Dall’Iran alla sorveglianza di massa: la doppia guerra di Palantir

di Mathéo Malik

«L’Iran è lo scenario in cui tutto ciò che Palantir ha costruito in vent’anni diventa visibile»
Olivier Tesquet 

Al di là delle lezioni sull’Anticristo e del clamore mediatico delle crociate algoritmiche, l’azienda di Peter Thiel e Alex Karp è diventata indispensabile al funzionamento degli Stati.

Ma dall’Ucraina all’Iran, contribuisce anche a configurare le linee del fronte.

In un’intervista approfondita, Olivier Tesquet, coautore di Apocalypse Nerds (Divergences, 2025), analizza la geopolitica di una «azienda totemica del XXI secolo».

Perché Palantir è diventata oggi un’azienda chiave nel progetto trumpista di cambiamento di regime negli Stati Uniti?

Palantir non si trova lì per caso o per semplice opportunismo. L’azienda è stata concepita, fin dall’inizio, come una teoria dello Stato.

Quando fu fondata nel 2004, nell’America dell’11 settembre, partiva da una diagnosi precisa: i servizi di intelligence statunitensi avevano fallito. Non per mancanza di informazioni, ma perché non avevano la capacità di collegarle, interpretarle e prendere decisioni operative sulla base di esse. Palantir si propose fin dalle origini di colmare questa lacuna. Ma la proposta non è soltanto tecnica: comporta una visione del potere.

Palantir è, a mio avviso, l’azienda emblematica del XXI secolo, tanto per le condizioni della sua creazione quanto per la sua attività e la sua articolazione con il potere contemporaneo. Nessun’altra azienda cristallizza con altrettanta precisione ciò che è più caratteristico di questo secolo: la fusione di sorveglianza, guerra, capitale e ideologia in un unico prodotto.

Che cosa fa concretamente Palantir?

Ciò che Palantir fa concretamente è produrre ontologia -torneremo più avanti su questo concetto-, cioè riscrivere il mondo reale, sensibile, in un linguaggio proprio.

Le sue due soluzioni principali, Gotham e Foundry, aggregano fonti di dati eterogenee -database amministrativi, rapporti di intelligence, dati biometrici, precedenti giudiziari, geolocalizzazione, social network, ecc.- per integrarle in un’unica dashboard, unificata e leggibile. Foundry è destinata alle grandi aziende e alle amministrazioni civili, mentre Gotham si rivolge alle agenzie di sicurezza e intelligence. Una terza piattaforma, AIP (Artificial Intelligence Platform), lanciata nel 2023, integra i grandi modelli linguistici direttamente in questi ambienti operativi, permettendo di interrogare enormi quantità di dati che altrimenti sarebbero inaccessibili a un operatore umano.

Che cosa rende oggi così singolari i servizi che offre?

Palantir non vende dati, ma la capacità di attribuire loro un significato. La differenza è fondamentale, perché, una volta installata all’interno di un’amministrazione, Palantir mette in atto quello che l’industria del software chiama vendor lock-in: diventa un fornitore di cui non si può più fare a meno.

In questo caso, non perché i suoi concorrenti siano meno bravi, ma perché è diventata proprietaria della stessa intelligibilità delle decisioni.

I suoi sistemi si integrano nelle procedure interne, e questa dipendenza crea un potere discreto ma reale. Nel 2017, quando la polizia di New York volle rescindere il proprio contratto con Palantir, l’azienda ricordò di essere proprietaria della tecnologia, cioè della capacità di leggere e interpretare le decisioni assistite dal computer. La stessa cosa accadde in Francia, quando la DGSI, all’epoca degli attentati del 2015, firmò con Palantir. All’epoca, Patrick Calvar, capo dei servizi di intelligence interna, spiegò che si trattava di una soluzione temporanea. Dieci anni dopo, il Ministero dell’Interno ha appena rinnovato il contratto per la terza volta, mentre il ministro degli Esteri si congratula con Peter Thiel quando quest’ultimo visita la Francia lo scorso gennaio.

Non siamo gli unici prigionieri. Nell’Unione europea, questo meccanismo di dipendenza ha prodotto due risposte opposte: la resistenza o la vassallizzazione forzata.

In Germania, la protesta ha assunto una forma giuridicamente ambiziosa. Nel luglio 2025, un’associazione per la difesa delle libertà pubbliche, la Gesellschaft für Freiheitsrechte, ha presentato un ricorso costituzionale contro l’uso del software VeRA -la versione bavarese di Gotham- sostenuto da una petizione con oltre 250.000 firme. Il Chaos Computer Club, la più antica associazione di hacker d’Europa, che sostiene il procedimento, riassume la questione con una precisione applicabile a tutti i Paesi coinvolti: la polizia diventa «dipendente per anni da un software deliberatamente opaco».

«Ciò che il mercato compra non è un bilancio, ma una promessa escatologica. L’idea che Palantir sarà il sistema nervoso del prossimo ordine mondiale.»
Olivier Tesquet


Nel Regno Unito accade il contrario: oggi ci sono 34 contratti tra Palantir e lo Stato britannico, dalla deterrenza nucleare alle tecnologie di polizia, per oltre 650 milioni di sterline, cosa che lo rende il maggiore cliente di Palantir dopo il governo statunitense. Le «porte girevoli» funzionano a pieno regime, con l’assunzione di ex alti funzionari del Ministero della Difesa e visite ufficiali organizzate da intermediari come l’ex ambasciatore Peter Mandelson, la cui società di consulenza rappresentava Palantir e che da allora è stato arrestato in relazione al caso Epstein.

Due Paesi, due rapporti sullo stesso prodotto, ma in entrambi i casi ciò che è in gioco è il vendor lock-in. Questo è il vero prodotto, e non è un caso. Non dimentichiamolo, perché Thiel lo ha chiarito nel suo libro Da zero a uno: è un fervente sostenitore dei monopoli.

È proprio per questa ragione che Palantir è così importante nell’impresa di cambiamento di regime guidata dall’amministrazione Trump.

L’obiettivo del DOGE o dell’ICE non è semplicemente burocratico: è trasferire il potere coercitivo dello Stato statunitense a un’architettura privatizzata e algoritmica.

Nel bricolage tecno-fascista dell’amministrazione Trump, Palantir non impone tanto un’ideologia dall’esterno. Al contrario, è l’infrastruttura più coerente con l’esercizio del potere tecno-fascista. Alcuni anni fa, durante una sessione di domande e risposte su Reddit, un internauta scherzoso chiese a Peter Thiel se Palantir fosse una copertura della CIA, in riferimento al fondo d’investimento dell’agenzia, In-Q-Tel, che l’aveva aiutata agli inizi. Thiel rispose che era il contrario: la CIA era una copertura per Palantir. Era qualcosa di più di una battuta.

In quale contesto l’azienda è stata quotata in borsa?

Palantir è stata quotata in borsa nel settembre 2020, in un contesto rivelatore sotto diversi aspetti.

Scelse una quotazione diretta (una DPO, Direct Public Offering) invece di una classica quotazione tramite IPO. Questa scelta tecnica non è irrilevante: consente di evitare le banche d’investimento come intermediari, mantenere il massimo controllo sulla struttura azionaria e accedere ai mercati pubblici senza diluire il potere dei fondatori. È coerente con la filosofia di Thiel, che ha sempre considerato Wall Street un’istituzione parassitaria, utile come leva, ma non come partner.

Anche il momento è molto significativo. Il 2020 è l’anno del Covid e dei massicci contratti governativi nel settore della sanità pubblica. Palantir ottiene, in particolare, un contratto con il NHS britannico per gestire i dati della pandemia, cosa che ha suscitato notevoli controversie che ancora oggi non si sono placate. È anche l’anno in cui i titoli tecnologici esplodono, spinti dalla smaterializzazione forzata dell’economia mondiale. Palantir è salita su quest’onda e ha sfruttato la reputazione controversa che aveva accuratamente coltivato fin dagli inizi, presente persino nel suo nome, ispirato all’universo de Il Signore degli Anelli: quella di un’azienda che sa cose che gli altri non sanno.

Al momento della quotazione, la sua valutazione raggiunse circa 15 miliardi di dollari. Oggi si avvicina ai 400 miliardi. Questa vertiginosa ascesa, che rende Palantir una delle aziende più valutate del settore della difesa, davanti a storici operatori industriali come Lockheed Martin o Raytheon, è difficile da spiegare soltanto attraverso gli indicatori finanziari. Palantir ha continuato a registrare perdite fino al 2023 e i suoi ricavi, sebbene in crescita, rimangono modesti rispetto alla sua capitalizzazione. Ciò che il mercato compra non è un bilancio, ma una promessa escatologica. L’idea che Palantir sarà il sistema nervoso del prossimo ordine mondiale.

Esiste un’ideologia esplicita di Palantir?

Sì, anche se viene deliberatamente presentata sotto le mentite spoglie del pragmatismo tecnico.

Alex Karp la formula con una franchezza a volte sconcertante. Nel suo libro The Technological Republic, pubblicato all’inizio del 2025, sviluppa una tesi che merita di essere presa sul serio, soprattutto nel contesto della guerra in Iran: le democrazie occidentali starebbero perdendo la guerra tecnologica contro i loro avversari autoritari, non per mancanza di talento, ma per mancanza di volontà.

Secondo Karp, gli ingegneri della Silicon Valley avrebbero sviluppato un’allergia al potere dello Stato e a quello militare, rendendoli collettivamente incapaci di mettere il proprio genio al servizio della sopravvivenza dell’Occidente. Karp lo dice con una franchezza abrasiva: un’intera generazione di ingegneri prodigiosi ha dedicato il proprio genio alla progettazione di applicazioni per la consegna di cibo e interfacce per condividere fotografie, mobilitando miliardi di dollari e legioni di menti brillanti per soddisfare, secondo lui, «i capricci della cultura del capitalismo avanzato», mentre i loro predecessori costruirono la bomba atomica e Internet.

Per lui, il sostegno della Silicon Valley alla causa nazionale, evidente dopo la Seconda guerra mondiale, è evaporato a favore di una comoda posizione di ritirata: perché rischiare la disapprovazione degli amici lavorando per l’esercito quando evitare le responsabilità viene considerato etico? Secondo Karp, si tratta tanto di una diserzione morale quanto di un errore strategico. Palantir sarebbe l’antidoto: un’azienda che assume pienamente l’articolazione tra tecnologia e potere sovrano.

Questo discorso, i cui termini potrebbero essere messi in discussione storicamente, ha una duplice funzione. Karp è filosofo di formazione -ha discusso la sua tesi all’Università Goethe di Francoforte, nell’orbita intellettuale di Habermas, la cui teoria della crisi di legittimità invoca per giustificare la propria tesi centrale: le democrazie occidentali perderanno credibilità se non riusciranno a garantire crescita e sicurezza-. Il paradosso è gustoso: si appoggia a Habermas per arrivare a un’apologia della ragion di Stato algoritmica.

Ma il discorso è anche profondamente strategico. Posizionandosi come difensore della civiltà occidentale di fronte ad avversari che «non si fermeranno a discutere i meriti delle tecnologie a uso militare», Palantir diventa politicamente inattaccabile e commercialmente irresistibile per qualsiasi governo che non voglia apparire ingenuo nei confronti di Cina o Russia. L’ideologia è dunque inseparabile dal modello di business.

Ciò che si può dire con maggiore precisione su questa ideologia è che si fonda su una concezione profondamente schmittiana della politica: ci sono amici, ci sono nemici e la tecnologia ha la funzione di distinguerli. Karp non cita Schmitt, ma la struttura del pensiero è identica. È esattamente ciò che fanno i software di Palantir: identificare, classificare e stabilire le priorità degli obiettivi. Il prodotto è la materializzazione della dottrina.

Palantir ora si presenta come un «marchio di lifestyle». Che cosa dice questo della sua strategia?

Esiste una dimensione di Palantir che viene sottovalutata perché sembra superficiale: la sua deliberata trasformazione in un marchio culturale.

Nel settembre 2025, Palantir ha lanciato una linea di merchandising -pantaloncini, cappellini, magliette -in una strategia apertamente promossa da Eliano Younes, responsabile del coinvolgimento strategico dell’azienda, che si è limitato a pubblicare: «Palantir è un marchio di lifestyle». Gli ordini arrivano accompagnati da una nota firmata da Karp: «Grazie per la vostra dedizione a Palantir e alla nostra missione di difendere l’Occidente. Il futuro appartiene a coloro che credono e costruiscono. E noi costruiamo per dominare». Tra i prodotti disponibili c’è, per esempio, una maglietta che lo raffigura con gli occhiali da sole e la parola «Dominate» stampata sulla schiena. Made in USA, naturalmente, ed esaurita in pochi giorni.

La cosa più sorprendente è che Palantir non vende nient’altro al grande pubblico. Per definizione, le sue piattaforme sono riservate a governi e multinazionali. Tuttavia, mantiene una comunità di fan su Reddit, che seguono l’azienda come se fosse la loro squadra sportiva preferita. Commentano i suoi contratti e festeggiano i suoi rialzi in borsa.

Il suo direttore tecnico, Shyam Sankar, raccoglie inoltre fondi per Founders Films, una società di produzione cinematografica con sede a Dallas, che intende offrire film sull’«eccezionalismo americano», sia raccontando l’assassinio del generale iraniano Qassem Soleimani sia attraverso un adattamento in tre parti di La rivolta di Atlante, la bibbia libertaria di Ayn Rand…

Tutti questi motivi ricordano i cartelli Support Our Troops («Sosteniamo le nostre truppe») che proliferavano nei giardini americani durante la guerra in Iraq: Palantir è diventata un riferimento culturale, una grammatica del potere, indipendentemente da qualsiasi rapporto commerciale diretto.

È Gramsci applicato alla Silicon Valley: costruire un’egemonia culturale attorno a una visione del mondo ancora prima che quella visione si imponga istituzionalmente. In questo senso, Palantir è un’azienda «metapolitica»: non si limita a equipaggiare lo Stato, ma ne formatta l’immaginario.

«L’ideologia si fonda su una concezione profondamente schmittiana della politica: ci sono amici, ci sono nemici e la tecnologia ha la funzione di distinguerli. »
Olivier Tesquet

Al centro della missione di Palantir lei ha menzionato il concetto di ontologia. Di che cosa si tratta?

La parola merita che ci soffermiamo su di essa, perché non è stata scelta a caso. Si tratta anche di una forma di appropriazione simbolica.

In filosofia, l’ontologia si interroga sulla natura dell’essere: che cosa esiste, come esiste e secondo quali categorie può essere descritto. Quando Palantir dà questo nome a uno dei suoi prodotti, lanciato nel 2021 per la piattaforma Foundry, non si tratta di filosofia da salotto.

Rivendica qualcosa di molto più radicale: la capacità di definire ciò che esiste nel mondo di un’organizzazione e, di conseguenza, ciò che può essere visto, trattato e deciso.

Concretamente, l’Ontology di Palantir è uno strato software che modella gli oggetti del mondo reale -una persona, un veicolo, un evento, una transazione finanziaria -e le relazioni tra essi, in un linguaggio unificato e interoperabile. Permette a sistemi informativi eterogenei, che prima non comunicavano tra loro, di condividere la stessa rappresentazione della realtà.

Per un’amministrazione militare, questo significa che l’intelligence umana, i dati satellitari, i flussi di comunicazione intercettati e i database logistici possono improvvisamente essere consultati insieme, in tempo reale, all’interno di un’unica interfaccia.

La posta in gioco va ben oltre l’impresa tecnica: definendo le categorie attraverso le quali la realtà deve essere descritta affinché possa essere elaborata algoritmicamente, Palantir esercita un potere costituente sulla realtà dei propri clienti. Non si limita a elaborare dati: decide che cosa conta come dato, che cosa conta come minaccia, che cosa conta come obiettivo. In questo senso, il nome tradisce la sua ambizione: reificare il mondo e riscriverlo in un linguaggio proprio.

La dimensione politica di questa scelta diventa vertiginosa quando viene applicata all’ambito repressivo. Quando l’ICE utilizza gli strumenti di Palantir per rintracciare gli immigrati privi di documenti, non è un database a funzionare, ma una divisione del mondo sociale in categorie operative: regolare e irregolare, cittadino e indesiderabile. Queste categorie non sono neutre; sono il prodotto di decisioni politiche codificate in un software, rese invisibili dalla loro forma tecnica e quindi sottratte a qualsiasi dibattito democratico.

E quando il sistema sbaglia -cosa che nessun software può evitare -anche l’errore rimane codificato nel software, poiché, per definizione, è invisibile. Il potere del sistema risiede precisamente nel fatto che rende illeggibili i propri stessi errori.

Che ruolo svolge Palantir nella repressione negli Stati Uniti attraverso l’ICE?

Innanzitutto bisogna ricordare che l’ICE non è un’invenzione di Trump. L’agenzia è stata creata da George W. Bush dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Ma durante il secondo mandato di Trump è stata trasformata per diventare il braccio armato di una politica di deportazione di massa esplicitamente perseguita, dotata di risorse considerevolmente rafforzate e, soprattutto, di un’infrastruttura tecnologica che ne cambia radicalmente la scala.

È qui che entra in gioco Palantir. Lo storico contratto, firmato durante l’amministrazione Obama, si chiama FALCON. Sviluppato da Palantir per l’ICE a partire dal 2014, è stato enormemente ampliato sotto Trump. FALCON aggrega dati provenienti da fonti estremamente eterogenee: fascicoli di detenzione, precedenti giudiziari, dati biometrici, informazioni sui veicoli, tabulati telefonici, social network, database di altre agenzie federali e locali.

Permette a un agente dell’ICE di costruire in pochi minuti un profilo completo di una persona, localizzare i suoi familiari, identificare le sue abitudini di spostamento e pianificare un arresto. Questo emerge dalle dichiarazioni degli agenti davanti ai tribunali: senza questi strumenti, gli agenti dell’ICE sono costretti a improvvisare, come hanno dimostrato diversi video virali di arresti falliti a Los Angeles o Chicago.

Più recentemente, Palantir ha sviluppato ImmigrationOS, progettato specificamente per coordinare l’intero ciclo di espulsione, dall’identificazione alla deportazione. Mentre FALCON aggrega dati per localizzare le persone, ImmigrationOS mira a gestire il processo dall’inizio alla fine, esattamente come un sistema operativo -un OS -applicato a una popolazione. Il prodotto non è ancora pienamente operativo, ma il suo stesso nome dice qualcosa che FALCON nascondeva ancora dietro un acronimo burocratico: l’immigrazione trattata come un semplice problema di ottimizzazione software.

Ciò che rende il sistema particolarmente temibile -e particolarmente preoccupante -è la sua capacità di aggirare le città santuario.

Di che cosa si tratta?

Questi comuni, spesso democratici, avevano preso la decisione politica di non collaborare attivamente con l’ICE, rifiutandosi di condividere i propri database locali. Tuttavia, FALCON permette di ricostruire le informazioni mancanti incrociando altre fonti, rendendo questa resistenza istituzionale in gran parte inefficace.

Le retate dell’estate 2025 in California, che contribuirono a scatenare disordini a Los Angeles, portarono alla luce questo dispositivo fino ad allora discreto. Ricordarono inoltre una realtà: non sono soltanto gli agenti federali a decidere le espulsioni, ma un algoritmo proprietario, progettato da un’azienda quotata in borsa, i cui criteri di selezione non sono soggetti ad alcun controllo democratico.

Il direttore dell’ICE, Todd Lyons, ha riassunto l’ambizione del dispositivo con una formula agghiacciante: vuole trasformare la sua agenzia in un «Amazon Prime di esseri umani». Quella che avrebbe dovuto essere un’analogia infamante viene rivendicata come una ragione sociale. La logica è quella della catena logistica applicata all’essere umano: identificare, localizzare, raccogliere, consegnare.

E questa logica ha ormai la sua architettura fisica, poiché l’ICE sta acquistando massicciamente magazzini che intende trasformare in centri di detenzione. Questi edifici mi ricordano un’altra infrastruttura che si sta diffondendo in tutti gli Stati Uniti: i data center. In un caso vengono immagazzinati dati. Nell’altro, corpi.

Viene immediatamente in mente ciò che lo storico Johann Chapoutot ha dimostrato sul nazismo: l’orrore non deriva dall’eccesso, ma dalla razionalizzazione amministrativa. La ricercatrice italiana Francesca Bria parla, da parte sua, di Authoritarian Stack, l’accumulo di strati tecnici e logistici che, presi singolarmente, sembrano corrispondere alla semplice gestione, ma la cui integrazione produce un’infrastruttura di reclusione totale: algoritmica da un lato, fisica dall’altro.

Ciò che cambia con Trump è che questa logica viene ora pienamente assunta, quasi rivendicata, nel cuore della più grande democrazia del mondo, o di ciò che ne rimane.

«Palantir è diventata un indicatore culturale, una grammatica del potere, indipendentemente da qualsiasi rapporto commerciale diretto.»
Olivier Tesquet

E al di fuori degli Stati Uniti?

Gaza e Ucraina sono i due scenari in cui Palantir è più visibile al di fuori degli Stati Uniti, ma illustrano due logiche piuttosto diverse.

In Ucraina, Palantir è presente dall’inizio dell’invasione russa. Alex Karp ha viaggiato a Kiev, è stato ricevuto da Zelensky e l’azienda ha fornito le proprie piattaforme -in particolare Gotham -alle forze armate ucraine per l’intelligence, la pianificazione operativa e l’artiglieria di precisione.

È un esempio classico di ciò che Palantir considera la propria missione civilizzatrice: mettere il potere dell’IA al servizio delle democrazie occidentali contro i loro avversari autoritari. Da questo punto di vista, la guerra in Ucraina è stata una straordinaria vetrina commerciale per Karp. Ha permesso a Palantir di dimostrare in condizioni reali l’efficacia dei propri sistemi e di acquisire una credibilità operativa che nessuna dimostrazione commerciale avrebbe potuto produrre.

Non è esagerato dire che l’Ucraina è stata per Palantir ciò che la guerra del Golfo è stata per l’industria della difesa statunitense negli anni Novanta: un laboratorio su larga scala e un argomento di vendita.

Questa vetrina, tuttavia, ha i suoi limiti. Dal ritorno di Trump al potere, Palantir si trova stretta tra i suoi contratti ucraini e il suo crescente allineamento con un’amministrazione Trump che desidera negoziare con Mosca. Karp continua a sostenere pubblicamente Kiev, ma la tensione è reale. La «difesa dell’Occidente» si incrina quando è lo stesso Occidente a cambiare schieramento.

Gaza è una questione molto più torbida. Palantir fornisce da diversi anni strumenti all’esercito israeliano e le rivelazioni sull’uso dei sistemi di IA nella conduzione delle operazioni militari israeliane hanno portato alla luce una realtà che l’azienda preferisce non dettagliare.

I sistemi noti come Gospel e Lavender sono strumenti di generazione automatizzata degli obiettivi, che producono raccomandazioni su obiettivi militari a un ritmo e a una scala che nessun analista umano potrebbe eguagliare. Indagini giornalistiche, in particolare quelle del media israelo-palestinese +972, hanno documentato come questi sistemi contribuiscano a una logica di attacco massiccio, nella quale la soglia di tolleranza per i danni collaterali è stata innalzata algoritmicamente.

Gospel e Lavender sono sistemi sviluppati internamente dall’Unità 8200 dell’esercito israeliano e, in quanto tali, non sono prodotti di Palantir, ma questa distinzione non basta a esonerare l’azienda dalla responsabilità.

Ciò che Palantir fornisce all’esercito israeliano è lo strato infrastrutturale sul quale questi sistemi possono funzionare. Palantir potrebbe non designare direttamente gli obiettivi, ma costruisce l’ambiente cognitivo nel quale essi vengono designati.

Nel contesto della guerra in Iran, il conflitto tra Anthropic e il Pentagono radicalizza la questione della responsabilità infrastrutturale attorno a Palantir…

Di fatto, Anthropic è stata la prima azienda di IA autorizzata a operare sulle reti classificate del Pentagono attraverso una partnership con Palantir avviata nel 2024.

Quando il Wall Street Journal ha rivelato che Claude era stato utilizzato nell’operazione statunitense che ha portato al rapimento di Nicolás Maduro a Caracas nel gennaio 2026, Anthropic ha chiesto a Palantir come fosse stato utilizzato esattamente il suo modello, scatenando quella che le fonti descrivono come una rottura del rapporto tra l’azienda e il Pentagono.

Secondo il Wall Street Journal, il comando statunitense avrebbe inoltre utilizzato Claude per valutazioni di intelligence, identificazione degli obiettivi e simulazioni di combattimento durante gli attacchi contro l’Iran, soltanto poche ore dopo che Trump aveva ordinato a tutte le agenzie federali di smettere di utilizzare gli strumenti di un’azienda che ora descrive come parte di una sorta di internazionale woke.

Complessivamente, sarebbero stati attaccati più di 1.200 obiettivi iraniani nei primi giorni del conflitto, coordinati in poche ore e che avrebbero richiesto cento volte meno soldati rispetto all’Iraq. La compressione non significa che non ci siano più esseri umani nel circuito, ma che l’essere umano viene ridotto a una garanzia sempre più simbolica.

«Palantir è un’azienda «metapolitica»: non si limita a equipaggiare lo Stato, ma ne modella l’immaginario.»
Olivier Tesquet

Al di là delle inevitabili dichiarazioni di comunicazione, questa sequenza rivela molto più di un conflitto contrattuale.

È il vendor lock-in al contrario: non è più il cliente a essere prigioniero della partnership che ha instaurato, ma il fornitore a non poter più controllare ciò che viene fatto con il suo prodotto. Anthropic aveva progettato esplicitamente salvaguardie contro le armi autonome e la sorveglianza di massa (almeno quella dei cittadini statunitensi…) e Dario Amodei si è rifiutato di eliminarle, rischiando di perdere i propri contratti governativi.

Non è bastato: una volta incorporata nell’infrastruttura di Palantir, la sua tecnologia aveva perso in parte il controllo sulle proprie condizioni d’uso.

Ciò che Gaza e il caso Anthropic mostrano insieme è una tensione costitutiva di Palantir: l’azienda si presenta come difensore delle democrazie occidentali e dei loro valori, ma i suoi strumenti sono al servizio di qualsiasi potenza in grado di pagarli e che si collochi all’interno di un arco geopolitico di imperialismo dichiarato.

La designazione del nemico, funzione schmittiana per eccellenza, viene qui subappaltata a un algoritmo.

Chi è un obiettivo legittimo? La questione non viene più decisa da un giudice, da un parlamento o persino da un alto comando: la decide un sistema di ottimizzazione i cui parametri sono privati e opachi. Forse è nella guerra che si rivela la teoria dello Stato di Palantir.

Che cosa si sa delle attività di Palantir nel contesto della guerra in Iran?

È lo scenario in cui tutto ciò che Palantir ha costruito in vent’anni diventa visibile.

Il sistema al centro delle operazioni si chiama Maven e incorpora Claude, il modello di Anthropic. La sua storia è rivelatrice: Maven è un programma lanciato dal Pentagono nel 2017 per analizzare automaticamente le immagini riprese dai droni militari. Google aveva ottenuto il contratto, ma migliaia dei suoi ingegneri si ribellarono internamente, costringendo l’azienda a ritirarsi. Palantir raccolse il testimone e lo trasformò nel nucleo del proprio posizionamento militare.

Dall’inizio degli attacchi statunitensi-israeliani alla fine di febbraio 2026, gli Stati Uniti avrebbero colpito più di 2.000 obiettivi, 1.000 dei quali nelle prime 24 ore. L’ammiraglio Brad Cooper, capo del Comando militare statunitense per il Medio Oriente (CENTCOM), ha descritto l’operazione come due volte più grande di Shock and Awe in Iraq nel 2003.

Un ritmo simile è impossibile senza un’assistenza algoritmica massiccia. Mentre l’invasione dell’Iraq mobilitò 2.000 analisti per la selezione degli obiettivi, l’operazione iraniana ne mobilita cento, forse mille volte meno.

Ciò che questa sequenza rivela non è tanto la potenza del sistema quanto la profondità della sua integrazione. Quando Anthropic cercò di capire come fosse stato utilizzato Claude durante il rapimento di Maduro nel gennaio 2026, il direttore tecnico del Dipartimento della Guerra si allarmò: «E se il software fallisse? E se si attivasse un meccanismo di sicurezza? E se si verificasse un rifiuto durante una prossima operazione, mettendo in pericolo i nostri soldati?».

Si parla molto di Peter Thiel e Alex Karp: qual è concretamente il loro potere d’azione oggi?

Thiel e Karp sono stati a lungo presentati come una coppia di opposti.

Thiel, il libertario nemico della modernità politica, l’ideologo dichiarato, il finanziatore di J. D. Vance e delle cause reazionarie.

Karp, il filosofo di sinistra, discepolo di Habermas, che votava per i democratici e lo faceva sapere.

Questo dispositivo da good cop, bad cop è stato straordinariamente utile dal punto di vista commerciale: permetteva a Palantir di vendersi alle amministrazioni di tutte le tendenze politiche, su entrambe le sponde dell’Atlantico, senza apparire mai ideologicamente compromettente.

Come sottolineiamo in Apocalypse Nerds, oggi Karp non è più un contrappeso a Thiel, se mai lo è stato: ora è semplicemente un secondo «bad cop».

Quanto al potere di Thiel, oggi è meno visibile rispetto a tre anni fa. Ha lasciato il consiglio di amministrazione di Palantir nel 2022 e non ha finanziato direttamente Trump nel 2024. Ma sarebbe ingenuo concludere che si sia ritirato. La sua influenza è strutturale: ha creato il «Thielverse», come lo chiama il suo biografo Max Chafkin, quell’ecosistema di imprenditori, investitori e responsabili politici formati al suo contatto, che ora occupano posizioni chiave nell’amministrazione e nell’economia statunitensi.

J. D. Vance è l’esempio più spettacolare, ma ce ne sono molti altri. Thiel non ha più bisogno di essere presente se i suoi ex protetti sono lì al suo posto.

Karp, da parte sua, ha acquisito maggiore importanza. In qualità di amministratore delegato, è il volto pubblico di Palantir, colui che testimonia davanti al Congresso, concede interviste e ora pubblica libri. Il suo potere d’azione è tanto operativo quanto retorico: decide i contratti, ma costruisce anche la cornice narrativa nella quale questi contratti diventano accettabili.

La sua apparizione pubblica, come personaggio eccentrico e neuroatipico che fa flessioni durante le interviste, è inseparabile dalla strategia commerciale dell’azienda.

«Palantir avanza là dove le procedure sono opache, le emergenze reali o inventate e le alternative inesistenti.»
Olivier Tesquet

Chi sono le altre persone chiave dell’azienda?

Joe Lonsdale è il cofondatore meno conosciuto dal grande pubblico, ma uno dei più attivi politicamente.

Ha lasciato Palantir nel 2009 per fondare 8VC, una società di venture capital fortemente coinvolta nei settori della difesa e della sicurezza, e gravita nell’orbita diretta dell’amministrazione Trump.

È uno degli artefici discreti di questo nuovo complesso militare-industriale e le sue recenti dichiarazioni pubbliche danno un’idea della sua personalità: nel dicembre 2025, ha chiesto su X il ripristino delle esecuzioni pubbliche per impiccagione dei criminali recidivi, in nome della necessità di ristabilire la «leadership maschile» negli Stati Uniti.

Alcune settimane più tardi, dopo le sparatorie durante le manifestazioni a Minneapolis nel gennaio 2026, ha definito i manifestanti una «insurrezione illegale organizzata». Si potrebbe considerarla una provocazione gratuita, ma è la coerenza di un uomo che ha anche fondato il Cicero Institute, un think tank conservatore autore di proposte legislative per criminalizzare la condizione di senzatetto, proposte che da allora sono state adottate in otto Stati americani.

Va menzionato anche Shyam Sankar, direttore tecnico di Palantir. È lui a incarnare meglio la dottrina operativa dell’azienda. È lui a difendere internamente la teoria dell’«human-machine teaming»: l’idea che l’IA non sostituisca l’operatore umano, ma lo potenzi, permettendogli di elaborare volumi di informazioni altrimenti inaccessibili.

Questa dottrina è fondamentale nel posizionamento commerciale, soprattutto di fronte alle critiche sull’autonomizzazione dei sistemi d’arma.

Ma al di là dei singoli casi, Palantir e i suoi fondatori hanno costruito anche un’infrastruttura di riproduzione ideologica.

Da quindici anni Thiel offre una borsa di studio di 200.000 dollari a giovani talenti affinché abbandonino l’università e creino un’azienda. Al di là di un semplice incubatore, vi vedo un dispositivo di trasformazione antropologica nel quale si ritrovano elementi invarianti dei fascismi storici: il culto della giovinezza come risorsa strategica da incanalare prima che venga «contaminata» dalle mediazioni liberali; l’anti-intellettualismo assunto, che strappa i giovani -essenzialmente -dalle pesantezze accademiche con il pretesto dell’emancipazione, ma che soprattutto sfrutta un’immaturità strategica; la naturalizzazione delle disuguaglianze, l’idea che il genio si manifesti precocemente e sia il segnale di un’attitudine biologica a creare e quindi a governare; e un’ideologia della velocità, che valorizza l’azione immediata e l’elusione delle istituzioni come strategia per evitare la politica.

La Thiel Fellowship non è un semplice sostegno economico: è un luogo in cui vengono fabbricate contro-élite convinte, come lo stesso Thiel, che la democrazia sia un attrito inutile.

Palantir ha prolungato questa logica con il proprio programma, la Meritocracy Fellowship, che recluta già dalle scuole superiori per, a quanto si legge, «evitare l’indottrinamento», vale a dire l’università.

Karp, da parte sua, ha annunciato la creazione di una borsa destinata a persone neuroatipiche. In questo modo dà corpo a una teoria che circola in alcuni ambienti della alt-right: il weaponized autism, «l’autismo armato», l’idea che persone presumibilmente distaccate dagli affetti costituirebbero un braccio armato ideale, menti che funzionano come algoritmi.

Che Karp riprenda questa logica sotto la maschera dell’inclusione dice molto sull’essere umano che Palantir sogna e su ciò che intende per intelligenza, in un ambiente tecnologico particolarmente sensibile all’eugenetica.

Che cosa si sa dei legami e dei contratti di Palantir al di fuori dell’Europa e degli Stati Uniti?

L’impronta geopolitica di Palantir è considerevole e volutamente opaca.

L’azienda non pubblica l’elenco dei propri clienti e una parte significativa dei suoi contratti viene realizzata attraverso veicoli giuridici che ne rendono difficile la tracciabilità.

In Medio Oriente, la sua presenza è massiccia e dichiarata. Palantir ha lanciato la sua prima joint venture negli Emirati Arabi Uniti per implementare le proprie piattaforme nei settori civile e governativo. Lo stesso Karp ha dichiarato che Arabia Saudita ed Emirati «adottano queste tecnologie in un modo che vorrei fosse d’ispirazione per l’Europa occidentale».

Nell’area dell’Indo-Pacifico, Palantir è presente in Giappone, Corea del Sud e Australia, secondo una logica di cooperazione nel settore della difesa con gli alleati degli Stati Uniti.

In America Latina, la sua presenza documentata si concentra principalmente in Brasile, dove Palantir collabora con organismi governativi nei settori della sanità pubblica e dell’istruzione.

Non è presente in Cina né in Russia, cosa coerente con il suo posizionamento ideologico, ma anche con le restrizioni normative statunitensi sulle esportazioni di tecnologie sensibili.

Ciò che questa cartografia dice, in fondo, è che Palantir non sceglie i propri clienti in funzione delle loro virtù democratiche, nonostante il discorso di Karp. Segue gli Stati che hanno i mezzi per pagare, le crisi che creano urgenza e i regimi che pongono poche domande sulla sorveglianza di massa. Dove c’è un nemico da indicare, c’è un mercato per Palantir.

Ma, per contrastare la tentazione di una lettura totalizzante, aggiungerei che questa espansione ha anche i suoi punti ciechi. Palantir avanza là dove le procedure sono opache, le emergenze reali o fabbricate e le alternative inesistenti.

Là dove funzionano i contrappesi, perché esistono giurisdizioni indipendenti, mercati pubblici trasparenti e società civili organizzate, il modello si inceppa. La Germania è l’esempio più documentato, ma non l’unico.

Per quanto non sia una consolazione sufficiente, è un indicatore: la dipendenza non è una fatalità, è il risultato di decisioni politiche. Pertanto, può anche essere invertita attraverso decisioni politiche.

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