Avviene nella città in cui abito, Casale Monferrato. È il PD locale che dopo una estate passata a sonnecchiare, lancia un convegno tutto forma e istituzioni (con la presenza di consiglieri regionali e con i buoni auspici di Legambiente) per dire che non si può stare a guardare quel che il clima ci segnala e, udite udite, si pone pure la domanda, altisonante quanto retorica, se valga la pena pensare a un cambio di paradigma. Tenete conto che questo salto rivoluzionario sarebbe annunciato in quella sede da un consigliere regionale del PD che è noto per la sua indefessa fede nell’ unica possibilità: governare i processi (altro che cambiare le cose!).
Questa occasione ci dà la possibilità per fare il punto su dibattito relativo alla coerenza del Partito Democratico (PD) tra la retorica della “transizione ecologica” (spesso associata a formule come il Green New Deal o il “cambiamento di paradigma”) e le sue politiche concrete.
Una discussione che attraversa giustamente le critiche sia dei movimenti ambientalisti radicali (Fridays for Future, Extinction Rebellion) sia della sinistra ecosocialista o comunque orientata al cambiamento reale delle cose.
L’accusa principale è che il PD operi all’interno del cosiddetto ambientalismo di mercato o capitalismo green: una visione che non mette in discussione i pilastri del modello neoliberista (crescita infinita, privatizzazioni, deregolamentazione, centralità del mercato), ma cerca di correggerne gli effetti collaterali attraverso incentivi, sussidi e soluzioni tecnologiche compatible con il profitto.
Una visione non peregrina che può avere sicuro riscontri in alcuni esempi riportati di seguito. Non piccole cose, ma elementi strutturali e politici che i critici sollevano per dimostrare l’incapacità del PD di uscire dal paradigma liberista.
1 – Grandi opere e incentivi alle fonti fossili
Nonostante i richiami alla decarbonizzazione nei convegni, le scelte amministrative e di governo del PD hanno spesso tutelato gli asset energetici tradizionali.
I rigassificatori: Il sostegno del PD (in particolare durante il governo Draghi e a livello locale, come con il sindaco di Ravenna de Pascale) alla costruzione di nuovi rigassificatori per il GNL (Gas Naturale Liquefatto) è visto come un vincolo (lock-in) che prolunga l’uso dei combustibili fossili per i prossimi decenni, anziché accelerare l’uscita dal gas.
Sussidi ambientalmente dannosi (SAD):
Durante i periodi in cui è stato al governo, il PD non ha mai strutturalmente azzerato i miliardi di euro di sussidi statali che l’Italia eroga ogni anno alle attività fossili e impattanti, preferendo rinvii o rimodulazioni marginali per non destabilizzare i settori industriali coinvolti.
2 – Consumo di suolo e infrastrutture stradali a livello locale
È soprattutto a livello locale (regioni e comuni amministrati dal centrosinistra) che emerge la contraddizione tra la retorica della tutela del territorio e le scelte urbanistiche.
Espansione autostradale: In Emilia-Romagna, storica roccaforte del partito, la spinta per la realizzazione del Passante di Bologna (il potenziamento del nodo autostradale e della tangenziale) o dell’autostrada Cispadana è stata duramente contestata. I critici sottolineano come investire sull’asfalto e sul trasporto gommano sia l’antitesi di un “nuovo paradigma”.
Logistica e cementificazione:
La concessione di enormi aree agricole per hub della logistica (es. nella Pianura Padana) risponde a una logica di attrazione degli investimenti privati e di flussi di merci globali, alimentando il consumo di suolo nonostante le dichiarazioni formali a “saldi zero”.
3 – Fede nel “Market-Based Approach” e nella finanza verde
Il PD sposa appieno gli strumenti economici dell’Unione Europea, che delegano al mercato il compito di risolvere la crisi climatica.
Partenariato Pubblico-Privato (PPP):
La gestione della transizione (anche tramite i fondi del PNRR) viene delegata a grandi multinazionali quotate in borsa (come Eni, Enel, Snam), i cui piani industriali devono prioritariamente garantire dividendi agli azionisti, subordinando i tempi della conversione ecologica alle logiche del profitto privato.
4 – Rifiuto dei modelli di gestione pubblica e “Beni Comuni”
Un autentico cambio di paradigma richiederebbe la de-mercificazione di risorse essenziali. Il PD ha invece spesso ostacolato questo percorso.
Acqua e rifiuti:
Nonostante il referendum del 2011 sull’acqua pubblica, molte amministrazioni locali del PD hanno favorito la nascita e il consolidamento delle multiutility quotate in borsa (Iren, Hera, Acea). La gestione di servizi pubblici essenziali come l’acqua e il ciclo dei rifiuti viene così inserita in logiche finanziarie ed efficientiste volte alla massimizzazione dei ricavi, anziché alla riduzione della produzione dei rifiuti o al risparmio della risorsa idrica.
Economia circolare di facciata:
Si punta molto sul riciclo (che crea filiere industriali e profitto) piuttosto che sulla riduzione e sul riuso alla fonte, che colpirebbero invece i volumi di produzione delle imprese.
5 – Il tabù della crescita economica e della giustizia sociale
Nei convegni del PD si parla spesso di “sviluppo sostenibile”, una formula che tenta di conciliare la crescita del PIL con la salvaguardia del pianeta ( evitando accuratamente di prendere atto che Senza ripensare radicalmente i consumi in un ambiente finito non si va da nessuno ma parte).
Incompatibilità ecologica:
Transizione non redistributiva:
Le politiche proposte spesso favoriscono le classi medio-alte, mentre mancano misure radicali di tassazione dei grandi patrimoni per finanziare la riconversione delle classi popolari, mantenendo intatte le disuguaglianze generate dal sistema economico vigente.
Se, da ultimo, ci mettiamo anche una posizione sul nucleare che non si oppone al suo rilancio (dicono di avere una posizione non ideologica) e una posizione sulla corsa ai data center certo non molto ostile abbiamo un panorama completo.
Se tutto ciò alluda o meno a un cambio di paradigma lo.lascio decidere a ognun@ di voi.
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