«Catania tornerà Milano del Sud», ovvero: come celebrare 100 anni di Confindustria sotto il vulcano

Quasi ogni giorno mi sottopongo al compito di sfogliare il quotidiano catanese «La Sicilia», di recente regionalizzato, ammodernato e forse in movimento verso nuovi aggregati di capitalisti locali e nazionali, ma sempre uguale a se stesso nella sostanza: che è il sostegno ai potenti del momento. Il titolo che propongo contiene, fra virgolette, quello che appare a p. 5 del quotidiano del 23 giugno 2026, in un articolo a firma Leandro Perrotta (al quale si deve addirittura un secondo lungo articolo sull’argomento, nella pagina provinciale. Che fatica!). L’augurio virgolettato parrebbe essere attribuito al Ministro Adolfo Urso, venuto a celebrare il centenario di Confindustria a Catania. Assieme a lui, fra i politici festanti, spicca il Presidente della Regione, Renato Schifani, quello che è stato premiato, nel novembre 2025, dalla Regione siciliana, Assessorato Ambiente, come “ambasciatore dell’ambiente” per l’impulso dato ai termovalorizzatori e alla soluzione della crisi idrica (!!!). Non sorprendiamoci del grottesco evento di una Regione (come istituzione) che premia il suo Presidente, ci sta appieno se pensiamo che il premio è stato conferito nella patria di Pirandello, Agrigento, che sta oggi sopportando l’annuale crisi idrica, pur con le dighe, per una volta, piene: attendiamo future privatizzazioni, così come quella della Società che regge gli aeroporti di Catania e Comiso.

«Dio ci salvi», mi sono detto perciò alla lettura del titolo, lievemente sgrammaticato, per irreperibilità di intercessori di più basso rango! Il mito di Catania Milano del Sud è vecchio quanto e più di me; e da sempre è mito fradicio e maleodorante. Nasce, questa narrazione tanto retorica quanto idiota, già negli anni cinquanta, quando una città allora di circa 250.000 abitanti, artigianale e commerciale e nella sostanza sottoproletaria così come è oggi, ma molto più compatta e con una sua identità, viene sventrata e violentata nel suo centro, nelle periferie, nell’hinterland a monte e in pianura, nel segno della modernità, mentre vaste quote della popolazione vengono “deportate” in nuovi quartieri periferici. La Milano del Sud non ha niente a che fare con quella del Nord, che sarà stata negli anni del secondo dopoguerra la città della Ragazza Carla, che è oggi luogo di disparità sociale fra le più acute nel mondo industrializzato, ma che ha ben altra storia e ben altre strutture sociali e culturali. Una fra le pagine più nere della speculazione edilizia italiana, che ha segnato a morte la città fino ai nostri giorni, riesce a passare per dinamismo imprenditoriale, di fatto urbanisticamente governato dai capimastri dei nascenti imperi della speculazione edilizia, quelli più in là identificati da Giuseppe Fava come i cavalieri dell’apocalisse mafiosa; mentre sul margine Sud nascevano, è vero, molte imprese, ma quasi tutte legate alla produzione di servizi e all’indotto dell’edilizia. Il massacro del territorio e quello sociale culturale e civile sono andati, da allora, sempre a braccetto. La Confindustria catanese è stata, da allora, governata di fatto da questi interessi, anche se oggi è guidata da Maria Cristina Busi Ferruzzi, esponente di altri settori produttivi.

Davanti a questo parterre, il Ministro Urso elenca i magnifici dati dello sviluppo catanese (Urso è per metà siciliano), sottolineando che Catania «si candida a diventare capitale europea nella produzione dei pannelli fotovoltaici» (a breve sarà tale la Sicilia nella copertura del territorio agricolo mediante pannelli fotovoltaici, officiante Legambiente, fra gli altri, in nome della decarbonizzazione, e senza un minimo di programmazione) ed è leader nei settori della microelettronica (con le grandi ditte che un anno sì e uno no minacciano dismissioni). Ma è nulla di fronte alla trionfale sfilata dei dati macroeconomici che snocciola Schifani: negli ultimi anni il PIL cresciuto del 20,2%, più della media del Mezzogiorno e di quella nazionale; l’occupazione del 13,5%; nel 2025 la cassa integrazione si riduce del 25,3%, mentre a livello nazionale cresce più del 20%; le entrate tributarie sono cresciute di oltre 5 miliardi negli ultimi tre anni. E così via: tutto merito suo. «Stiamo così bene che neanche ce ne accorgiamo», commenta sapido un compagno.

Difatti lo spopolamento dell’isola e l’emigrazione all’estero o al Nord Italia sono effetti di tanta ricchezza e abbondanza di servizi da potersi permettere il lusso di mantenere in vacanza permanente i giovani siciliani, negli ultimi anni soprattutto quelli laureati; i servizi sanitari e sociali sono fiorenti ed efficienti, i trasporti locali diffusi ramificati e puntuali, le scuole pulite, ristrutturate, aperte mattina e pomeriggio, l’evasione scolastica quasi inesistente; e se le banlieus urbane sono luoghi di degrado sociale e ambientale, abbandono scolastico e disperazione giovanile (Catania è agli ultimi posti in classifica per abbandono scolastico e povertà educativa, connesse alla diffusa criminalità giovanile) non è certo per mancanza di opportunità e di servizi, ma per una ostinata vocazione a delinquere di tanti giovinastri! Che saranno tuttavia raddrizzati da un prossimo decreto-sicurezza che, stiamone certi, sarà invocato presto a colpire questo o quel quartiere. In compenso si pensa a come cementificare la scogliera, e a cercare approdi per le enormi navi da crociera, che porteranno tanta sana e permanente occupazione, oltre – mi si perdoni la volgarità – a un generalizzato intasamento delle latrine.

Il trucco è sempre quello: richiamare dati forse veritieri, ma decontestualizzarli o leggerli alla rovescia. I filosofi parlano in questi casi di “fallacia” argomentativa. Sarà vero, forse, che il PIL cresce, ma a), la crescita di un 20,2% in aree economicamente depresse è quantitativamente molto meno di un 5% o 3%, poniamo, in Lombardia o in Emilia; e  – soprattutto – b), il PIL è un dato aggregato nel quale profitti e rendite la fanno da padroni, e spesso alla crescita di queste percentuali fa riscontro un immiserimento sociale, legato a sua volta alla spesa pubblica pro capite (che in tutto il Mezzogiorno è molto inferiore alla media nazionale), molto ridotta e in caduta libera, e ai disinvestimenti in servizi. Se si guarda al dato dell’occupazione, ad esempio, essa può crescere, in tutta Italia e nel Sud, se si dichiara statisticamente che chi lavora cinque ore a settimana è da considerarsi occupato; e così via.

Uno storico e sociologo francese, Emmanuel Todd, nel suo recente La sconfitta dell’Occidente (2024) propone di sostituire la sigla PIL (Prodotto interno lordo) con PIR (prodotto interno reale), come misuratore dei benefici reali della popolazione. Un’idea forse irrituale per gli economisti, ma, credo, molto illuminante. Per chi vive in Sicilia, puro Vangelo!

Poscritto: stavo per mettermi a studiare e a lavorare ai recenti dati della dispersione scolastica e delle criminalità giovanile a Catania, ma il pomposo e insopportabile fetore propagandistico di questi eventi mi ha distratto e irritato. Sarà per una prossima occasione.

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