25 anni dal G8 e dal Genoa Social Forum: cosa saremmo oggi, non ci fossero state quelle giornate? Carlo starebbe viaggiando verso la cinquantina, qualche centinaio di giovani, di uomini e donne, avrebbero qualche cicatrice in meno nei loro corpi e nelle loro menti, non ci sarebbero stati processi e anni di galera; non sarebbero arrivati i soldi per abbellire i lungomare di Pegli e di Nervi o per ristrutturare la Stazione Marittima. Ma poi?
Il Genoa Social Forum non ha fatto la rivoluzione, stritolato come è stato tra torri gemelle, la guerra in Iraq e le repressioni varie: non ha inciso in nulla sulle politiche nazionali o cittadine. Anzi, se quei giorni possono rappresentare il punto più alto raggiunto dal “Popolo di Seattle”, al contempo hanno segnato l’ inizio del suo pur lento declino politico e sociale.
Se cerchiamo cosa sia rimasto di quel luglio 2001 non dobbiamo quindi cercarlo nelle pieghe materiali delle nostre leggi o dei nostri quartieri, dobbiamo cercarlo nelle nostre teste, nella nostra memoria, in quelle voci che ci parlano di solidarietà, di persone che criticavano un sistema, il capitalismo, che depredava buona parte del mondo in nome degli interessi di pochissimi, che hanno solidarizzato con i miliardi di poveri e che puntava il dito contro chi li sfruttava, che parlavano già di rispetto per la madre terra e di rifiuto degli OGM, di rispetto dei diritti, sociali o individuali che fossero. Parlavano di un futuro dipinto con l’acquerello, contrapposto alla macelleria sociale e militare imperanti: erano la fiducia e la speranza opposte alla rassegnazione distopica.
A distanza di 25 anni qualche somma possiamo tirarla e possiamo constatare che avevamo ragione su tutto, forse tranne che su una cosa: allora gridavamo “Voi 8 noi sei miliardi”, dove per 8 intendevamo gli 8 Stati guida delle politiche liberiste; oggi potremo ripetere quello slogan dove, però, per 8 dovremmo nominare quei multimiliardari che ormai stanno sostituendo gli Stati negli indirizzi economici e sociali del pianeta. Se privatizzi tutto, a decidere chi possa accedere a qualsiasi servizio, saranno unicamente i padroni. Si è sempre detto che il digitale avrebbe cancellato ogni tipo di mediazione: via giornalisti, insegnanti, sindacalisti e politici; ora pare sia la volta degli Stati nazione. Questo non lo avevamo previsto, non credevamo che la situazione potesse degenerare in così poco tempo.
Di positivo c’è che si sta prendendo coscienza di questo e il carsismo che per troppo tempo ha caratterizzato la protesta politica (non solo quella nazionale) pare si stia evolvendo in un bradisismo ben più presente sulla scena politica. Come 25 anni fa, Genova è stata anche il luogo di partenza della lotta contro il transito e traffico di armi nei porti e negli aeroporti italiani ed è stato il luogo dove CALP e Music for Peace hanno lanciato l’appoggio e la sensibilizzazione necessaria affinché la Global Sumud Flotilla (altro GSF come Genoa Social Forum) acquisisse quel buon vento necessario a far spaventare addirittura un esercito genocida, dove ha “avuto il la” quella Generazione Gaza che è uscita allo scoperto anche nel voto dell’ultimo referendum, dove antifascismo e difesa della nostra Costituzione si sono nuovamente saldati. Questi sono messaggi di speranza che hanno avuto genesi anche in quell’estate lontana di fine secolo breve.
Ora sta a noi (o, meglio, a quei giovani) recuperare recuperare lo “Spirito di Genova”, quella modalità di confronto e di condivisione che ci permise di tenere assieme i centri sociali e i preti di Boccadasse, Lilliput, i Cobas e Rifondazione Comunista. Occorre recuperare quell’indignazione e trasformarla in un qualcosa che sia capace di incidere sulla qualità della vita nel e del pianeta.
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Ciao Carlo, la nostra lotta continua –