Lo scorso 24 settembre, mentre Netanyahu teneva il suo discorso al congresso dell’ONU a New York, la sala diventava sempre più vuota e teatro di una storica spaccatura diplomatica. Decine di delegazioni di paesi solidali con la Palestina, con il Libano e contro il governo genocida israeliano, hanno abbandonato l’aula non appena il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha preso la parola.
A fine Assemblea ci fu un incontro fra Netanyahu e il presidente argentino Javier Milei e le rispettive delegazioni estere, obiettivo; rafforzare come una stretta di mano una convergenza geopolitica e militare che solleva pesanti interrogativi e profonde preoccupazioni. Dietro i cordiali convenevoli immortalati dalle immagini, si consolida infatti un patto che intreccia interessi militari, strategie d’intelligence, contratti economici e una radicale rimodulazione degli equilibri globali. L’alleanza incondizionata dell’Argentina al governo di Tel Aviv e la firma dei controversi “Accordi di Isacco”, rappresentano una rottura drastica con la tradizionale neutralità di Buenos Aires. Oltre alla provocatoria decisione di trasferire l’ambasciata argentina a Gerusalemme – isolando L’Argentina rispetto al resto dell’America Latina -, a inquietare maggiormente sono le clausole legate alla cooperazione strategica. L’intesa prevede l’importazione in Argentina di avanzate tecnologie di sicurezza, sistemi di cyber-sicurezza, intelligenza artificiale e strumenti di monitoraggio di derivazione militare-israeliana. In un clima politico interno segnato da severe misure di austerità e forti tensioni sociali, si teme che questa tecnologia possa trasformarsi in un efficace apparato di sorveglianza digitale e repressione del dissenso interno nel paese argentino. Inoltre, esponendosi in modo così netto su un fronte di guerra globale, l’Argentina non solo rischia di diventare un bersaglio per ritorsioni terroristiche o destabilizzazioni estere, ma cede fette di sovranità a lobby d’affari private che co-finanziano il patto.
Tra affari economici, scambio di armamenti ed eversioni diplomatiche, la stretta di mano tra Milei e Netanyahu segna così un’intesa tanto stretta quanto rischiosa per la stabilità internazionale, sempre più in bilico. Gli Accordi puntano a espandere questo blocco ad altri Paesi dell’America Latina (come Ecuador, Paraguay o Costa Rica) coordinando l’azione con gli Stati Uniti. Si rischia così di spaccare in due il continente latinoamericano, riattivando dinamiche da “Guerra Fredda”. Si crea un blocco militarizzato filo-occidentale contrapposto al Brasile, Colombia o Venezuela, trasformando il Sud America in un nuovo campo di battaglia geopolitico. Storicamente, l’Argentina ha sempre mantenuto una posizione di neutralità nei conflitti moderni alle “guerre democratiche” di Israele per sconfiggere il terrorismo islamico, pur essendo stata teatro di due gravi attacchi terroristici: l’attentato all’ambasciata israeliana del 1992 e quello al centro ebraico AMIA del 1994, entrambi a Buenos Aires.
L’allineamento incondizionato di Milei alle politiche di Netanyahu e agli “Accordi di Isacco”, concepiti in chiave apertamente anti-iraniana, infrangono decenni di cautela politica. Diversi esperti di intelligence evidenziano come Buenos Aires rischi di rimettere il Paese nel mirino di atti terroristici e antisemiti. Adesso l’Argentina è diventata il principale perno e alleato di Israele in America Latina, sostenendo la politica israeliana e prendendo posizioni nettamente divergenti rispetto alla maggior parte degli altri Paesi della regione. Milei non ha mai nascosto il suo forte legame spirituale e culturale con l’ebraismo, rendendo questo riavvicinamento non solo una questione pragmatica.