Per una transizione ecologica socialista e democratica: no al nucleare, stop all’eolico selvaggio e al fotovoltaico a terra. L’energia deve partire dal basso!



Federazione provinciale PRC Avellino

Le recenti, insistenti pressioni politiche e industriali volte a riabilitare l’energia nucleare in Italia, spacciandola per una “soluzione pulita” alla crisi climatica, impongono una presa di posizione netta, di classe e senza infingimenti. Come Federazione Provinciale di Rifondazione Comunista di Avellino ribadiamo il nostro no all’energia nucleare.

Il nucleare attuale non è né sicuro, né pulito, né democratico. È una tecnologia centralizzata, militarizzata, dai costi economici esorbitanti che puntualmente ricadono sulle spalle della collettività, e che lascia in eredità alle future generazioni il dramma irrisolto delle scorie radioattive. Dire sì al nucleare significa perpetuare un modello di sviluppo predatorio e sottrarre risorse finanziarie pubbliche che dovrebbero essere immediatamente destinate alla vera transizione: quella verso le energie rinnovabili e l’efficienza energetica.

Tuttavia, rifiutare il nucleare non significa accettare passivamente il modello speculativo con cui oggi vengono gestite le fonti rinnovabili. La provincia di Avellino, l’Irpinia tutta, sta subendo da anni la ferita profonda dell’eolico selvaggio e del fotovoltaico a terra.

Siamo di fronte a una vera e propria eversione paesaggistica e ambientale mascherata da “green”. Grandi multinazionali dell’energia, con la complicità di politiche regionali e nazionali scellerate, stanno aggredendo i nostri crinali, devastando l’identità visiva e la biodiversità delle nostre montagne con foreste di acciaio alte centinaia di metri. Al contempo, distese sterminate di specchi di silicio a terra sottraggono suolo agricolo fertile, desertificando l’economia rurale e accelerando lo spopolamento delle aree interne. Questo non è ambientalismo: è “colonialismo energetico”, un profitto privato estratto a spese del territorio irpino senza alcun reale beneficio per le bollette dei lavoratori e delle lavoratrici locali.

Esiste un’alternativa? Sì, ed è l’unica che riteniamo compatibile con una visione socialista e pianificata della società: la produzione di energia dal basso, diffusa e democratica.

Per smontare la retorica secondo cui “per fare le rinnovabili bisogna sacrificare i campi”, basta leggere i dati ufficiali dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale).

I rapporti dell’ISPRA sul consumo di suolo certificano che la superficie netta di tetti e coperture già esistenti e disponibili in Italia per l’installazione di impianti fotovoltaici varia tra gli 870 e i 1.137 chilometri quadrati. Sfruttando unicamente questi fabbricati, si stima la possibilità di installare una potenza variabile tra gli 84 e i 110 GW.

Questi numeri dimostrano scientificamente che non c’è alcun bisogno di consumare un solo metro quadro di suolo agricolo o naturale. La priorità assoluta deve essere la mappatura e la copertura fotovoltaica di:

 – Capannoni industriali e artigianali.

 – Edifici pubblici, scuole e ospedali.

 – Aree urbane degradate, parcheggi e zone interrate.

Chiediamo che la transizione solare parta da qui, attraverso investimenti pubblici che sgancino i cittadini dal ricatto delle multinazionali del fossile e del green-washing.

Laddove l’integrazione con l’agricoltura è necessaria, essa deve avvenire a beneficio della terra e di chi la lavora, non dei fondi d’investimento. L’esempio positivo da seguire è quello sperimentato con successo nei vigneti in Francia (come nei progetti agrivoltaici dinamici nel Roussillon o nella valle del Rodano).

In quelle realtà, i pannelli fotovoltaici non sostituiscono le colture, ma vengono installati “sospesi” sopra le viti. Attraverso sistemi orientabili, i pannelli proteggono le piante dagli eventi climatici estremi provocati dal surriscaldamento globale — come le ondate di calore estive, la siccità e le gelate tardive — modulando l’ombra e riducendo lo stress idrico della pianta. Il risultato è duplice: si produce energia pulita e, contemporaneamente, si salvaguarda la qualità e la resa del raccolto agricolo.

Questo modello dimostra che la tecnologia può essere un alleato dell’agricoltura contadina e d’eccellenza, a patto che la terra rimanga viva, coltivabile e nelle mani degli agricoltori.

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