Dal carcere di Kenitra arriva la chiusura definitiva del dibattito sul piano di autonomia proposto dal Marocco

Per anni abbiamo sentito ripetere, soprattutto in alcune cancellerie occidentali, che il Fronte Polisario avrebbe dovuto dimostrare pragmatismo e prendere in considerazione il cosiddetto piano di autonomia marocchino.

Oggi, mentre Naâma Asfari entra nel secondo mese di sciopero della fame e mette a rischio la propria vita in quella che egli stesso ha definito “La Battaglia per la Dignità”, credo sia arrivato il momento di affermare con chiarezza che quel dibattito non può più essere affrontato come se nulla fosse accaduto.

Non perché il Fronte Polisario rifiuti il dialogo. Ma perché esiste una domanda preliminare alla quale nessuno ha mai risposto.

Come si può chiedere a un popolo di prendere in considerazione una proposta politica avanzata dallo stesso Stato che continua a occupare il suo territorio, a detenere i suoi rappresentanti politici, a reprimere il dissenso pacifico e a ignorare le decisioni degli organi delle Nazioni Unite?

Lo sciopero della fame di Naâma Asfari non è soltanto il gesto estremo di un uomo. È il simbolo di una realtà che dura da decenni. Dopo sedici anni di detenzione, egli non chiede privilegi. Chiede che siano attuate le decisioni del Comitato delle Nazioni Unite contro la Tortura e del Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria, che hanno accertato gravi violazioni dei suoi diritti e di quelli degli altri prigionieri politici saharawi del gruppo di Gdeim Izik.

Il suo sacrificio, come quello dei suoi compagni di prigionia, trasmette un messaggio che dovrebbe interrogare profondamente le democrazie più avanzate: la dignità di un popolo non può essere negoziata e la libertà non può essere sostituita da una soluzione imposta. Nessuna democrazia accetterebbe di rinunciare ai propri diritti fondamentali in nome del realismo politico. Non si può chiedere al popolo saharawi ciò che nessun altro popolo libero accetterebbe per sé.

Chi continua a sostenere il piano di autonomia dovrebbe prima confrontarsi con il modo in cui il Marocco governa il territorio che occupa. È lì che quella proposta deve essere giudicata, non nelle dichiarazioni diplomatiche.

La realtà è sotto gli occhi di tutti.

Nei territori occupati la popolazione autoctona saharawi continua a subire discriminazioni nell’accesso al lavoro, alle opportunità economiche, all’istruzione superiore e ai percorsi di sviluppo. Intere generazioni crescono senza poter beneficiare, nella propria terra, delle stesse opportunità di cui godono i coloni marocchini insediati nel Sahara Occidentale. Lo sviluppo viene esibito attraverso grandi opere e infrastrutture, ma il vero sviluppo non si misura con il cemento o con le immagini promozionali: si misura dalla qualità della vita delle persone, dall’accesso all’acqua, all’istruzione, alla sanità, al lavoro, alla libertà di movimento, alla libertà di espressione e alla possibilità di costruire il proprio futuro con pari dignità.

In numerosi casi, invece di garantire reali opportunità di lavoro e di crescita professionale, ai giovani saharawi vengono prospettate misure assistenziali che alimentano la dipendenza anziché l’autonomia economica, impedendo loro di acquisire competenze, responsabilità e piena dignità attraverso il lavoro. Anche l’accesso all’università e a concrete prospettive di sviluppo nella propria terra resta fortemente limitato.

Perfino l’identità culturale viene colpita. La Jaima, la tradizionale tenda saharawi, simbolo di libertà, di appartenenza e di vita comunitaria, è stata in numerose occasioni ostacolata o vietata, persino sulle coste dell’Atlantico, luogo storico di incontro e di socialità del popolo saharawi. Quando un popolo non può vivere liberamente nemmeno i propri simboli, non si può parlare di un’autonomia rispettosa della sua identità.

A tutto questo si aggiungono la detenzione dei prigionieri politici, le decisioni delle Nazioni Unite rimaste inattuate, le denunce di tortura accertate dagli organismi internazionali, la repressione degli attivisti saharawi, l’espulsione di osservatori internazionali, parlamentari, giornalisti e giuristi e le limitazioni imposte al monitoraggio indipendente del territorio.

Di fronte a questa realtà, la questione non è se il Fronte Polisario debba prendere in considerazione il piano di autonomia. La vera domanda è un’altra.

Come può la comunità internazionale continuare a presentare come soluzione politica il modello di governo di uno Stato che, nel territorio che occupa, continua a negare diritti fondamentali alla popolazione autoctona saharawi?

Il Fronte Polisario è il rappresentante riconosciuto del popolo saharawi. Ma non è proprietario della sua volontà. Il diritto all’autodeterminazione appartiene esclusivamente al popolo saharawi ed è un diritto riconosciuto dalle Nazioni Unite e dal diritto internazionale. Nessun rappresentante può rinunciarvi al posto del suo popolo.

Per questo lo sciopero della fame di Naâma Asfari rappresenta molto più della protesta di un prigioniero politico. Insieme alla condizione dei suoi compagni di detenzione, esso costituisce la più autorevole risposta alla pretesa che il popolo saharawi debba considerare il piano di autonomia come l’unica prospettiva possibile.

Non è più il popolo saharawi a dover spiegare perché rifiuta quella proposta.

Sono coloro che continuano a sostenerla a dover spiegare come possa essere considerata credibile mentre i prigionieri politici restano in carcere, le decisioni delle Nazioni Unite vengono sistematicamente ignorate, gli osservatori internazionali vengono espulsi, gli attivisti sono repressi e alla popolazione autoctona saharawi continuano a essere negati diritti fondamentali nella propria terra.

Perché un progetto politico non si giudica dalle promesse che contiene, ma dal modo in cui viene esercitato il potere nei confronti delle persone alle quali pretende di essere destinato.

Il Sahara Occidentale occupato costituisce già oggi la dimostrazione concreta di ciò che il Marocco intende per autonomia. Ed è proprio questa realtà, più di qualsiasi documento o dichiarazione diplomatica, a chiudere definitivamente il dibattito sul piano di autonomia proposto dal Marocco.

Fatima Mahfud
Rappresentante del Fronte Polisario in Italia

Sostienici col 5 X 1000