Riccardo Cavallo -Filosofo del Diritto, Università di Catania
Considero l’incontro del 19 settembre a Firenze* una preziosa occasione non soltanto per dare un contributo alla discussione che si è aperta dentro Rifondazione Comunista, ma per affrontare le questioni politiche di fondo che quel dibattito solleva. Sarebbe riduttivo leggere quanto sta accadendo come un confronto interno sulle alleanze o, peggio ancora, come una disputa tra gruppi dirigenti. La vera questione politica riguarda il ruolo che Rifondazione può e deve avere nell’attuale fase storica e il contributo che può dare alla costruzione di un’alternativa politica e sociale.
Il punto da cui partire rimane, a mio avviso, la guerra, non perché essa esaurisca tutte le contraddizioni del presente o renda secondari i temi del lavoro, della redistribuzione della ricchezza, della crisi ambientale, dei diritti e della democrazia, ma perché questi problemi appaiono oggi sempre più intrecciati. La guerra, tra l’altro, sta progressivamente cessando di essere percepita come un evento eccezionale per diventare un elemento permanente dell’orizzonte politico, portando con sé l’idea che il riarmo sia una necessità alla quale tutto il resto debba essere subordinato. Quando l’aumento delle spese militari viene assunto come inevitabile, quando la riconversione in senso bellico di parti crescenti dell’economia europea viene presentata come una scelta obbligata, quando si chiede alle società di abituarsi alla possibilità di un conflitto di lunga durata, non siamo più soltanto davanti a un problema di politica estera, ma di fronte a una trasformazione che investe l’economia, le priorità della spesa pubblica, il modello sociale, la qualità della democrazia e perfino il modo in cui siamo chiamati a pensare il nostro futuro. Opporsi a questo stato di cose non significa, però, rifugiarsi in un pacifismo astratto, né ignorare la complessità dei conflitti, le loro cause e le diverse responsabilità, ma rifiutare l’idea che la risposta alla crisi dell’ordine internazionale possa consistere in una progressiva militarizzazione delle relazioni tra gli Stati e delle nostre stesse società. La crescita della spesa militare, infatti, non riguarda soltanto la politica estera o la difesa, ma se essa diventa una priorità strutturale cambia l’intera gerarchia della spesa pubblica e, con essa, la scala delle priorità politiche e sociali. In un’Europa che negli ultimi decenni ha già conosciuto austerità, privatizzazioni e ridimensionamento del welfare, è difficile immaginare che un nuovo e gigantesco programma di riamo possa essere finanziato senza conseguenze sulle condizioni materiali della maggioranza della popolazione. Le risorse destinate al settore militare sono inevitabilmente sottratte ai salari, alla sanità, alla scuola, alle pensioni, al diritto alla casa, agli investimenti necessari alla conversione ecologica. La guerra non può quindi essere considerata un tema programmatico tra gli altri, sul quale verificare semplicemente il grado di convergenza con altre forze politiche, in quanto essa modifica il quadro entro il quale vengono definite tutte le altre priorità. Una politica economica sempre più subordinata alle esigenze militari finisce per incidere sulla politica sociale; una società che si prepara alla guerra modifica inevitabilmente il rapporto tra sicurezza e libertà, tra dissenso e conformismo, tra decisione democratica e vincoli imposti dall’emergenza.
Anche il tema delle alleanze va riconsiderato alla luce di questi cambiamenti. Il dibattito sul cosiddetto campo largo rischia, infatti, di essere impostato a partire dalla domanda sbagliata. Prima di chiederci quale coalizione elettorale possa sconfiggere le destre, dovremmo domandarci quale progetto politico intendiamo perseguire e quali siano i punti irrinunciabili sui quali una forza comunista e pacifista non può accettare compromessi. Se riteniamo che la crescente militarizzazione stia contribuendo a edificare un nuovo modello economico, sociale e politico, non possiamo poi considerare il dissenso su questo punto alla stregua di una divergenza secondaria quando discutiamo delle prospettive di Rifondazione. Non sarebbe comprensibile sostenere nella società che la corsa agli armamenti rappresenta uno dei maggiori pericoli del nostro tempo e poi accantonarla oppure ritenerla secondaria al momento di definire le alleanze. Questo non significa scegliere l’isolamento, né tantomeno negare la necessità di convergenze, anche molto ampie, nelle lotte sociali, democratiche ed elettorali. Il problema è esattamente l’opposto: capire su quali basi possa nascere un’unità più larga e più solida di quella determinata dalla semplice contrapposizione alla destra. Sconfiggere le destre è evidentemente necessario, ma non credo sia sufficiente uno schieramento che trovi la principale ragione di esistenza nell’essere alternativo ad esse. Dovremmo interrogarci anche sulle ragioni sociali della loro crescita e sul vuoto politico che ha consentito loro di presentarsi, spesso paradossalmente, come interpreti del malessere e della protesta. Quel vuoto ha molto a che vedere con la progressiva scomparsa di una sinistra che si proponga di trasformare i rapporti economici e sociali esistenti. Quando una parte consistente delle classi popolari non percepisce più una differenza sostanziale tra le politiche economiche proposte dai diversi blocchi politici, quando il lavoro perde rappresentanza politica, quando l’insicurezza sociale viene separata dalle sue cause materiali, la rabbia può facilmente essere orientata contro chi è più debole invece che contro i meccanismi che producono diseguaglianze.
La costruzione dell’alternativa dovrebbe partire da qui.
Esiste una parte molto ampia della società che non si riconosce nelle destre, ma neppure nell’orizzonte politico del centrosinistra. La si incontra nelle mobilitazioni contro la guerra, nelle lotte sindacali, nelle vertenze territoriali e ambientali, nelle battaglie per la sanità e la scuola pubblica, nelle nuove generazioni che sperimentano quotidianamente precarietà e mancanza di certezze. La crisi della rappresentanza si manifesta anche nelle dimensioni assunte dall’astensione, che non può essere liquidata semplicemente come disinteresse per la politica. Naturalmente non esiste alcun automatismo per cui questo insieme di esperienze debba trasformarsi in un’alternativa progressista, tanto meno anticapitalista. L’avanzata delle destre, semmai, dimostra il contrario. Il problema politico consiste nel provare a far interagire in maniera feconda pratiche e conflitti che oggi procedono separatamente e nel mostrare il legame che unisce la questione della guerra, quella sociale, quella ambientale e quella democratica. Operare questa ricomposizione dovrebbe essere uno dei compiti fondamentali di Rifondazione Comunista e una delle ragioni della sua esistenza politica. L’autonomia non può essere intesa come ripiegamento su sé stessi o come mera difesa della propria identità, ma neppure può essere sacrificata nel tentativo di uscire dalla marginalità per inserirsi in un campo definito da altri. L’autonomia ha senso soltanto se diventa uno strumento al servizio di un’alternativa più ampia, nella quale possono convergere forze, movimenti, associazioni, esperienze sociali e soggettività politiche che oggi agiscono separatamente e faticano a riconoscersi in un progetto comune. Non si tratta dunque di contrapporre al campo largo uno schieramento più ristretto e ideologicamente più omogeneo, ma di lavorare alla formazione di uno spazio politico e sociale diverso, nel quale la convergenza nasca da alcune scelte di fondo e dalla partecipazione ai conflitti reali. In questo quadro l’opposizione alla guerra e al riarmo assume un valore decisivo proprio perché consente di ricondurre a una visione comune questioni solo apparentemente lontane. La battaglia per la pace si lega direttamente a quella per il salario quando ci domandiamo chi sarà chiamato a sostenere il costo crescente delle spese per il comparto bellico; alla difesa del welfare quando rapportiamo le risorse destinate agli armamenti con quelle necessarie ai servizi pubblici; alla questione ambientale quando torniamo a discutere di cosa produrre, per quali bisogni e attraverso quale processo di riconversione industriale. La pace può tornare a essere una grande questione popolare, anziché essere confinata nell’ambito della politica internazionale. Una riflessione di questa portata non può però avvenire senza il reale coinvolgimento delle iscritte e degli iscritti. La richiesta di una consultazione non riguardava un aspetto marginale della vita del partito, bensì chiedeva che la base potesse pronunciarsi sulla linea politica generale e sul sistema delle alleanze. La decisione di non consentire quel pronunciamento pone quindi un problema democratico serio, ma sarebbe sbagliato limitarlo al rispetto formale delle regole.
Democrazia e politica, in questo caso, sono inseparabili.
Se è in gioco la collocazione strategica di Rifondazione, la partecipazione della base dovrebbe rappresentare una risorsa, non un ostacolo. Tanto più per una forza che pretende di fare della partecipazione e della trasformazione democratica della società elementi costitutivi della propria identità. Una consultazione, inoltre, ha senso se precede le decisioni e può realmente incidere su di esse. Se viene effettuata quando gli orientamenti sono già consolidati e le scelte sostanzialmente compiute, rischia inevitabilmente di trasformarsi in una ratifica. Il pur necessario ripristino di una corretta procedura democratica, in ogni caso, non può esaurire il problema. Questa crisi ripropone un interrogativo che viene da più lontano: quale Rifondazione sia necessaria oggi e quale progetto possa giustificarne l’esistenza. La risposta non può venire soltanto dal gruppo dirigente, né soltanto dalle minoranze interne, né tantomeno può essere trovata esclusivamente dentro il partito. Deve nascere da una lettura di quello che accade nella società e dalla capacità di misurarsi con una fase nuova, nella quale molte delle categorie politiche utilizzate negli ultimi decenni stanno rapidamente diventando inadeguate.
La guerra, da questo punto di vista, segna una cesura e rende necessario ridiscutere l’internazionalismo, i rapporti tra gli Stati, la sovranità popolare, il modello produttivo, il controllo delle risorse e il ruolo dell’Europa. Una scelta pacifista coerente non può nascere da una valutazione contingente di questo o quel conflitto, ma deve derivare da una lettura del mondo e dalla convinzione che la sicurezza dei popoli non possa essere affidata all’accumulazione degli armamenti e alla minaccia reciproca e che le controversie internazionali debbano trovare soluzione attraverso la politica, la diplomazia e la costruzione di un diverso sistema di relazioni tra i popoli. Una posizione così netta non rappresenta perciò una rinuncia alla politica, ma una delle sue forme più alte, perché significa pretendere che persino nelle contraddizioni più drammatiche prevalga la ricerca di una soluzione politica sulla logica dell’annientamento dell’avversario.
Non mi aspetto, naturalmente, che da un singolo momento, come l’appuntamento fiorentino, per quanto rilevante, possano scaturire risposte compiute ai problemi del nostro tempo, né penso che esso debba trasformarsi nell’atto di nascita di una nuova componente interna. Il suo valore consiste piuttosto nell’aprire uno spazio di elaborazione e di iniziativa che vada oltre la dinamica congressuale e gli stessi confini di Rifondazione. Un confronto nel quale interrogarsi su come ricostruire una presenza autonoma e mettere in relazione le diverse forme del conflitto sociale. Non abbiamo bisogno di aggiungere una sigla alle molte che già esistono, ma di favorire la costruzione di una soggettività politica che dia voce a quella parte della società oggi priva di una reale rappresentanza e ancora alla ricerca di un’alternativa che metta in discussione, anziché limitarsi ad amministrare, lo status quo. È un percorso lungo e difficile, certamente, ma che richiede la disponibilità a rivedere abitudini, formule organizzative e certezze sedimentate e soprattutto a ripensare la politica non come la ricerca della collocazione elettorale più conveniente, ma come organizzazione di un blocco sociale in grado di incidere sui rapporti di forza esistenti e trasformarli.
Se l’incontro di Firenze riuscirà a mettere al centro questi nodi, avrà svolto una funzione importante, poiché la posta in gioco non è soltanto il futuro di Rifondazione Comunista, ma la possibilità che nel nostro paese torni a esistere una sinistra capace di pensare e organizzare un’alternativa all’ordine costituito. Non si tratta, in ultima analisi, di custodire un’identità, né di limitarsi a testimoniare una diversità, ma di tornare a pensare la trasformazione come un processo reale, misurandosi con le contraddizioni del presente e organizzando le forze necessarie al cambiamento. Risuonano allora con straordinaria attualità le parole di Marx ed Engels: «Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente».
*Firenze – Giardini del Teatro Cartiere Carrara, via Fabrizio De André, 19 settembre 2026 dalle 10.00 alle 16.00