Con queste interviste non vincerete mai

di Salvatore Cannavò – Tratto da Jacobin Italia

A leggere le dichiarazioni di Elly Schlein al Foglio sembra che la lezione politica fondamentale sulla crisi di questi anni non sia stata appresa

Di tutti i complimenti che Elly Schlein poteva attendersi per la sua intervista del 23 luglio al Foglio, quelli pubblicati dal quotidiano di Claudio Cerasa il giorno dopo non sono i più benauguranti. 

In ultima pagina, infatti, si legge la soddisfazione del ministro forzista Gilberto Pichetto Fratin per «l’ottima notizia» della segretaria Pd che «non ha alcuna preclusione ideologica sul nucleare». E quindi, spiega il ministro, avanti tutta sul programma nucleare che il governo vuole affiancare allo sviluppo delle rinnovabili perché nel 2050 «la domanda di energia elettrica raddoppierà». Accanto al ministro del centrodestra, la soddisfazione di Michele De Pascale, presidente dell’Emilia-Romagna, volto ancora poco noto ma di peso di quel «riformismo» interno al Pd che in realtà è la corrente social-liberale, legata ai centri di potere europeisti, ossequiosa rispetto alle richieste confindustriali e alle varie lobby tra cui quella energetica. De Pascale esalta anche le risposte di Schlein sulla sicurezza, «il nuovo equilibrio tra Green deal e politica industriale, superando contrapposizioni ideologiche» (cioè mettendo la sordina alla protezione ambientale e dando spazio alle richieste industriali) come avviene con l’apertura fatta da Schlein alla revisione del sistema Ets (la compravendita di quote relative all’emissione di anidride carbonica che il governo Meloni vorrebbe addirittura sospendere), fino alla politica estera. Se è «urgente» una netta «discontinuità» con il governo Meloni, dice De Pascale, questa va fatta «senza alcuna ambiguità sul sostegno strategico al popolo ucraino». Che non significa semplicemente solidarietà al diritto all’autodeterminazione di quel popolo, ma il proseguimento della linea atlantista che mira al rifornimento di armi e alla contrapposizione strategica con la Russia per creare un nuovo clima da Guerra fredda e una prospettiva di riarmo. 

Elly Schlein ha così ottenuto l’effetto che voleva (visto il quotidiano in cui ha precisato queste idee): rassicurare la destra interna al suo partito e quegli ambienti che, ricorrendo a delle facce, possiamo personalizzare in figure come Sergio Mattarella, Paolo Gentiloni, Mario Draghi e lo stesso Romano Prodi. 

L’intervista, del resto, non ammette equivoci. «Quando parlo di abbassare i costi dell’energia non parlo in generale. Parlo nello specifico. Parlo di imitare ciò che fanno paesi come Spagna e Portogallo. Bisogna accelerare sulle fonti rinnovabili» premette Elly Schlein prima di inviare il messaggio che le preme. All’obiezione, infatti, che la Spagna ha comunque un piano nucleare, la segretaria dem risponde che «il Pd non ha alcuna preclusione ideologica sul nucleare. Da parlamentare europea ho sempre sostenuto la ricerca sulla fusione nucleare. Il problema non è la tecnologia, in questo caso. Il problema è legato ai tempi. E quando si parla di nucleare i costi e i tempi di produzione non sono compatibili con le esigenze delle nostre imprese». Come abbiamo visto, Pichetto Fratin, raccogliendo l’apertura, risponde che la strategia del governo punta al 2050, quindi i tempi non sono un problema: tra i due ci può essere accordo. 

Così come è importante l’apertura sugli Ets che la Commissione europea ha appena modificato rendendo più flessibile e ampia la parte di quote gratuite da assegnare alle imprese colpite da processi di delocalizzazione. Schlein si dice d’accordo nel rivedere l’attuale sistema – «Noi abbiamo sempre lavorato per una revisione dell’Ets» – e l’unico limite che pone è quello di evitare i termini della sospensione richiesti dal governo Meloni.

Sulla politica estera, il terzo tassello decisivo di questa intervista, ribadisce la scelta di stare dalla parte dell’Ucraina, senza esitazione, ma la parte più importante è quella della difesa comune: «Noi siamo per una difesa comune che tenda a rendere possibile l’esercito unico europeo». Il Rearm Eu di Ursula von der Leyen non viene quindi contestato, mentre, dice Schlein, «siamo contrari non solo all’obiettivo, irrealistico, sbagliato, del 5 per cento del Pil di spesa militare previsto dalla Nato, ma anche a misure che incentivano solo il riarmo nazionale dei 27 eserciti europei, scoordinati tra loro». Non si tratta di spendere di più, aggiunge, ma di «farlo con maggiore efficienza rispetto a oggi. Solo questo aumenta la deterrenza». E chi lo fa? «Dico, con convinzione, che serve più Europa. Serve un’Europa più forte. Serve un’Europa in grado di decidere più velocemente. Serve un’Europa in grado di muoversi con un federalismo pragmatico», dice la segretaria citando Mario Draghi. 

Il quadro è quindi quello di un Pd che si discosta davvero di poco dalle politiche precedenti all’arrivo di Schlein alla segreteria. L’intervista è davvero ampia, occupa quasi due pagine, c’era il tempo e lo spazio per mettere al centro della riflessione la questione climatica e quindi la revisione delle folle politiche seguite finora, di ridare centralità alla questione salariale, al di là del solo salario minimo, iniziando a porsi il problema delle risorse, a dare un segnale esplicito sul tema della patrimoniale o comunque di una fiscalità più giusta, di ridare legittimità alla parola «disarmo», di fare della questione di Gaza e del genocidio un’architrave di politica estera. Non si tratta di temi estremi, appannaggio solo di forze radicali o socialiste; come ricorda la stessa Schlein il socialista Sanchez, in Spagna, qualche segnale lo ha dato, e in Danimarca si sta discutendo di cure dentarie gratuite (sulla spinta dell’Alleanza rosso-verde che sostiene dall’esterno il governo socialdemocratico). Come si fa ad avviarsi verso la campagna elettorale recuperando il vecchio moderatismo che ha portato alla disfatta non solo il Pd ma l’intero centrosinistra?

Si potrebbe rispondere facilmente che dal Pd non bisogna aspettarsi nulla e che pensare che Elly Schlein potesse modificare il corso della politica di quel partito sarebbe stata solo un’illusione. Su queste pagine non esistono illusioni sul Pd e nemmeno analisi tifose, ma la realtà politica dell’Italia e dell’Europa dovrebbe consigliare almeno qualche riposizionamento tattico. 

Il mondo sembra avvitarsi in una spirale di guerra permanente e su larga scala. La guerra in Ucraina, che sta raggiungendo per durata quella della Seconda guerra mondiale, si è ormai legata a doppio filo a quella in Iran, la Cina è di fatto chiamata in causa mentre la questione israeliana – perché di questo ormai si tratta, di un paese che è oggettivamente un ostacolo permanente a un processo di pacificazione – continua a destabilizzare l’area mediorientale. La guerra ha effetti diretti sulle condizioni di vita: nessuna banca centrale sembra in grado al momento di porre freni all’inflazione e il prezzo della benzina alla pompa sta lì a segnalarlo. I prezzi aumentano ovunque in modo indiscriminato con una redistribuzione al contrario dei redditi. I profitti delle grandi multinazionali e delle banche schizzano verso l’alto in modo inedito. E in questa situazione non si è visto nessun timido miglioramento apportato dal governo Meloni che non sia stato il solito pannicello caldo della decontribuzione – che in un modo o nell’altro si riflette però nella copertura previdenziale e comunque è a carico della fiscalità generale, quindi degli stessi lavoratori dipendenti: niente sul piano della sanità, dell’assistenza sociale, figuriamoci sulle politiche di cura del territorio e dell’ambiente. 

Ci sono margini per muovere un’offensiva generale al governo Meloni e spostare, o meglio traslare. l’agenda politica. Il tema «sicurezza» si è affermato al centro del dibattito solo grazie al volume di fuoco politico e mediatico sparato dal governo e dalla maggioranza parlamentare, con i Tg e i giornali, compresi quelli della «borghesia riflessiva», al seguito. Ma non è il tema decisivo. I dati del Viminale parlano di una riduzione della criminalità e, ad esempio, degli omicidi volontari. Invece di impugnare alcune rivendicazioni sociali forti, di allargare la discussione, di costruire alleanze, la sedicente sinistra italiana sceglie di mandare segnali di apertura alla lobby nucleare e a quella che punta alla demolizione di quel po’ di green deal che ancora resiste in Europa. Sembra un suicidio, una coazione a ripetere, ma ovviamente è qualcosa di più e di più sostanziale. 

Il problema del Pd è che è e resterà ancora l’unico partito a credere in modo fideistico a questa Unione europea come punto di equilibrio avanzato della politica continentale. L’Europa difesa è però l’Europa delle banche, delle lobby multinazionali, degli equilibri costruiti nella burocrazia di Bruxelles. È l’Europa che ha partorito il NexGenerationEu per poi rimangiarselo, che ha strangolato la Grecia nel 2015, che chiude le frontiere e che, soprattutto, continua con la sua politica di austerity e di bilanci super-controllati. Con quello che è accaduto dalle elezioni europee in poi, il Pd dovrebbe ritirare la fiducia a Ursula von der Leyen così come non la concede a Giorgia Meloni. La quale, dalla propria specifica postazione, ha del resto compiuto un cammino analogo, concedendosi alle mediazioni europeiste, si veda la tenuta dei saldi di bilancio, ma incassando uno spostamento a destra delle politiche Ue sull’immigrazione. La sinistra socialista europea, finora, tiene in vita la Commissione solo con vantaggi relativi ai grandi interessi del capitale europeo, dalle banche all’industria delle armi. 

Stupisce che gli alleati di sinistra della possibile Alleanza per la Costituzione abbiano lasciato correre, convinti, ovviamente, che alla fine Schlein qualche cosa dovrà concedere loro, ma affermando l’idea – già vista in azione ogni volta che le varie sinistre si sono preparate ad accordi di governo – che le mediazioni avverranno al ribasso. Solo Giuseppe Conte finora ha tenuto alta la bandiera del no al riarmo attirandosi l’accusa, reiterata, di putinismo. E si vedrà che capacità di bilanciamento riuscirà a operare il M5S senza, o magari in asse, con l’Alleanza Verdi e Sinistra. Ma si tratta di una questione che sembra rimanere nel chiuso di qualche ufficio parlamentare o di qualche buon ristorante romano. Una volta, almeno, si ventilavano i «comitati per l’Ulivo» o qualche altra idea estemporanea che promettesse una parvenza di partecipazione popolare, magari anche solo di strutture organizzate, associative o sindacali. Così sembra solo affare di ceti politici, cristallizzando una fase che è già segnata dalla netta separazione tra quel che si muove nella società – pensiamo alla mobilitazioni per Gaza – e lo striminzito dibattito politico. 

Proprio perché non nutriamo illusioni, ma comunque consideriamo un problema che riguarda tutti se la destra continuerà a esercitare un potere incontrastato anche nella prossima legislatura, avvertiamo che questa modalità non potrà che ritorcersi contro le forze che oggi sono all’opposizione. Sembra che la lezione politica fondamentale di questi anni, e cioè che la crisi sociale, economica e culturale del mondo occidentale esige risposte forti, obiettivi radicali e uno scuotimento della politica piuttosto che la rincorsa del cosiddetto centro politico, non voglia o non possa essere appresa. 

Con questi dirigenti, diceva Nanni Moretti, non vinceremo mai. Nemmeno con queste interviste vincerete mai.

*Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023).

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