Lo stravolgimento geopolitico degli ultimi anni ha ridisegnato in modo irreversibile l’architettura della politica mondiale. Il tempo del monolateralismo a guida egemonica e totalitaria occidentale è stato sconfitto dalla storia. Oggi, il multilateralismo domina sia la scena politica sia quella economica, mandando in frantumi le pretese di suprematismo di un Occidente che si scopre minoranza globale. Di fronte all’evidenza di un Sud del mondo non più disposto a subire logiche di colonizzazione e sfruttamento, le vecchie potenze egemoniche, pur di non arrendersi alla realtà, hanno eletto la guerra permanente a loro unica risorsa strategica e di sopravvivenza.
In questo scenario di transizione epocale, l’Europa – e l’Italia in particolare – brilla per una totale assenza di capacità di analisi critica. Con sfumature microscopiche e irrilevanti, tanto le forze di governo quanto quelle di opposizione nel nostro Paese si attardano a reggere il moccolo a un sistema geopolitico ormai morto. È giunto il momento di mettere radicalmente in discussione paradigmi inadeguati e obsoleti. I nodi politici da sciogliere sono storici e non ammettono più rinvii.
1. La questione NATO: la fine del carrozzone bellicista
La narrazione della NATO come organizzazione puramente “difensiva” è smentita dai fatti e da decenni di guerre di aggressione. In un mondo che si ridefinisce su basi multipolari, mantenere in piedi questo apparato militare è privo di senso logico e storico. La NATO oggi funziona come un gigantesco drenaggio di risorse finanziarie – migliaia di miliardi – sottratte alla collettività al solo scopo di puntellare una supremazia occidentale ormai inesistente.
Inoltre, la logica guerrafondaia che ne deriva sta convertendo l’economia civile in una vera e propria “economia di guerra”, massacrando quel tessuto produttivo e sociale che, nel bene e nel male, ha retto l’Europa negli ultimi ottant’anni. Per l’Italia, l’orizzonte strategico deve essere uno solo: uscire dalla NATO e chiederne lo scioglimento immediato, liberando enormi risorse da destinare alle spese sociali e alle attività di pace.
2. Il fallimento dell’Unione Europea e la morsa neoliberista
L’Unione Europea, che nel racconto fondativo avrebbe dovuto essere l’Europa dei popoli e del progresso, si è rivelata una struttura burocratica rigidamente asservita agli interessi geopolitici statunitensi. Essa rappresenta il braccio armato del liberismo economico e un solido baluardo a tutela del sistema speculativo finanziario e bancario.
Pur di non cedere il potere, questa governance è disposta a sostenere e armare avamposti militaristi e nazisti, come l’attuale regime ucraino. La politica della UE si traduce oggi in una morsa economica che strozza il welfare state e foraggia un’economia di guerra permanente al servizio del suprematismo bianco occidentale. Si tratta, nei fatti, di una declinazione di nuovo fascismo. Il superamento di questa, e sottolineo questa, UE non è più rinviabile: la sua cancellazione è un’operazione politica irrinunciabile per chiunque rivendichi l’emancipazione delle classi subalterne e un nuovo processo di democratizzazione del vecchio continente.
3. Cooperazione e multilateralismo, l’opzione BRICS
Allo scontro coloniale e alla logica dei blocchi contrapposti va opposta una cooperazione reale tra soggetti statali sovrani, fondata sul rispetto reciproco e sullo sviluppo condiviso. L’Italia deve uscire dalla gabbia occidentalista e aprirsi al mondo in tutte le sue articolazioni.
Questo posizionamento non significa affatto cercare nuovi padroni, bensì muoversi in una logica di crescita simmetrica per portare benefici concreti ai popoli. In tal senso, guardare ai BRICS e avviare una forte apertura verso questa realtà rappresenta la via d’uscita concreta dall’isolamento dogmatico in cui l’Occidente si è rinchiuso e in cui ha condannato i suoi popoli al declino economico e sociale.
4. Per un nuovo modello di sviluppo e di giustizia sociale
In questo quadro di mutamento globale, la vera domanda non è se dobbiamo aprirci al nuovo mondo, ma cosa si aspetti a cambiare radicalmente il sistema politico ed economico interno. Una politica che muti il suo orientamento di base deve cessare di essere guerrafondaia per rimettere al centro lo sviluppo, il progresso e una ritrovata giustizia sociale, quest’ultima letteralmente devastata da trent’anni di politiche neoliberiste al servizio del capitale.
Il vero cambiamento politico non consiste nel gioco delle tre carte dell’alternanza elettorale, un sistema che sostituisce le facce di chi governa ma lascia l’orizzonte programmatico drammaticamente identico. Questo teatro non serve alle classi sociali subalterne, le cui istanze sono state progressivamente espunte dal dibattito pubblico e private di rappresentanza, e di cui oggi, ormai in pochissimi siamo rimasti a difendere i diritti e a presentare le istanze dei loro bisogni reali.