di Antonio Currò e Tania Poguisch- Co-segretari Circolo “P. Impastato” – Messina
La parabola del risanamento delle baraccopoli messinesi si configura oggi, a consuntivo, come il fallimento storico di un intero sistema. Nonostante l’ingente stanziamento di risorse e l’emanazione di leggi speciali ad hoc, il processo è rimasto vittima di fattori endemici che ne hanno paralizzato l’efficacia per decenni. Sebbene negli ultimi anni si siano registrati segnali di progresso, questi appaiono del tutto sproporzionati rispetto all’entità dei capitali investiti, lasciando una ferita urbana ancora parzialmente aperta. 48 anni fa Peppino lanciava i primi allarmi da Radio Aut, segnalando i meccanismi di corruzione e l’incapacità dei vertici istituzionali competenti in materia di edilizia residenziale pubblica.
In altre parole ruberie e incompetenza hanno compromesso negli anni le politiche abitative nella nostra città rallentando di conseguenza anche il risanamento delle baracche.
I 500 miliardi di lire stanziati dalla legge regionale 10/1990 atterrarono su un tessuto istituzionale estremamente fragile, incapace di tradurre le risorse in risposte concrete per la città. Quel terreno, inquinato da corruzione e infiltrazioni criminali, dissipò un capitale che avrebbe potuto garantire la costruzione di almeno 6.000 alloggi popolari. Si trattava di un’occasione storica per dare casa a tre generazioni di messinesi; il suo fallimento ha invece alimentato la crescita esponenziale del ‘bubbone’ del c.d. risanamento.
Tramontate le ragioni eccezionali legate al terremoto e al secondo conflitto mondiale, che ha rappresentato per una fetta consistente di popolazione un ritorno forzato alle baracche, il ricorso sistematico alla decretazione d’urgenza ha perso progressivamente la sua legittimità sostanziale.
Secondo i legislatori, la crescita degli insediamenti informali e la progressiva saturazione dei vuoti urbani vengono ancora interpretate come fenomeni emergenziali. È un paradosso normativo: a distanza di un secolo, processi strutturali come la densificazione e il consolidamento delle baraccopoli continuano a essere trattati con misure temporanee e di urgenza.
Le politiche abitative predisposte per il superamento delle baracche sono rimaste ancorate a una logica di eccezionalità. Trattando la questione come un’eterna appendice del sisma del 1908, si è ignorata la radice strutturale del problema: la cronica assenza di un welfare abitativo. Questo approccio emergenziale ha trasformato un fenomeno sociale in una calamità permanente, lasciando una parte consistente della popolazione in uno stato di precarietà tuttora irrisolto. Ad aggravare la crisi abitativa fu un sistema di gestione del territorio profondamente compromesso. Come emerso dalle denunce di Peppino Impastato, i vertici dello IACP e del Genio Civile operavano all’interno di un ingranaggio burocratico marcio, dove l’assegnazione degli alloggi rispondeva a logiche clientelari piuttosto che ai bisogni dei cittadini. Mentre la macchina del Risanamento veniva inghiottita dalle colpe di una classe dirigente parassitaria, le procedure ordinarie restavano al palo: un binario morto che non offriva alcuna reale prospettiva a migliaia di famiglie messinesi.
Siamo quasi nel cinquantenario dell’anniversario dell’uccisione del compagno, militante antimafia Peppino Impastato e abbiamo voluto approfondire alcuni notiziari regionali dell’epoca elaborati e scelti con scrupolosa cura da parte della redazione che presiedeva la macchina radiofonica anticonformista e rivoluzionaria chiamata “Radio Aut”: una radio libera fondata nel 1977 da Peppino Impastato, con sede a Terrasini che trasmetteva dalle frequenze 98.800 Mhz.
Lo sguardo di Peppino Impastato non si fermò ai confini della sua Cinisi, ma si allargò per mappare i gangli vitali di quel “sistema” che unisce criminalità organizzata, partiti di governo e colletti bianchi. Ed è così che i suoi fari si accesero su Messina.
I tre notiziari che seguono non sono semplici cronache giudiziarie, ma un atto d’accusa politico formidabile: il diritto alla casa negato e trasformato in profitto, la città di Messina come laboratorio di speculazione edilizia e distrazione di fondi pubblici.
Il giornalista Peppino Impastato squaderna davanti ai nostri occhi le ragioni politiche che presiedevano al disastro del welfare abitativo: una combinazione perfetta tra corruzione, favoritismi, concentrazione di interessi verso altre province regionali e un’inesorabile contrazione della spesa pubblica.
Notiziario 22/12/1977: Il consiglio superiore della magistratura, riunitosi ieri a Roma, ha deciso di confermare il pretore Elio Risicato nella sezione penale, contrariamente ad alcune pressioni degli ambienti democristiani che avrebbero gradito il trasferimento del pretore scomodo alla sezione civile. Risicato, proprio in questi giorni, aveva incriminato il presidente dell’IACP (Istituto Autonomo Case Popolari) di Messina Lombardo. La decisione di non trasferire Risicato alla sezione Civile è forse il primo atto importante, in questo campo, della nuova maggioranza di sinistra che si è formata all’interno della magistratura. Maggioranza confermata anche dalle votazioni fatte proprio qualche settimana fa per l’Associazione Magistrati Italiani, nelle quali il “pretore terribile” Risicato è risultato terzo eletto nelle liste di Magistratura Democratica.
Notiziario 31/12/1977: Quello che sta avvenendo all’IACP è davvero preoccupante e grave. Il pretore Risicato ha disposto per la terza volta un sequestro di pratiche inerenti all’assegnazione di alloggi ed ha inviato una commissione giudiziaria al presidente dell’Ente Lombardo.
L’inchiesta del pretore investe tutto il consiglio di amministrazione che, per la sua incapacità ha fatto perdere alla città nove miliardi e quattrocento milioni della legge 513 per la casa. Intanto la situazione edilizia diventa sempre più drammatica e, alla decurtazione dei nove miliardi e mezzo potrebbe anche seguire la perdita degli otto miliardi assegnati se l’IACP non procederà entro il prossimo giugno alla scelta dei terreni, alla progettazione dei complessi edilizi e all’appalto dei lavori.
Notiziario 12/01/1978: Ancora nell’occhio del ciclone l’istituto autonomo case popolari messinese. Per un costo complessivo di trenta miliardi si sono costruiti in città 785 alloggi popolari, mediamente consistenti in novanta metri quadrati circa, insediati in aree concesse dal comune. Le gare di appalto si svolsero nei mesi di settembre e dicembre del ’74, una nel marzo del ’75, ai prezzi del tempo. Si dovevano costruire 1.400 alloggi e ne sono stati costruiti soltanto la metà. È in fase esecutiva un’indagine della regione ed è in corso un’azione giudiziaria della magistratura su irregolarità commesse dall’IACP, al magistrato spetta inoltre l’indagine su questo ennesimo sperpero del denaro pubblico.Il governo regionale, nella ripartizione dei fondi stanziati dalla legge 513, ha attribuito a Messina soltanto 8 miliardi sui 17 e 400 milioni già assegnati dall’assessorato ai Lavori pubblici per gli alloggi popolari. È questo l’ennesimo “colpo basso” che la politica regionale assesta alla disoccupazione edile e alla carenza di abitazioni nel messinese e in tutta la Sicilia. Il taglio della spesa pubblica è infatti il provvedimento portante dalla politica economica regionale, che si avvia al battesimo del mini-compromesso storico.
Notiziario 24/01/1978: Il pretore “terribile” Risicato, ha interrogato l’ex capo del genio civile di Messina dopo averlo fatto arrestare sabato pomeriggio nel suo ufficio a Catania. L’ex capo del genio civile è accusato di abuso d’ufficio, falso materiale, omissione di denuncia d’irregolarità edilizie, omissioni di atti d’ufficio, abuso d’ufficio. Il pretore messinese che sta, in questo periodo curando l’istruttoria per le irregolarità dell’IACP, è al centro di notevoli pressioni politiche (soprattutto degli ambienti della DC messinese) che vorrebbero trasferirlo dalla sezione penale a quella civile per metterlo in condizione di nuocere un po’ meno.
Una lotta ancora in corso quella del diritto alla casa nella città di Messina. Ancor più in una fase in cui oltre alla speculazione edilizia c’è la speculazione per saziare le richieste che vengono dal mondo delle associazioni e delle piattaforme turistiche.
Ecco, il giornalista Peppino Impastato incarnava gli anni Settanta. Ha capito, prima e meglio di chiunque altro, che non vi è questione sociale che non sia legata a questioni di giustizia e diritti come quello alla casa. Noi abbiamo voluto rileggere quello che nella politica siciliana Peppino Impastato ha rappresentato in quegli anni Settanta. E’ stato un fiume in piena di idee ed analisi che non ha potuto portare avanti. Una persona e un giornalista con una visione, a nostro parere, eterodossa del marxismo e per questo in varie fasi delle sue lotte non sempre comprensibile dalla politica di cui era circondato. Una penna e una voce “feroce” con una eccellente disposizione alla polemica che la rilettura dei suoi notiziari ci rimanda. Eppure, dal “lascito unico e irripetibile” di progetti per fondare mondi migliori.
In conclusione, Peppino Impastato è stato un narratore potentissimo e a distanza di decenni dalla sua brutale uccisione, portatore di un mondo urbano che racchiudeva denunce e speranze, distruzione e ricostruzione, controllo socio- mafioso e liberazione. Dai territori in rovina potevano rinascere progetti: quello del diritto all’abitare fuori dal controllo speculativo. Parafrasando Mike Davis “città fatte di quarzo e paure” e la lettura di Peppino Impastato non potrà che rivelarsi un punto di partenza straordinario che supera le commemorazioni di rito perché a quasi cinquant’anni dalla sua morte i territori siciliani subiscono una politica che sta rimodellando la vita delle città su un sistema fondato sulla speculazione dei metri quadri delle città, lasciando fuori i reali bisogni delle persone e fondandosi sempre più su criteri sicuritari e militari.
Il Circolo “P. Impastato” di Messina mette al centro lotta e storie da un territorio che rischia di essere risucchiato da quegli interessi denunciati dal compagno e giornalista Peppino Impastato, prestando attenzione alle trasformazioni della città di Messina su cui soccombono opere devastanti della modernità capitalistica e preparandoci ad un lavoro di ricostruzione che ci faccia diventare ri- lettrici e ri-lettori di un Impastato di cui disponiamo, perché il suo sguardo non si è fermato a Cinisi.