultimi anni? Poco o nulla. Scrive Adelaide Conti, insegnante di Niscemi: «Negli anni Niscemi ha imparato, suo malgrado, a convivere con la perdita. Diversi anni fa il crollo di un ponte portò alla distruzione della linea ferroviaria e alla chiusura della stazione, isolando il paese e segnando una frattura profonda nello sviluppo del territorio. Nel 1997 una frana devastò parte del centro storico, lasciando ferite mai del tutto rimarginate. Oggi nuovi cedimenti del terreno riaccendono la paura e riportano alla luce una fragilità strutturale mai realmente affrontata seppure puntualmente denunciata. Questi eventi non sono solo emergenze geologiche, ma ferite sociali. La popolazione è stata costretta a vivere per anni nel disagio, tra insicurezza, promesse di interventi e una sensazione costante di abbandono. Niscemi non chiede pietà – e i santi non hanno i mezzi per intervenire – ma serve attenzione, prevenzione e rispetto: perché perdere infrastrutture, case e serenità non può diventare una normalità. Il pensiero, ora, va agli sfollati, alle famiglie che ancora una volta pagano il prezzo più alto».
E non dimentichiamo la sconcertante vicenda del Muos: ovvero l’aver consentito, la Regione Siciliana e lo Stato, alle forze armate USA, di impiantarsi illegittimamente all’interno di un’area protetta naturale, la Riserva naturale orientata Sughereta di Niscemi, a ridosso del centro abitato. Il MUOS è un avanzato sistema di comunicazioni satellitari gestito dalla Marina statunitense per forze navali, aeree e terrestri, operativo dal 2019. A nulla sono valse le forti e ripetute proteste di cittadini, comitati civici e ambientalisti.
Insomma: la devastazione determinata dal ciclone Harry non può essere considerata un’emergenza inaspettata. Essa è indubbiamente il risultato di decenni di mancato rispetto delle leggi, di totale assenza di programmazione e prevenzione in un contesto in cui i cambiamenti climatici in atto amplificano l’energia dei fenomeni meteomarini. In Sicilia condoni e abusivismo hanno prodotto illusioni e danni. La politica, i governi regionali e nazionali hanno responsabilità gravi. E i conti prima o poi si pagano.
Ribadiamo pertanto la necessità di programmare e pianificare imprescindibili interventi di tutela e salvaguardia del territorio; dismettere, decostruire tutto ciò che deve essere dismesso, decostruito; bloccare il consumo di suolo e nuove edificazioni a cominciare dalle coste; porre in essere opportune politiche di sanazione, mitigazione e adattamento finalizzate a contrastare gli effetti del cambiamento climatico; programmare e realizzare interventi di rinaturalizzazione e di ripristino degli ecosistemi e dei paesaggi originari. Ripensare con coraggio, forza e immaginazione il modo di abitare nei nostri territori: dalle spiagge e dalle zone costiere fino all’interno dell’Isola, lungo torrenti, colline e montagne.
La devastante frana di Niscemi riporta alla memoria il crollo del centro di Agrigento, la grande frana del 1966. Non ci furono morti perché era stato un evento annunciato ma in qualche modo segnò una svolta. Il ministro dei Lavori Pubblici, il socialista Giacomo Mancini, incaricò il direttore generale del ministero Michele Martuscelli di fare una relazione su quanto era accaduto. Martuscelli produsse un documento esemplare nel quale si spiegava che all’origine della fragilità di quel territorio c’era la speculazione edilizia, che era la malattia di Agrigento come di quasi tutto il nostro Paese. Era così, infatti, anche a Roma, a Napoli, a Palermo.
Per la prima volta l’opinione pubblica seppe come stavano venendo su le nostre città. La frana di Agrigento però aprì la strada alla cosiddetta “Legge Ponte”, così denominata perché doveva portare alla riforma urbanistica e ne anticipava alcune parti importanti come gli standard urbanistici con i quali si fissavano dei parametri: tanti metri quadri di verde per abitante, tanti di parcheggi, tanti di spazi pubblici. Insomma, era una prima affermazione del diritto dei cittadini alla città.
I nove decimi dello spazio urbanizzato in quasi tutto il nostro Paese è stato costruito negli ultimi settant’anni senza regole e senza forma, tra abusivismo e speculazione, spessissimo senza cura e senza qualità. E le città nelle quali abitiamo sono informi, senza confini percepibili. Sterminate distese di metri cubi su metro quadro di cemento, senza verde, senza servizi.
La riforma urbanistica non è mai stata portata a termine perché c’erano interessi enormi della proprietà fondiaria e dei costruttori e avrebbe richiesto una forza e una coesione della politica che non c’era. Poi, con il passaggio dell’urbanistica alle Regioni, una politica nazionale per le città non c’è più stata. E i danni li abbiamo sotto gli occhi. Soprattutto qui, in Sicilia. E’ giusto ricordare anche delle vicende positive. Con La Pira sindaco di Firenze e Dozza sindaco di Bologna sono state fatte cose insigni. L’assessore all’urbanistica della giunta Dozza era Giuseppe Campos Venuti e al suo successore, Pier Luigi Cervellati, si deve il piano per il centro storico di Bologna, che fissava due principi fondamentali: 1) che il centro storico andava tutelato nel suo complesso come monumento in sé; 2) che non andava snaturato da punto di vista sociale ma doveva essere il luogo di investimenti nell’edilizia popolare. Il primo a scrivere che il centro storico era un “unicum” organico, unitario era stato Antonio Cederna. Campos Venuti e Cervellati hanno concretizzato quel concetto e aperto la strada. Possiamo dire che l’Italia, in gran parte, è il Paese che ha meglio tutelato l’integrità dei suoi centri storici.
Napoli, con la giunta di Maurizio Valenzi e poi con Antonio Bassolino ha fatto scelte urbanistiche rilevanti, esemplari. Il suo piano regolatore non prevede consumo di suolo e questa oggi dovrebbe essere la regola fondamentale di ogni piano urbanistico comunale. E oggi – diciamolo – è anche più semplice porre in essere questa regola. La spinta demografica si è bloccata e i tanti volumi vuoti delle nostre città possono essere riutilizzati, rigenerati per soddisfare la domanda di alloggi che ancora esiste. La sensibilità ambientale è cresciuta ed è più facile far comprendere che continuare a cementificare è davvero inutile e dannoso. Insomma, c’è un lavoro enorme di ricostruzione, rigenerazione, riabilitazione del patrimonio già costruito o mal costruito. “Zero consumo di suolo” non vuol dire negare lo sviluppo, anzi: vuol dire fare le cose che servono alle nostre città, ai nostri territori.
Di certo oggi bisognerebbe intervenire rimettendo mano alle periferie, ripensandole, ridefinendole, rifacendo pezzi di città e la spesa pubblica dovrebbe essere il punto di partenza. Ma ci vorrebbero idee, cultura, modelli di riferimento, risorse economico-finanziarie, competenze amministrative. Ci vorrebbe una buona politica capace di riattivare fiducia e speranza. Una buona politica capace di riattivare processi virtuosi, capace di immaginare e realizzare città belle, ecologicamente sane, aperte e accoglienti.