Basta ambiguità  o doppiogiochismi: disertori si ma anche contrari alle guerre per procura



Non si può parlare di diserzione mentre si continua a sostenere la logica della guerra. Non si può invocare la pace dal palco e, poche ore dopo, considerare l’invio di armi una questione che “non c’entra nulla”. È questa l’ambiguità che la sinistra italiana deve avere il coraggio di affrontare.

Le parole di Virginia Libero, segretaria dei Giovani Democratici – «In guerra andateci voi, noi saremo i disertori» – hanno riportato nel dibattito pubblico il rifiuto della guerra e la contrarietà al coinvolgimento diretto delle nuove generazioni nei conflitti. Ma se quelle parole vogliono davvero rappresentare una scelta politica, allora la domanda è inevitabile: come si concilia il rifiuto della guerra con il sostegno alle politiche di riarmo e all’invio di armi?

Perché la pace non può essere soltanto il rifiuto di imbracciare un fucile. La pace deve interrogare anche le scelte politiche che alimentano e prolungano i conflitti. Altrimenti si rischia di costruire una posizione politicamente rassicurante: nessuno dei nostri giovani in trincea, ma la guerra può continuare a essere combattuta da altri.

E questo non è il pacifismo che chiediamo alla sinistra.

Alla chiusura della Festa dell’Unità, la segretaria del Partito Democratico ha ribadito il sostegno militare all’Ucraina. Il presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha espresso una posizione critica rispetto a questa impostazione. Ma la questione non riguarda soltanto il confronto tra PD e Movimento 5 Stelle. Riguarda l’identità stessa della sinistra.

VOGLIAMO LA PACE O VOGLIAMO ABITUARCI ALLA GUERRA?

Vogliamo investire tutte le nostre energie nella diplomazia, nel negoziato e nella ricerca di un cessate il fuoco, oppure accettiamo come inevitabile una spirale fatta di riarmo, aumento della spesa militare e prosecuzione indefinita dei conflitti? Una sinistra degna di questo nome dovrebbe avere il coraggio di porre questa domanda senza paura di essere accusata di ambiguità. Perché ambiguità è invece dire contemporaneamente “no alla guerra” e “sì al riarmo”, parlare di diserzione e contemporaneamente rimuovere dal dibattito le conseguenze dell’invio di armi. La sicurezza dell’Europa non può essere ridotta alla quantità di armi possedute o alla percentuale di PIL destinata alla difesa. Sicurezza significa anche avere un ospedale che funziona, una scuola pubblica adeguata, un lavoro dignitoso, salari sufficienti, una casa accessibile, servizi pubblici efficienti e un welfare capace di non lasciare sole le persone.

È su queste priorità che la sinistra dovrebbe tornare a misurare la propria proposta politica.

Mentre si trovano nuove risorse per la difesa, milioni di cittadini fanno i conti con il caro vita, con le liste d’attesa nella sanità, con salari insufficienti, con il problema della casa e con un welfare sempre più sotto pressione. Non accettiamo che alla sinistra venga assegnato il ruolo di semplice accompagnamento progressista alle politiche di riarmo. Non vogliamo una sinistra che scelga il male minore tra guerra e guerra.

Vogliamo una sinistra capace di dire che la pace è una scelta politica, non una parola da pronunciare nelle piazze mentre nelle istituzioni si accettano come inevitabili le logiche del conflitto permanente. Chiediamo il cessate il fuoco. Chiediamo diplomazia e negoziato. Difendiamo il diritto dei popoli alla sicurezza e all’autodeterminazione. Rifiutiamo l’idea che il riarmo permanente sia l’unica risposta possibile alle crisi internazionali.

E soprattutto chiediamo alla sinistra italiana di uscire dall’ambiguità.

Non basta dire “in guerra non ci andremo noi”. Bisogna avere il coraggio di chiedere quando e come questa guerra debba finire.

La pace non può essere uno slogan. Il pacifismo non può essere una parentesi. La sinistra non può avere una voce nelle piazze e un’altra nelle istituzioni. La pace non deve avere clausole.

E se la sinistra italiana vuole tornare a parlare alle persone, ai giovani, ai lavoratori, ai pensionati e alle famiglie, deve tornare a mettere al centro la pace, il lavoro, la sanità pubblica, il welfare, i salari, la casa e i diritti sociali.

Non la guerra.

Non il riarmo.

Non l’ambiguità.

La pace.

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