Wu Ming 4 ha appena pubblicato il suo nuovo romanzo solista, Ritorno a Deià (Einaudi Stile Libero)
Alberto Deambrogio: Il tuo romanzo Stella del Mattino (Einaudi Stile Libero 2008) raccontava il trauma del primo dopoguerra attraverso figure come Lawrence d’Arabia e lo stesso Robert Graves. Ritrovare quest’ultimo a distanza di quasi venti anni dal primo romanzo dà l’impressione che ci siano storie che non smettono mai di dialogare con il presente. Come è cambiato il tuo modo di guardare a Graves e a quel periodo storico oggi, e cosa ti ha spinto a riaprire quella specifica scatola degli attrezzi narrativa proprio adesso?
Wu Ming 4: Ho sempre pensato che Robert Graves fosse un personaggio perfetto per raccontare il Novecento da un’angolazione peculiare, perché attraverso le varie fasi della sua vita si possono raccontare i passaggi cruciali del secolo breve. La prima guerra mondiale con cui è cominciato, l’ascesa del nazi-fascismo e la seconda guerra mondiale che di quel conflitto furono la conseguenza, e perfino la seconda metà del secolo, perché Graves è morto negli anni Ottanta. Essendo un famoso intellettuale, poeta, romanziere, saggista, ha avuto modo di conoscere i grandi della sua epoca, e al tempo stesso, avendo scelto di vivere in un villaggio delle Baleari, si è anche perfettamente integrato nella vita di un piccolo mondo antico. Graves è uno che nella sua vita ha conosciuto autori come T.E. Lawrence, T.S. Eliot, Ezra Pound, Virginia Woolf, J.R.R. Tolkien, W.H. Auden, Alan Sillitoe. Ha avuto come musa Ava Gardner, ha incontrato David Ben-Gurion e corrisposto con Winston Churchill. Al tempo stesso uno dei suoi migliori amici fu fino all’ultimo un contadino come Juan Gelat, che compare tra i personaggi di Ritorno a Deià e forse ne è il vero protagonista, e così molti altri popolani di Deià. Graves riuscì a essere al tempo stesso un animale da circolo letterario londinese e un coltivatore di ortaggi e alberi da frutto su un’isola spagnola; un raffinato poeta conoscitore di miti e un nuotatore provetto tra i flutti del Mediterraneo; un ex-militare orgoglioso del proprio stato di servizio e un anti-bellicista. Insomma, Graves è una figura sfaccettata e trasversale a molti mondi, oltreché un personaggio bizzarro e originale. Recuperarlo a quasi vent’anni di distanza da quando l’avevo lasciato mi è venuto quasi naturale. Ammetto che l’idea sarebbe quella di completare un trittico sul Novecento con un romanzo che raccontasse la sua vita negli anni Sessanta. Magari lo scriverò da vecchio, se ci arriverò.
A.D.: L’ambientazione a Deià (Maiorca) evoca una idea di rifugio, ma anche di isolamento e di frontiera psicologica. Nella costruzione del romanzo, l’isola agisce più come un porto sicuro in cui elaborare i fantasmi del passato o come microcosmo speculare in cui i conflitti del mondo esterno si riflettono amplificati?
W.M. 4: Deià e Maiorca sono entrambe le cose, perché il rifugio verrà comunque investito dalla guerra civile spagnola e dall’avvento del fascismo. Deià diventa un microcosmo da cui guardare la grande storia, dove le vicende umane di quei pochi abitanti, così marginali e periferiche, riflettono la tragedia che scuote il mondo. Anche in questo caso mi sembrava che la storia personale di Robert Graves avesse qualcosa da raccontare al presente. La fuga verso un altrove bucolico, dove inseguire gli antichi miti mediterranei, pensando di rimanere avulsi dalla modernità, si rivela impossibile. C’è un personaggio nel romanzo che dice chiaramente che il fascismo non può essere fuggito, soltanto combattuto. E in questo il fallimento di quel pugno di intellettuali risulta evidente. Gli intellettuali non riescono a fermare il fascismo e la guerra. Mi pare che a distanza di quasi cent’anni non ci siamo spostati di molto, per certi versi. E allora forse l’attualità del romanzo è tutta qui. Forse la storia che ho voluto raccontare è anche una reazione al cosiddetto “impegno”, inteso come testimonianza dei migliori, dei “buoni”, cioè di coloro che si considerano tali perché hanno avuto la fortuna di studiare e di fare della scrittura un mestiere. Probabilmente invece che predicare ai convertiti, cioè ai propri simili o ai propri fans, bisognerebbe essere onesti e ammettere d’aver fallito e di non avere proprio niente da insegnare o raccomandare al prossimo. L’unica cosa che possiamo fare è coltivare noi stessi l’affinità umana e l’intelligenza critica, come fece Graves, e resistere fino all’ultimo respiro con le unghie e con i denti, si trattasse anche di aspettarli barricati dietro la finestra, come Emilio Lussu. Una volta un giornalista americano domandò a Marx, ormai anziano e malandato, quale fosse la legge ultima dell’essere. Lui rispose: «La lotta». Credo sia tutt’ora una delle sue lezioni più importanti. Ma nessuna lotta potrà mai avere senso se si svolge al chiuso di una enclave letteraria e non anche al livello della strada, cioè della vita delle persone.
A.D.: Negli ultimi anni abbiamo visto diverse diramazioni individuali all’interno della Wu Ming Foundation. Scrivere una storia legata alla letteratura, alla poesia e al mito d’oltremanica rappresenta per te uno spazio di espressione più intimo, o lo consideri comunque un tassello coerente e complementare della più ampia mitopoiesi politica e collettiva del progetto Wu Ming?
W.M.4: Raccontare contesti britannici nei miei romanzi solisti è una forma di straniamento, di trasferimento in un mondo popolato di storie e tipi umani diversi da quelli più prossimi a noi, anche se non troppo. Eppure in qualche modo tutto si tiene. In Ritorno a Deià anche l’Italia c’entra parecchio, soprattutto nel finale, che illumina una delle pagine meno conosciute e più vergognose della nostra storia nazionale. Detto questo, certamente guardare Oltremanica è una faccenda molto personale, ma questo riguarda soltanto l’ambientazione dei miei romanzi. In termini di sperimentazione narrativa e di lavoro con la storia, i romanzi solisti fanno sempre parte della più vasta costruzione di mondo del collettivo Wu Ming. Ultimamente i miei due soci, nei loro lavori solisti, si sono concentrati più su scenari italiani, ed è la tendenza anche dei romanzi collettivi che stiamo scrivendo in questi anni. Ma ciò non significa negarsi la possibilità di tornare ad allargare gli orizzonti. Il lavoro di Wu Ming è in costante divenire, non c’è mai nulla di scontato o di facilmente programmabile nella scrittura che viene intrapresa. Perché anche scrivere è una lotta, un corpo a corpo con la storia, diceva qualcuno, che non è soltanto la storia collettiva, ma anche quella personale, dei tre membri di Wu Ming rimasti e di ciascuno di noi singolarmente inteso. Del resto, nemmeno essere ancora qui, arrivarci, era scontato. In molti avrebbero – anzi, avevano – scommesso sul contrario. Averli smentiti può far bene all’amor proprio, ma non allevia di un grammo la responsabilità verso sé stessi, verso il proprio lavoro e verso chi ci legge. Per noi non ci saranno mai rendite di posizione. Sappiamo che ogni volta che ci rimettiamo alla tastiera rimettiamo in gioco tutto il nostro percorso. Ed è giusto così, perché è così che abbiamo deciso di fare questo mestiere.