Stante il dibattito politico che si è aperto in Rifondazione Comunista crediamo di fare cosa utile nel pubblicare i due documenti che sono stati presentati a conclusione dei lavori del Cpn del 10/11/12 aprile. Il documento che chiede di dare ” la parola agli iscritti …” e che di seguito riportiamo integralmente, ha raccolto 80 voti. Riguardo a questa richiesta di una consultazione tra le/gli iscritte/i è in atto una raccolta firme in tantissimi Circoli del partito. Il documento presentato da Maurizio Acerbo per “un fronte costituzionale…” ha raccolto 89 voti. Di seguito il link per andare anche su questo documento.
Diamo la parola alle compagne e i compagni per rilanciare Rifondazione Comunista.
Per l’alternativa alla guerra, al riarmo, all’autoritarismo, al liberismo
IL CONTESTO INTERNAZIONALE DI GUERRA
Mentre confidiamo che la tregua tra Iran e Stati Uniti – palesemente sabotata dal criminale governo israeliano – possa portare alla fine della guerra terrorista scatenata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, la terza guerra mondiale a pezzi, denunciata da Papa Francesco, avanza. Questa condizione tende a trasformare radicalmente le nostre società in sistemi di guerra che permeano e plasmano il complesso delle relazioni sociali, anche quando, in apparenza, non direttamente coinvolte nel conflitto armato.
Il macabro orizzonte di morte e distruzione è la cifra di questo nostro tempo: il genocidio perpetrato a Gaza dallo Stato sionista di Israele rappresenta l’esempio più drammatico ma purtroppo non l’unico, come vediamo quotidianamente. Viviamo in una fase di barbarie capitalistica.
La terza guerra mondiale a pezzi in cui siamo precipitati è il frutto delle scelte dell’imperialismo statunitense, che utilizza l’aggressione militare per tentare di riappropriarsi di un potere a dir poco compromesso sul piano economico, tecnologico e finanziario. Questa sanguinaria scommessa non ha però dato i frutti sperati.
La guerra in Donbass – pervicacemente voluta dalla presidenza Biden e dalla NATO – invece di spezzare le reni alla Russia ha certificato che l’Occidente non ha una supremazia militare sulla Russia e – attraverso le sanzioni – ha aperto la strada al declino industriale dell’Unione Europea e alla dedollarizzazione del commercio mondiale.
Dal canto suo Trump, dopo aver aggredito il Venezuela e rapito il Presidente Maduro e la compagna Cilia Flores, ha attaccato l’Iran per impadronirsi dei giacimenti di petrolio al fine di sostenere l’enorme debito pubblico statunitense.
La tregua finalizzata alla definizione di un accordo di pace, al di là della palese volontà di Israele di continuare la guerra, ci parla delle difficoltà di questa strategia statunitense di recuperare una posizione di comando fondata sul terreno militare.
Gli USA si trovano dinnanzi al loro declino senza avere vie di fuga facilmente praticabili: la certificazione della perdita della loro posizione di dominio in un mondo sempre meno unipolare è all’origine e alimenta le tendenze alla guerra, compreso il rischio nucleare.
In questa fase politica di transizione, il sistema di guerra e l’imperialismo statunitense costituiscono il quadro in cui inserire la nostra lotta quotidiana per la difesa dei diritti sociali, civili e ambientali, per la liberazione e l’emancipazione degli uomini e delle donne.
GUERRA, ATTACCO ALLA DEMOCRAZIA, CRISI ECONOMICA
Lo scenario di guerra si accompagna alla riduzione degli spazi di democrazia e determina un vero e proprio divorzio tra capitalismo e democrazia, interpretato in modo evidente e pesante dalle politiche fascistoidi ma non ne sono esenti le tendenze politiche liberali che si collocano nel centro sinistra. La repressione che in molti paesi europei hanno subito i movimenti contro il genocidio di Gaza unite alle forme amministrative con cui si restringono gli spazi di democrazia, si coniugano con la trasformazione bipartisan della politica in governance, in amministrazione “tecnica” delle politiche di guerra e riarmo a scapito dei diritti sociali.
In Europa, la folle corsa della spesa militare concordata in sede NATO sta determinando politiche repressive e la completa distruzione del welfare, che si intreccia con la crisi dell’apparato produttivo per l’aumento dei costi delle materie prime e dell’energia causati dalle sanzioni alla Russia. Le politiche di guerra delle classi dominanti europee stanno quindi producendo un impoverimento complessivo del continente in un contesto di distruzione dell’industria civile e di drenaggio dei risparmi europei verso il continente americano: l’economia di guerra produce danni anche se l’Unione Europea non è formalmente in guerra con nessuno. L’Unione Europea si è trasformata in questi anni in una sorta di braccio politico della Nato. che ha esteso il “pilota automatico” dalle politiche liberiste alle politiche di guerra, calpestando ogni forma di democrazia.
IL QUADRO NAZIONALE
In questo contesto mondiale ed europeo, che condiziona pesantemente la situazione italiana e ne indirizza larga parte delle scelte, il governo Meloni si caratterizza per il servire due padroni – Trump e l’Unione Europea – prendendo il peggio da entrambi.
Un governo di incapaci, pesantemente immischiati in pratiche corruttive e di malaffare, che riproduce il tipico ambiente mefitico che ha caratterizzato tutti i governi di centro destra da Berlusconi in avanti.
Un governo di destra, artefice di politiche antisociali e autoritarie, oggi sconfitto nel tentativo di manomettere la Costituzione e indebolito nel rapporto con la società, trova però il suo principale punto di forza nell’assenza di una proposta alternativa da parte dell’opposizione parlamentare, a partire dalle questioni cruciali della crisi economico/sociale, della guerra e delle spese militari.
I ripetuti invii di armamenti in Ucraina, le politiche di riarmo italiano ed europeo, il sostegno a Ursula von der Leyen, rendono quasi impercettibili le differenze fra i due schieramenti sul piano delle politiche di guerra.
La mancanza di proposte alternative su punti decisivi per l’economia europea ed italiana – come la necessaria ripresa del ruolo pubblico – e la convergenza contro il superamento delle sanzioni alla Russia o dei Fondi “integrativi” che distruggono il welfare – rendono indistinguibili le posizioni.
L’assenza di alternativa non si riscontra solo nei decisivi nodi strutturali delle politiche legate alla guerra e al liberismo ma arriva anche ad elementi di fondo della cultura politica, come il DDL che equipara antisionismo e antisemitismo che, tra voti favorevoli e astensioni, ha visto il pieno coinvolgimento del PD nella sua promozione.
L’ALTERNANZA NON SCONFIGGE LE DESTRE
Il punto fondamentale con cui fare i conti è che il conflitto tra maggioranza e opposizione, rimanendo confinato ad un fisiologico scontro istituzionale che non esprime una alternativa sociale, non è in grado di intercettare i bisogni sociali e la domanda di cambiamento che – come ha mostrato il risultato referendario – esiste ed è assai diffusa.
È infatti evidente che nella situazione di grave crisi sociale che caratterizza il nostro paese – oggi aggravata dalla guerra – l’alternanza non solo non è stata utile per sconfiggere la destra fascista ma in questi trent’anni ha progressivamente peggiorato la situazione determinando il distacco della società dalla politica e un ruolo sempre maggiore della destra fascistoide. La strada dell’alternanza è lastricata di magnifici propositi che poi ci restituiscono semplicemente una destra più forte e più radicalizzata di prima.
Inoltre l’alternanza tra simili ha deteriorato così tanto il terreno della politica da renderlo un fattore di indebolimento del tessuto democratico del paese.
Occorre quindi costruire un’alternativa popolare per raccogliere la forza sociale in grado di contrastare il liberismo e le politiche di guerra e per questa via di togliere spazio, consenso e potere alle destre.
I PUNTI DI FORZA PER COSTRUIRE L’ALTERNATIVA, FERMARE LA GUERRA LE DESTRE E IL NEOLIBERISMO.
La recente vittoria dei NO nel referendum costituzionale sulla Magistratura rappresenta un grande risultato: una maggioranza antifascista e costituzionale si è attivata di fronte al rischio della manomissione delle regole democratiche.
In questa maggioranza spiccano una giovane generazione, mobilitata contro il genocidio, che è uscita dall’astensionismo; le donne, sempre più colpite dalla riduzione dei diritti; il Mezzogiorno, colpito dai tagli allo stato sociale e dall’autonomia differenziata; la partecipazione al voto di tante e tanti delle più varie fasce d’età che non sono motivati al voto nelle elezioni.
Anche Il clima sui posti di lavoro riguardo al referendum è stato significativamente migliore da quello relativo alle ultime tornate elettorali. Il referendum, in generale, ha visto un deciso aumento della partecipazione al voto rispetto alle ultime elezioni europee (7 punti percentuali in più) ed anche rispetto alle consultazioni regionali là dove si sono tenute, a dimostrazione di una mobilitazione civile che si riattiva quando la posta in gioco è chiara e ogni voto risulta dirimente. Una partecipazione che va molto al di là dei confini delle forze politiche.
Per la terza volta consecutiva il popolo italiano si è opposto alla manomissione della Costituzione, vera e propria pietra miliare della nostra nazione. Nel 2006 venne respinto il tentativo berlusconiano, nel 2016 quello di Renzi – allora segretario del PD – ed oggi il tentativo di Meloni.
Le manomissioni passate sono state quelle del pareggio di bilancio in Costituzione che, dato l’accordo tra centro-destra e centro-sinistra in Parlamento, non fu sottoposto al voto popolare; la sciagurata modifica del Titolo V della Costituzione con cui il centro-sinistra aprì la strada alla Lega per l’autonomia differenziata; il taglio del numero dei parlamentari nel 2020, sostenuto da centro-destra e centro-sinistra. Tutte scelte seguite allo scardinamento del sistema proporzionale sostenuto da Segni e Occhetto.
Se lo sconfitto di questa consultazione è certamente il governo Meloni, il vincitore non è il campo largo (di cui una parte votava SI) ma lo spirito costituzionale di chi ritiene saggio tener ferme le tutele e le garanzie contenute nella Carta.
Nei commenti post voto assistiamo, al contrario, ad un profluvio di dichiarazioni degli esponenti del centro-sinistra che leggono il voto come “cosa propria”, in una dimensione politicista che confonde il voto contro la manomissione della Costituzione con una promessa di voto a loro stessi. Si tratta di una lettura infondata che non fa i conti con la realtà ed in particolare con il vero fenomeno politico che si è manifestato in questo referendum e che ha permesso la vittoria del NO: il voto dei giovani e delle donne.
Occorre quindi sottolineare la qualità sociale e politica del NO a partire da quello espresso dalla “generazione Gaza”. Si tratta di giovani al di sotto dei 35 anni che si presentano come vera e propria generazione politica e pongono una radicale richiesta di alternativa, al confine tra l’etica e la politica, così come è stat0 nella mobilitazione contro il genocidio. Senza questa mobilitazione giovanile il risultato sarebbe stato diverso.
Per quanto riguarda il voto delle donne non si può non vedere in quel voto la diffidenza verso le politiche di guerra e il desiderio di difendere una Costituzione che è garante dei diritti individuali e sociali.
Così come per il Mezzogiorno non si può non cogliere la contrarietà ad una marginalizzazione che viene attuata sia con le manomissioni istituzionali che con il taglio della spesa sociale.
Da qualunque parte la si guardi, l’eccedenza sociale che ha permesso la vittoria del NO nel referendum ha poco a che vedere con le primarie e i contenuti del campo largo ed ha – al contrario – una forte richiesta di rifondazione etica, valoriale, costituzionale della politica, sul terreno della pace, della libertà e della giustizia sociale.
La stessa mobilitazione No Kings e le altre mobilitazioni – come quella di ieri a difesa di Cuba – parlano dell’esigenza di un forte di cambiamento.
La partecipazione di massa al corteo del 28 marzo ha visto una positiva eccedenza sociale, che è andata molto al di là della piattaforma iniziale ed ha posto in primo piano il no alla guerra, al riarmo, alle politiche di guerra. Il popolo della pace si è ritrovato in piazza in quella giornata, assai distante dai voti bipartisan al riarmo europeo o all’equiparazione tra antisionismo e antisemitismo.
DECIDERE INSIEME LA PROPOSTA POLITICA
In questo quadro è necessario che il Partito della Rifondazione Comunista si faccia portatore di una proposta politica ed elettorale che sia in grado di interpretare positivamente la domanda di cambiamento emersa dalle mobilitazioni contro il genocidio a Gaza, dal NO nel referendum, dalle mobilitazioni contro i re e la guerra.
La situazione di guerra pone a Rifondazione Comunista la necessità di costruire l’alternativa, a partire da una coalizione popolare contro la guerra, la NATO, le spese militari, le politiche liberiste ed antipopolari e il fascismo, in alternativa al centro destra come al PD.
Si tratta di proporre immediatamente questa prospettiva, al fine di dare una risposta credibile e duratura alla positiva domanda sociale. Ogni attendismo ulteriore, oltre a degradare ulteriormente la capacità politica di Rifondazione Comunista, è destinata a frustrare quel desiderio di cambiamento che è invece la forza principale su cui far leva per cambiare le cose nel nostro paese.
Purtroppo, nonostante il Documento approvato dal Congresso affermasse testualmente “…Non si pone quindi il tema di un nostro ingresso nel centrosinistra o nel cosiddetto campo largo sia perché esso così com’è non è in grado di rappresentare un argine alla destra, sia perché stante la nostra debolezza saremmo sostanzialmente ininfluenti.”, il segretario nazionale ha proposto in questo CPN proprio di dar vita ad un accordo elettorale con il cosiddetto campo largo.
Viste la palese contraddizione rispetto al mandato congressuale e le divisioni interne al gruppo dirigente, proponiamo ancora una volta di dare voce direttamente a tutti i compagni e le compagne del partito, attraverso l’organizzazione, entro la fine di maggio, di una consultazione, ai sensi dell’articolo 15 dello Statuto del partito.
Si tratta anche di un impegno avevamo comunemente presi nell’ambito del congresso nazionale e il tempo per renderlo concreto è ora, in modo che i compagni e le compagne iscritte a Rifondazione possano scegliere nella più grande chiarezza l’indirizzo politico del partito ed in modo che questa scelta venga fatta in tempo utile per poter scegliere davvero. Il tempo è ora!
LE NOSTRE PROPOSTE CONCRETE DI AZIONE POLITICA
– Rilanciare con forza l’impegno pacifista e antimperialista. A partire dal no a tutte le guerre, in Ucraina come all’Iran e al Libano, occorre rafforzare il sostegno al popolo palestinese in Cisgiordania e Gaza, alla rivoluzione cubana e bolivariana come a tutti i popoli e i paesi che vengano fatti oggetto di attacchi militari. Occorre ampliare e qualificare la campagna NO KINGS a partire dal No alla NATO e all’aumento delle spese militari. In questo quadro occorre denunciare ogni complicità col regime sionista di colonizzazione e apartheid, smascherare il sistema di occupazione, contrastare le proposte di legge che equiparano antisionismo e antisemitismo.
– Attivare una vera e propria campagna contro l’Europa della guerra e della finanza, rivendicando la rottura degli accordi economici e militari della UE con gli Stati Uniti, la piena indipendenza, la messa in discussione del Patto di Stabilità, l’opposizione ad ogni finanziamento della guerra in Ucraina, l’apertura di serie trattative di pace e la ricostruzione di normali relazioni economiche con la Russia, a partire dalla riapertura delle forniture di gas e petrolio, l’opposizione a qualunque modifica della governance europea che abolisca il diritto di veto dei singoli paesi. L’Altra Europa di cui abbiamo bisogno è l’esatto opposto di questa Unione Europea liberista e guerrafondaia, gestita dalla Commissione Presieduta dalla von der Leyen, di cui dobbiamo chiedere le dimissioni.
– Costruire una mobilitazione straordinaria in vista del 25 aprile, che intrecci il risultato referendario con il rilancio della Costituzione a partire dagli artt. 3-5-11: rilancio del pubblico e del welfare, difesa dell’unità nazionale e dell’eguaglianza dei diritti, NO al riarmo e alle spese militari. Intrecciare la lotta per la piena applicazione della Costituzione alla pace, alla questione sociale e alla difesa degli spazi di democrazia e di dissenso. Legare il NO nel referendum alla denuncia del carattere antipopolare del Governo Meloni e delle sue politiche neoliberiste a senso unico: foraggiare i padroni e i banchieri, aumentare le spese militari e continuare l’erosione del reddito e dei diritti dei/lle lavoratori/ici e dei ceti popolari.
– Attraversare la festa del Primo Maggio sostenendo nei luoghi di lavoro, in tutte le strutture autorganizzate di base e all’interno delle organizzazioni sindacali, la necessità di unificare le lotte e rilanciarle come condizione imprescindibile per sfondare il muro dell’intransigenza antipopolare del governo e le complicità di un’opposizione che assume posizioni di stampo neoliberista. Ci impegniamo affinché il Primo maggio possa costituire un punto di espressione visibile dei percorsi dal basso avviati in questi mesi attraverso l’appello firmato da migliaia di lavoratori e delegati per lo sciopero unitario tra Cgil e sindacati di base.
– Rilanciare la mobilitazione contro il progetto di autonomia differenziata che il Governo sta portando avanti attraverso la legge delega sui LEP e la sottoscrizione di intese con 4 regioni del Nord. Si tratta di provvedimenti che ignorano le prescrizioni contenute nella sentenza 192/2024 della Corte Costituzionale, marginalizzano il Parlamento e aumentano in modo disastroso le diseguaglianze; per questo vanno osteggiati con determinazione, sul piano nazionale e territoriale, sociale e costituzionale.
– Proseguire la mobilitazione contro l’attacco al conflitto e agli spazi di aggregazione sociali e contro il nuovo DDL sicurezza.
– Rilanciare la campagna sul salario minimo legandola alla proposta della patrimoniale sulle grandi ricchezze, per finanziare sanità, scuola, lavoro, lotta ai cambiamenti climatici e ripristino della scala mobile.
– Costituire un vero e proprio Dipartimento esteri, plurale, allargato, che si riunisca regolarmente e che si occupi anche di innalzare il livello di analisi e dibattito politico del partito sulle questioni internazionali.
– Dar conto dell’esito del tesseramento 2025, di cui non sono stati resi noti i dati, e condurre la campagna di tesseramento 2026 rendendo trasparente e partecipata la gestione dei dati.
Daniela Alessandri, Valeria Allocati, Eveline Amari, Elena Maria Anelli, Simone Antonioli, Michela Arricale, Fabrizio Baggi, Tatiana Bertini, Marina Boscaino, Nicola Candido, Giovanna Capelli, Silvana Cesani, Nicola Cesaria, Marisa Chiaretta, Maria Rosaria Ciao, Roberto Ciccarelli, Monica Coin, Luisa Colombo, Marco Consolo, Mimmo Cosentino, Stefania De Marco, Alberto Deambrogio, Erica Erinaldi, Fiorenzo Fasoli, Eliana Ferrari, Paolo Ferrero, Loredana Fraleone, Grazia Francescatti, Giada Galletta, Alessio Giaccone, Luca Grasselli, Stefano Grondona, Tonia Guerra, Cristian Iannone, Alessandra Lanzeni, Roberta Leoni, Ezio Locatelli, Massimo Lorusso, Vittore Luccio, Stefano Lugli, Francesco Macario, Nando Mainardi, Antonello Manocchio, Nicolò Martinelli, Maura Mauri, Vito Meloni, Michela Onnis, Dmitrij Palagi, Lorenzo Palandri, Antonello Patta, Luigi Pede, Cadigia Perini, Giulia Pezzella, Tania Poguish, Claudia Rancati, Stefanella Ravazzi, Massimiliano Rossini, Luca Sardone, Rosella Satalino, Monica Sgherri, Stefania Soriani, Giulio Strambi, Silvia Stocchetti, Giovanna Ticca, Daniela Vanigieri, Roberto Villani
Di seguito il Documento presentato da Maurizio Acerbo