Condivisione dell’umanità vessata, conflitto e solidarietà per un cristianesimo integrale – Tre domande a Ottone Ovidi

Ottone Ovidi, autore di “Tra fabbrica e anima. Preti operai e comunità cristiane di base dagli anni Sessanta a oggi” (Carocci editore)

Alberto Deambrogio: Nel libro descrive i preti operai come figure in bilico tra l’obbedienza alla Chiesa e la solidarietà di classe. Se questa esperienza dovesse rinascere nel 2026, quali sono i nuovi “reparti di fabbrica” — spesso invisibili o digitali — dove un sacerdote dovrebbe sporcarsi le mani per incontrare il sacro?

Ottone Ovidi: L’espressione preti operai non deve farci pensare solo al mondo della fabbrica. Fin dalle origini nella Francia degli anni Quaranta e poi soprattutto nella ricezione italiana a partire degli anni Sessanta il termine ha abbracciato un’ampia varietà di occupazioni di tipo salariato o artigiano. Interrogarci quindi sulla ragione che portò questi sacerdoti a utilizzare il termine “operaio” al posto di un più generico “lavoratore” o “salariato” ci può dunque aiutare a rispondere alla domanda. Questa ragione va ricercata nella convinzione che la classe operaia, in quel dato momento storico, non fosse solo vittima di ingiustizie e prevaricazioni – condizione che in fondo condivideva anche con altri gruppi sociali – ma fosse anche portatrice di cambiamenti e trasformazioni economiche e sociali di grande interesse per il cristianesimo. Nell’opinione dei preti operai, il portato rivoluzionario della classe operaia si associava a determinati valori caratteristici di quest’ultima – quali la solidarietà, la giustizia sociale, l’egualitarismo, la dignità del lavoro – che non solo erano assolutamente rilevabili nel cristianesimo, ma che avrebbero potuto riportare le società europee in via di scristianizzazione ai valori originali del cristianesimo, a quella Chiesa primitiva che aveva caratterizzato i primordi delle comunità cristiane.

In questo senso, quali settori di classe è possibile oggi individuare come, allo stesso tempo, centrali nel processo di produzione e accumulazione capitalistica, portatori di istanze radicali di cambiamento e di valori condivisi dal cristianesimo delle origini? Rispondere a questa domanda non è ovviamente semplice, ma è possibile proporre alcuni spunti di riflessione. La prima considerazione riguarda il mondo operaio propriamente detto. Com’è noto, i paesi dell’Europa occidentale e del Nord America hanno deindustrializzato le loro economie e delocalizzato la loro produzione in altri paesi, specialmente in Asia ma non solo. La classe operaia, quindi, lungi dall’essere sparita continua a essere la produttrice di gran parte della ricchezza materiale mondiale anche se dalla finestra di casa nostra non vediamo (quasi) più le ciminiere degli impianti produttivi. L’ascesa delle nuove potenze manifatturiere (Cina in testa) e i ripetuti colpi alla stabilità delle catene globali del valore mettono però in discussione l’attuale distribuzione di potere e ricchezza tra gli attori globali e potrebbero portare a una revisione, almeno parziale, dell’attuale modello di globalizzazione e ad una, parziale, reindustrializzazione di alcuni territori. Inoltre, la terziarizzazione delle nostre società si è accompagnata ad un processo di proletarizzazione di ampi settori sociali. Logistica, consegne, ristorazione, accoglienza, servizi alla persona, ma anche agricoltura, edilizia e finti autonomi: in tutti questi settori caratterizzati da bassi salari, sfruttamento intensivo e scarse tutele contrattuali un prete operaio del 2026 potrebbe ritrovare quell’umanità vessata portatrice di quei valori conflittuali e solidaristici una volta rintracciati nell’operaio di fabbrica.

A.D.: Spesso pensiamo alla figura del prete come a un mediatore di pace, ma i protagonisti della sua ricerca non hanno avuto paura del conflitto sociale. In che modo la loro “lotta” ha cambiato il concetto teologico di “carità” trasformandolo in “giustizia”?

O.O.: Per il cristianesimo la carità rappresenta un elemento teologico centrale. Senza entrare troppo nel dettaglio, la carità rappresenta nell’essere umano il corrispettivo dell’amore assoluto di Dio rivelatosi nel sacrificio di Cristo. Per questo motivo la carità si esprime nell’amore incondizionato verso il prossimo, soprattutto se bisognoso. È anche uno degli elementi centrali della formazione sacerdotale, in cui la carità diviene uno strumento per “imparare” ad amare Dio. Per lungo tempo questa virtù, come la definirono sia Sant’Agostino che San Tommaso d’Aquino, si concretizzò in tutta una serie di opere per i poveri e per i bisognosi che plasmarono profondamente il nostro paese. In questo contesto, la giustizia avrebbe invece dovuto essere frutto del rispetto dei principi cristiani di carità, misericordia e armonia, con la promessa della sua piena realizzazione solo con la salvezza, quindi in un futuro indeterminato. Quando i primi preti operai decisero di entrare nelle fabbriche e nei cantieri lo fecero inizialmente portando con loro questo bagaglio di tradizioni secolari, che non erano state veramente stravolte dall’emergere della questione operaia prima e dalla formalizzazione della Dottrina sociale della Chiesa dopo. La quotidianità passata con i lavoratori, la condivisione del duro lavoro, lo sfruttamento, la povertà e le ingiustizie vissute in prima persona, tutto questo accompagnato da un processo di alfabetizzazione politica, dalla frequentazione dei momenti e dei luoghi delle organizzazioni operaie, portarono questi sacerdoti a confrontare formazione ricevuta, messaggio evangelico e realtà concreta. Si andava componendo quel cristianesimo integrale che poi venne concretizzato nella formulazione della teologia della liberazione, per cui il Vangelo non doveva solo aiutare a capire il mondo per accettarlo, ma doveva invece fornire quegli strumenti utili alla sua trasformazione. Le lotte operaie, le lotte per la giustizia di tutti gli oppressi, prefiguravano e preparavano la liberazione finale rappresentata dalla salvezza divina, e divenivano allora tappe parziali del cammino dei cristiani nella storia.

A.D.: Molti vedono la fine dell’esperienza dei preti operai come il tramonto di un’utopia. Lei però ne parla come di una “storia d’amore”: secondo lei, cosa resta di quel seme nella Chiesa di Papa Francesco, e in che misura quella stagione ha anticipato la crisi di identità che il clero sta vivendo oggi?

O.O.: Dopo lunghi anni di isolamento e di ostracismo da parte del Vaticano, il pontificato di Francesco ha rappresentato per tanti preti operai e per molte altre realtà del cattolicesimo progressista nate a seguito del Concilio Vaticano II – come le comunità di base – un’apertura al dialogo importante, concretizzatasi dall’incontro tra i sacerdoti e il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Non sono mancate delle critiche da parte di alcuni dei preti operai tra i più combattivi verso questo tardivo riavvicinamento, ma non si può negare il cambio di passo rispetto ai due pontefici precedenti. Per Giovanni Paolo II, ma anche per Benedetto XVI, la lotta al comunismo – ideologia che secondo i detrattori aveva “infettato” i preti operai – e la difesa della struttura gerarchica della Chiesa – criticata da tutto il cattolicesimo progressista – erano questioni inderogabili e non trattabili. Gli studi sulla storia del clero (vocazioni, composizione sociale, ecc.) e quelli sulla religiosità popolare in Europa ci mostrano però che l’attuale crisi di identità del clero non è altro che l’onda lunga di una più profonda crisi della fede manifestatasi già a partire dagli anni Sessanta, di cui proprio i preti operai sono forse stati uno dei tentativi di risposta. In questo senso, è difficile capire cosa sia rimasto di questa esperienza “dentro” la Chiesa cattolica intesa come organizzazione. Più facile vederne i frutti in quel cattolicesimo di base che ancora oggi, spesso ai margini e seppure in un contesto economico e sociale profondamente mutato, sostiene e partecipa a quelle lotte per la giustizia che attraversano il paese.

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