Tratto da Osservatorio Repressione
Una vittoria dei giovani e dei movimenti contro Stato di polizia, guerra e disuguaglianze.
La vittoria del No al referendum segna una sconfitta netta e senza appello per il governo Meloni. È stata respinta una forzatura grave, un tentativo di alterare gli equilibri costituzionali e piegare la giurisdizione al potere esecutivo. Ma fermarsi qui sarebbe un errore. Perché questo voto non è stato solo un voto contro una riforma: è stato un voto contro un modello. È stato un No politico a tutto tondo.
A dirlo con chiarezza sono anche i numeri. Sotto i 34 anni il No ha raggiunto il 61%. Sopra i 50 anni ha vinto il Sì. Tra gli anziani il Sì ha stravinto. È una frattura generazionale netta, che racconta molto più del referendum stesso.
Per anni questi giovani sono stati descritti come disinteressati, senza idee, apatici. Quando si mobilitano vengono puniti o ridicolizzati. A loro abbiamo lasciato un mondo segnato da precarietà, guerra, crisi climatica e disuguaglianze crescenti. E troppo spesso siamo stati indifferenti al loro futuro. Eppure non hanno accettato di essere invisibili.
Continuano a farsi sentire, anche quando tutto sembra remare contro: i numeri, prima di tutto. E poi un discorso pubblico che li liquida con frasi stanche – “ai miei tempi”, “andate a lavorare” – incapace di riconoscere la profondità della loro domanda politica.
È dentro questa energia che si è costruita la vittoria del No. Una spinta sociale che viene dalle mobilitazioni contro il genocidio a Gaza, contro l’economia di guerra, contro il neoautoritarismo che attraversa l’Occidente. È un No che nasce nei movimenti, non nei palazzi.
Ed è un No che ha avuto piena consapevolezza della posta in gioco. Gli elettori – e in particolare quelli più giovani, nonostante gli ostacoli posti ai fuorisede – hanno capito che non si trattava di una questione tecnica sulla giustizia, ma di un passaggio politico decisivo. In gioco non c’era l’efficienza del sistema giudiziario, ma un disegno più profondo: la costruzione di un modello autoritario fondato sulla riduzione degli spazi di libertà, sulla criminalizzazione del conflitto sociale e sull’espansione dello Stato di polizia. È stato un voto contro questa prospettiva distopica, contro l’idea che il dissenso debba essere represso e che il diritto penale diventi lo strumento ordinario di governo della società.
È anche un No all’Europa così com’è: incapace di rappresentare un orizzonte di diritti, sempre più allineata alle logiche del riarmo e della guerra. Un’Europa che parla di valori mentre accetta la compressione delle libertà e la normalizzazione della violenza come strumento politico.
Ed è un No ai manganelli. Ai dispositivi repressivi con cui i governi rispondono a chi protesta, a chi sciopera, a chi paga il prezzo delle loro politiche economiche. In un Paese in cui crescono precarietà e disuguaglianze, la risposta del potere è sempre più spesso la criminalizzazione del dissenso e l’espansione delle politiche sicuritarie.
Ma dentro questo voto convivono anche elementi contraddittori. Accanto alla spinta anti-autoritaria, reale e crescente, resta presente un senso comune giustizialista e antipolitico sedimentato negli anni. Un senso comune che ha trasformato il diritto penale in una risposta automatica ai problemi sociali e che è stato poi riutilizzato – soprattutto dalla destra – contro gli ultimi e i penultimi della società.
Questa contraddizione è il prodotto di una lunga stagione in cui l’azione penale è stata caricata di un ruolo improprio: quello di supplire alla politica, di regolare i conflitti sociali, di sostituire il progetto con la punizione. In quella fase è stato marginalizzato chi sosteneva che il processo penale dovesse essere un mero accertamento di reato e non uno strumento di gestione emergenziale della società.
Da lì è iniziato il passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale. Un processo che ha alimentato l’antipolitica e ha contribuito alla svolta a destra del Paese.
Per questo sarebbe un errore gravissimo leggere questo risultato come una vittoria dei partiti del campo largo. E non ha vinto nemmeno quella cultura forcaiola, presente in larghi settori delle forze di opposizione e tra opinionisti e editorialisti di riferimento che continuano a pensare il penale come soluzione ai problemi sociali. Quel No non è stato un voto per più repressione, ma contro la repressione e le politiche che la rendono possibile. Se qualcuno proverà a intestarselo, lo tradirà.
La verità è che questo voto apre uno spazio, ma non lo riempie. Ha fermato una marcia autoritaria, ma non ha ancora invertito la rotta. Pensare che si traduca automaticamente in una vittoria politica alle prossime elezioni sarebbe un abbaglio.
Chi fino a ieri pensava di vivere in un Paese allo sfascio oggi non può illudersi di essersi risvegliato in un giardino fiorito.
Eppure qualcosa si è mosso. Come già era accaduto con le mobilitazioni per la Palestina, emerge un pezzo importante di Paese che esiste, si attiva, prende parola. Un potenziale interlocutore reale che però la sinistra e i movimenti fanno ancora fatica a intercettare con continuità. Qui sta uno dei nodi decisivi.
Non è solo una questione di rapporti di forza, ma anche di limiti soggettivi: frammentazione, scarsità di risorse, difficoltà organizzative. Ma anche modelli di partecipazione che non funzionano più, linguaggi che non parlano a tutti, pratiche e obiettivi che vanno ripensati.
Perché la fase che si apre sarà più dura. La crisi che arriva – economica, sociale, geopolitica – farà una radiografia spietata di tutte le inadeguatezze. Per questo oggi la parola chiave non è alternanza, ma alternativa.
Alternativa significa anche rompere il paradigma sicuritario e l’espansione continua del diritto penale. Significa uscire dall’emergenza permanente e dal panpenalismo che ha trasformato la repressione in linguaggio ordinario della politica. Significa rivedere profondamente il codice penale dimezzando reati e pene, e restituire al carcere il carattere di extrema ratio.
Questa riflessione non può prescindere dalla drammatica realtà del sistema carcerario. Le carceri italiane sono oggi il luogo in cui il fallimento del modello penale si manifesta in modo più evidente: sovraffollamento, condizioni disumane, suicidi, negazione sistematica dei diritti. Un sistema che non risolve alcun problema sociale, ma produce esclusione e sofferenza. Eppure, di fronte a questa realtà, la risposta politica dominante – non solo a destra – continua a essere l’espansione del penale, l’inasprimento delle pene, l’uso della detenzione come soluzione automatica. È qui che la cultura giustizialista mostra tutta la sua responsabilità: nel considerare il carcere uno strumento neutro, nel rimuovere la sua funzione reale di dispositivo di gestione della marginalità, nel legittimare una spirale repressiva che colpisce sempre gli stessi soggetti. Senza una rottura netta con questa cultura, ogni discorso sull’alternativa resterà incompiuto.
Ma soprattutto alternativa significa restituire legittimità politica al conflitto.
Una società democratica non si difende reprimendo il dissenso, ma riconoscendolo. Non si rafforza con più carcere, ma con più diritti. Non si governa con la paura, ma con la giustizia sociale.
Il No ha mostrato che un pezzo di Paese esiste. Ora quel pezzo di Paese deve diventare progetto politico. Abbiamo fermato una deriva. Adesso dobbiamo costruire una direzione. Perché una vittoria difensiva può essere solo l’inizio. Non la fine.