La lotta per la proprietà. Il caso boliviano

 “Le popolazioni guidate dai più vecchi contadini ch’ivano innanzi portando in mano Crocefissi e Madonne irruppero nei terreni usurpati: illegale era quel procedere, e niuno il nega; si commisero atti di vandalismo, ed è verissimo; ma un dritto sacro ed imprescrittibile era in fondo a quel movimento, ed anche questo è innegabile. Che fecero gli usurpatori? Si giovarono della reazione borbonica ed accusarono come Comunisti e discepoli di Fourier i nostri poveri tangheri che si credevano trasportati nella valle degli incantesimi, quando il Giudice gravemente gl’interrogava: «Siete voi socialisti?».”

Nel 1848 in Calabria accadeva ciò, in linea con quanto stava avvenendo in tutto il territorio dell’allora Regno delle Due Sicilie ossia la divisione dei fondi, sui quali gravavano gli usi della comunità, tra il proprietario e la comunità che per secoli si era servita di quel determinato fondo per le più disparate attività di sostentamento, dal pascolo dei greggi al marzatico passando per la possibilità di far legna.
Non è un caso che questi fenomeni liquidatori degli assetti fondiari collettivi siano avvenuti proprio in questo periodo, poiché all’inizio del 1800, con l’abolizione delle istituzioni feudali nel Sud della nostra penisola, era stata posta in essere una correlazione tra un istituto considerato antico e funesto, il feudo, e la possibilità che si sviluppassero usi civici o altre forme di assetto fondiario collettivo.[1]
La matrice politica di questa decisione di togliere alla gente comune parte del proprio sostentamento si ritrova nella concezione proprietaria illuministica, che tendenzialmente è quella attuale, la quale riprendeva a piene mani la proprietà quiritaria romana ossia il dominio assoluto del soggetto sulla cosa, estremizzandola al fine di determinare come qualsiasi tipologia di proprietà collettiva fosse anti-economica.
Questa introduzione serve per cercare di inquadrare come le lotte per la proprietà siano un qualcosa di risalente nel tempo, ed in Bolivia hanno determinato una enorme mobilitazione che ha portato un risultato positivo.
Nella prima metà di aprile il presidente boliviano Paz firma la legge 1720, la quale permette la trasformazione nominale della piccola proprietà in media proprietà.
Serve fare un’ulteriore specifica: in Bolivia esistono 6 tipologie di proprietà le quali includono: Las Tierras Comunitarias de Origen o Territorio Indígena Originario Campesino ossia una sorta di proprietà collettiva originaria ed indigena, precedente quindi allo stato; la casa contadina; la piccola proprietà contadina che viene coltivata personalmente dal contadino e dalla sua famiglia, proprietà che non è possibile vendere né ipotecare; la media proprietà che può essere coltivata da soggetti salariati, può essere liberamente venduta ed ipotecata.
L’obiettivo della legge 1720 è quello di trasformare nominalmente, senza che vi siano modifiche sostanziali, la piccola proprietà in media proprietà al fine di accedere al credito.
La misura sulla carta, e come viene definita dal presidente de “El capitalismo para todos”, è una semplice possibilità di far cambiare posizionamento nella classificazione della proprietà fondiaria mentre in realtà cela un ambito ben più crudele, ossia invogliare i contadini in difficoltà economica ad impegnare la propria piccola (ora media) proprietà e poi, nel momento in cui i pagamenti cessano rivendere questa terra, ormai in mano ai colossi bancari, al maggiore offerente.
La questione ed i metodi proprietari in Bolivia sono una cosa ben più seria che in Italia, paese che è riuscito ad affossare una riforma del codice civile, la proposta della Commissione Rodotà, la quale avrebbe portato nel nostro ordinamento la categoria dei beni comuni, tanto più seria che i campesinos hanno deciso di iniziare una marcia da Beni e Pando per arrivare fino ad una delle capitali, La Paz.
A guidare il tutto vi era la Confederación Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia, che ha trovato forte convergenza, ma anche spirito guida poiché proprio dall’approvazione della legge 1720 sono scaturite le proteste ed i blocchi operati dalla COB e da altre organizzazioni politiche e sindacali, le quali hanno unito la loro lotta e le loro rivendicazioni con quelle dei contadini.
La lotta ha pagato perché il presidente Paz ha dovuto far marcia indietro sulla 1720 abrogandola dopo circa un solo mese dall’entrata in vigore.
Questa lotta ha messo in evidenza come la difesa della proprietà collettiva, di altri modi di possedere possa essere miccia di un movimento ampio ed intersezionale all’interno di un paese.
L’augurio è che possa accadere anche in Italia, non tanto per difendere qualche conquista, anche perché ci sarebbe ben poco da difendere, al fine di far tornare nel dibattito pubblico la forte necessità dei beni comuni al fine di proteggere questo paese sempre più preda del capitalismo predatorio.



[1] Tant’è che il brocardo Ubi feuda ibi demania ha fatto giurisprudenza.

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