Nelle urne brasiliane, l’ombra di Washington e Tel Aviv

Il prossimo 4 ottobre si terrà in Brasile il primo turno delle elezioni politiche, con un probabile ballottaggio il 25 ottobre. La popolazione è chiamata ad eleggere l’intera Camera dei deputati, due terzi del Senato, i parlamenti degli Stati. Allo stesso tempo, si eleggono sia il Presidente della Repubblica che i governatori dei singoli Stati. Per queste due ultime cariche, se non si supera la soglia del 50%, si andrà al ballottaggio tre settimane dopo.

In un clima incerto, si decide il destino dell’ultimo grande baluardo progressista del Cono Sud.

Nei sondaggi presidenziali è in testa Luiz Inácio Lula da Silva con il 38% di intenzione di voto, che aspira a un quarto mandato non consecutivo. Subito dietro, il senatore dell’estrema destra Flávio Bolsonaro con il 33%. Flavio è il figlio dell’ex Presidente Jair Bolsonaro, condannato a 27 anni di carcere per il tentato colpo di Stato dopo la sconfitta elettorale del 2023. Un cognome che pesa come un macigno ma che, nonostante il precedente golpista, continua a sedurre una parte consistente dell’elettorato. Un dato che fa riflettere, anche in base alle divisioni interne alle destre che non lo appoggiano in blocco, almeno al primo turno.

Dal canto suo, il Presidente Lula può contare sul sostegno di un’ampia coalizione di partiti di sinistra, centro-sinistra e centro. A sinistra, spicca la Federazione Brasiliana della Speranza, l’alleanza tra il Partito dei lavoratori (PT), il Partito Comunista del Brasile (PCdoB) e il Partito Verde (PV), nonché l’appoggio del Partido Socialismo y Libertad (PSOL) e della Red Sostenibilidad (REDE).

La dura campagna elettorale si è svolta in un clima politico incandescente, con accuse incrociate di corruzione, che coinvolgono anche i giudici della Corte Suprema Federale e lo stesso Flavio Bolsonaro. Quest’ultimo è indagato per evasione valutaria, riciclaggio di denaro e corruzione nel caso «Dark Horse», titolo del film su suo padre Jair, presumibilmente finanziato con denaro fornito da Daniel Vorcaro, proprietario del Banco Máster, arrestato per frode finanziaria [i].

Come si ricorderà, anche nel 2017 (dietro le quinte) gli Stati Uniti avevano fatto pressioni per far arrestare Lula (e rimuoverlo così dalla scena politica brasiliana) e favorire l’elezione di Jair Bolsonaro. Viceversa, oggi l’amministrazione Trump agisce apertamente a favore dell’elezione del figlio, vezzeggiando la destra brasiliana per svolgere il ruolo che le viene affidato di svendere il proprio Paese pro domo sua.

E nel 1962…

Non è quindi la prima volta che Washington mette il naso nelle urne brasiliane e difficilmente sarà l’ultima.

Correva l’anno 1962 e l’amministrazione Kennedy era disposta a tutto pur di far perdere le elezioni brasiliane dal Presidente progressista João Goulart, nel tentativo di contrastare la presunta “minaccia comunista” in una regione che gli Stati Uniti considerano da sempre il proprio “cortile di casa”. Secondo gli storici, prima del voto la CIA e il Dipartimento di Stato hanno segretamente convogliato milioni di dollari ai candidati dell’opposizione e a gruppi incaricati di diffondere propaganda di destra e fomentare disordini.

All’epoca, la CIA contribuì a finanziare l’Istituto brasiliano per l’azione democratica, il quale versò illegalmente fondi nelle campagne elettorali di centinaia di parlamentari e di otto candidati alla carica di governatore. L’obiettivo era creare una forte opposizione in seno al Parlamento, bloccare le iniziative del governo e preparare il terreno per un colpo di Stato. Un altro gruppo finanziato dagli Stati Uniti, l’Istituto di Ricerca e Studi Sociali, fu utilizzato per destabilizzare il governo di Goulart, finanziando la propaganda anticomunista e le proteste antigovernative.

Difficile non vedere i parallelismi tra il modo in cui, all’inizio degli anni ’60, Washington cercò di indebolire il governo di Goulart finanziando i suoi oppositori e tagliando i prestiti e l’uso dei dazi da parte di Trump per sabotare la campagna di Lula. Allora come oggi, il governo statunitense era «determinato a fare tutto il possibile per indebolire il governo» in Brasile. A distanza di oltre sei decenni dall’avvento della dittatura civile-militare sostenuta dagli Stati Uniti che prese il potere nel 1964, sono quindi forti le preoccupazioni che la storia si stia ripetendo alla vigilia di queste elezioni.

Ma c’è una differenza fondamentale tra allora ed oggi. La campagna del 1962 fu condotta in segreto dagli Stati Uniti, proprio perché la CIA sapeva che in Brasile ci sarebbe stata una sollevazione pubblica se la gente avesse saputo che gli Stati Uniti stavano finanziando alcuni candidati. Oggi, al contrario, l’amministrazione Trump agisce alla luce del sole e in una scala incomparabilmente più ampia.

L’allerta dei servizi di intelligence e del PT

Ancora una volta, il solito convitato di pietra è Washington. A meno di un mese dalle elezioni, l’Agenzia brasiliana di intelligence (Abin) ha presentato un rapporto al governo, al Ministero della Giustizia e al Tribunale Superiore Elettorale in cui ha avvertito che la possibilità di un’ingerenza statunitense nel contesto elettorale era salita a “livello critico”. Secondo il rapporto, pubblicato inizialmente da Folha de São Paulo, l’obiettivo è «ridurre l’influenza delle potenze rivali degli Stati Uniti in America Latina e negare loro l’accesso ad asset strategici, risorse naturali e infrastrutture nella regione, a favore del controllo diretto o indiretto da parte del governo statunitense o del capitale privato statunitense» [ii]. Il rapporto identifica il segretario di Stato statunitense, Marco Rubio, come figura centrale di tale strategia regionale per rafforzare i governi conservatori allineati con Washington e ridurre l’influenza cinese in America Latina.

Sulla base di questo rapporto, il Partito dei Lavoratori (PT) ha appena chiesto al ministro della Corte Suprema Federale, Flávio Dino, di avviare un’indagine urgente per tutelare il processo elettorale brasiliano da possibili interferenze straniere volte a favorire la candidatura di Flávio Bolsonaro. Secondo il partito di Lula, vi sono indizi di pressioni politiche, economiche e digitali. La richiesta di indagini fa riferimento alle sanzioni contro le autorità brasiliane, ai dazi statunitensi e alle azioni volte a screditare il sistema elettorale, sottolineando inoltre il possibile finanziamento illegale della campagna di Bolsonaro da parte della rete conservatrice statunitense Rockbridge Network [iii].

Guerra ibrida e Dottrina “Donroe”

Nella guerra ibrida in corso contro il governo Lula e la sua candidatura, l’amministrazione Trump ha raggiunto obiettivi espliciti: aumento dei dazi; la designazione delle organizzazioni criminali Primeiro Comando da Capital e Comando Vermelho come organizzazioni terroristiche; sanzioni ad alcune autorità; l’invio di emissari per mettere in discussione i sondaggi.

Senza dubbio, il risultato elettorale non definirà solo il futuro del Paese, ma si ripercuote sull’assetto politico regionale (e non solo). Si tratta di un processo elettorale fortemente influenzato dalle dinamiche internazionali e dall’applicazione della Dottrina “Donroe” nel continente.

Una regione in cui gli alleati latinoamericani di Trump (di destra e di estrema destra) hanno vinto le elezioni tra accuse di brogli, ingerenza politica, giuridica, economica e militare da parte di Washington. Un vulnus democratico a cui abbiamo assistito nel caso delle elezioni in Honduras, Colombia, Perù o Argentina. Risultati che si decidono per un soffio al ballottaggio, tra campagne di disinformazione alimentate da fabbriche di bots di estrema destra che, tra l’altro, oggi vedono l’argentino Fernando Cerimedo, uno dei loro operatori, arrestato in Bolivia con l’accusa di tentato femminicidio.

Guerra commerciale e militarizzazione continentale

In questi anni di governo Lula, la pressione degli Stati Uniti sul Brasile è stata costante. Sul piano economico, sono state imposte sanzioni commerciali con l’aumento dei dazi sulle importazioni di prodotti provenienti dal Brasile. Sul piano giudiziario, Trump ha contestato la sentenza della Corte Suprema Federale che ha condannato l’ex Presidente Jair Bolsonaro per aver cospirato con il tentativo di colpo di Stato del 2023. Un esplicito sostegno al bolsonarismo e, di conseguenza, al colpo di Stato. La crisi diplomatica tra i due Paesi si è inasprita quando Trump ha deciso di revocare il visto all’ambasciatrice del Brasile a Washington, adducendo come motivazione un ritardo nel riconoscimento come ambasciatore degli Stati Uniti del deputato repubblicano della Florida, Daniel Perez. Una misura senza precedenti che, sommata alle altre, ha fatto scattare l’allarme al Palazzo del Planalto.

Parallelamente alla “guerra commerciale”, cresce la presenza militare “a stelle e a strisce” in diversi Paesi della regione, a partire dallo «Scudo delle Americhe» [iv], appoggiato da più di 15 governi latino-americani. A ciò si aggiungono la «Coalizione contro i cartelli delle Americhe» e la conferenza sulla «Rinascita del terrorismo politico», come strumenti di militarizzazione e controllo ideologico, capitanati dagli Stati Uniti, per far fronte a presunte minacce di “narco-terrorismo”.

In questo quadro, una vittoria di Lula non sarebbe ben vista dalla Casabianca e potrebbe comportare l’aumento della tensione, anche tenendo conto del precedente elettorale del 2022, quando il bolsonarismo ha provato a fare un golpe, non accettando il risultato. Allora non è andato a buon fine perché una parte dell’esercito non ha partecipato: non lo ha fatto per una valutazione pragmatica delle possibilità di successo del colpo di Stato, non certo per principi e convinzioni democratiche. Un elemento fondamentale in questo calcolo è stata la posizione degli Stati Uniti che, con Biden, avevano preteso in ogni momento il rispetto dei risultati, anche prima delle elezioni. Oggi il contesto è diverso.

Flávio Bolsonaro ha già promesso a Washington i minerali critici del Paese, anche in un programma elettorale scritto in inglese: “Il Brasile è la soluzione affinché gli Stati Uniti non dipendano più dalla Cina da terre e minerali rari critici”, ha detto il candidato a un evento in Texas. Il figlio maggiore di Jair Bolsonaro ha anche invitato i Paesi a monitorare le elezioni brasiliane e ad “esercitare pressioni diplomatiche per far funzionare correttamente le nostre istituzioni” [v].

Il sionismo appoggia Bolsonaro

In questi mesi si è consolidato il sostegno politico dell’estrema destra internazionale a Flávio Bolsonaro. A maggio, in piena campagna elettorale, ha incontrato Trump a Washington. Il 25 luglio, l’israeliano Netanyahu ha inviato un video di sostegno alla convention del Partido Liberal (PL) che ha ufficializzato la sua candidatura e che ha visto anche la partecipazione del Presidente argentino, Javier Milei.

Il sostegno e la simpatia della famiglia Bolsonaro nei confronti di Israele non sono una novità. L’altro figlio Eduardo, non contento di indossare le magliette del Mossad [vi], nel maggio del 2018 ha pubblicato sul suo account Instagram una vignetta che, secondo lui, mostrava la differenza tra israeliani e palestinesi. Nell’immagine si vedeva un soldato israeliano che proteggeva una donna e un bambino, mentre un combattente palestinese si nascondeva dietro una donna [vii].

Nel gennaio 2026, Flávio Bolsonaro si era recato in Israele dove aveva anticipato la bussola della sua politica estera, improntata sui valori giudaico-cristiani. Il 28 agosto ha rivelato il primo nome del suo possibile governo, Cláudio Lottenberg, come Ministro della Sanità. Nel 2024, Lottenberg aveva accusato Lula di incitare all’odio contro Israele, quando il Presidente aveva definito «genocidio» gli attacchi a Gaza. Lottenberg è stato presidente della Confederazione israelita del Brasile (CONIB) e vice-presidente del Congresso ebraico mondiale. Attualmente è consigliere speciale del Presidente del Congresso ebraico latino-americano.

Flávio aveva già dato segnali in tal senso. A Gerusalemme aveva definito Lula «antisemita» e qualificato le azioni degli Stati Uniti come «nuovo modello di cooperazione internazionale». Allo stesso modo, ha promesso di trasferire l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme e di aderire agli Accordi di Isacco, l’iniziativa di Milei e Netanyahu.

Non è quindi un caso che nei comizi elettorali di Flavio Bolsonaro siano quasi sempre presenti la bandiera israeliana e quella statunitense.

Il sionismo e gli evangelicals brasiliani

Un fattore significativo è rappresentato dai profondi cambiamenti religiosi avvenuti in America Latina negli ultimi decenni, con la crescita e il consolidamento di diverse comunità evangelicali [viii] che, in generale, seguono il modello di quelle degli Stati Uniti, adottando politiche filoisraeliane.

Nella regione, gli elementi religiosi si affiancano ad una rapida crescita della loro influenza e del loro sostegno a un’agenda che, almeno dal 2009, è in sintonia con la visione del mondo delle coalizioni delle destre al governo in Israele.

In Brasile l’impatto di queste reti, e il loro accesso al potere politico, ha rafforzato il loro sostegno al sionismo. È bene ricordare che gli elettori evangelicali costituiscono circa un quarto dell’elettorato, sono presenti in maniera capillare sul territorio e hanno a loro disposizione potenti mezzi di comunicazione. Un esempio per tutti, la TV Record di Edir Macedo, fondatore della Chiesa Universale del Regno di Dio, un’emittente televisiva di portata nazionale, con una programmazione generalista rivolta a tutti i tipi di pubblico. Attualmente è la terza rete brasiliana per numero di emittenti affiliate —dietro a Globo— e la seconda in termini di audience [ix].

Non è quindi un caso che durante una visita della famiglia Bolsonaro a Israele, il padre Jair, che è cattolico, insieme ai suoi figli si siano fatti addirittura battezzare nel fiume Giordano da un pastore evangelico: simboli che parlano più di mille programmi elettorali.

A modo di conclusione

Nel gigante brasiliano, la Dottrina Donroe si intreccia con le terre rare, i dazi e le urne, ed il ballottaggio si terrà pochi giorni prima delle elezioni legislative statunitensi di midterm del 3 novembre. Il risultato brasiliano farà da ago della bilancia politica nel continente e negli equilibri mondiali (basti pensare ai BRICS). E indirettamente influirà, tra l’altro, anche sulle caratteristiche del mandato residuo di Donald Trump alla guida della Casabianca. Nel frattempo, l’ombra di Washington e Tel Aviv si allunga sulle urne brasiliane.

[i] https://latfem.org/brasil-el-futuro-del-pais-y-de-la-region-o-lula-contra-el-mundo/

[ii] https://www.ambito.com/mundo/inteligencia-brasil-alerto-un-riesgo-critico-interferencia-eeuu-las-elecciones-n6324523

[iii] https://www.telesurtv.net/brasil-pt-investigar-injerencia-elecciones/

[iv] https://marcoconsolo.altervista.org/scudo-delle-americhe-la-retroguardia-servile-nella-regione/

[v] https://www.metropoles.com/brasil/fala-de-flavio-bolsonaro-nos-eua-sobre-terras-raras-revolta-a-esquerda

[vi] https://dialogosdosul.operamundi.uol.com.br/imagen-de-los-hijos-de-bolsonaro-con-camisetas-de-fdi-y-del-mossad-se-ha-vuelto-viral/

[vii] Ibidem

[viii] Recentemente, il termine “evangelico”, soprattutto nell’ambito della lingua inglese, è stato scelto da alcuni movimenti protestanti per distinguersi in opposizione a un cristianesimo definito “liberale”. Si parla così di “evangelicals” riferendosi a un movimento transdenominazionale che, non identificandosi in nessuna chiesa in particolare, raggruppa tutti coloro che si sentono accomunati da una lettura spesso letteralista della Bibbia, ne sostengono l’inerranza, quindi l’impossibilità di errore, sottolineano la necessità di una conversione personale o “nuova nascita” e la priorità dell’evangelizzazione, e propongono un’etica costituita da valori morali conservatori. È quindi molto facile confondere le due definizioni e parlare in modo confuso e inappropriato di chiese evangeliche e movimenti evangelicali. https://www.nev.it/nev/2020/05/07/scheda-protestanti-evangelici-evangelicals/

[ix] «SBT bate Record pela quinto mês seguido como segunda maior audiência da TV – Emais».

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