Mai con i guerrafondai che fanno comunella in parlamento

Siamo alla frutta. Maurizio Gasparri di Forza Italia è stato eletto nuovo presidente della commissione Esteri e Difesa del Senato (subentra a Stefania Craxi) non solo con i voti della maggioranza della destra di governo ma con parte dei voti di centrosinistra, Pd della Elly Schlein in testa. Ai 12 voti della maggioranza di governo si sono aggiunti altri 6 voti, tra cui i 4 voti del Pd mentre altri due senatori, bontà loro, si sono astenuti.  

Come fanno notare tutti gli osservatori politici quella di Gasparri – uomo “con il cuore a Destra” per usare il titolo di una sua pubblicazione – non è una elezione di routine ma di forte peso politico. La commissione Esteri e Difesa è infatti uno snodo fondamentale nel lavoro parlamentare su temi che riguardano politica estera, missioni internazionali, sicurezza nazionale, e strumenti della difesa. Il fatto che uno come Gasparri sia stato eletto con i voti non solo della destra ma di parte delle forze di centrosinistra la dice lunga sulla compartecipazione alle scelte che vanno nel senso di attuare politiche di riarmo e di guerra. Una compartecipazione rivendicata senza tanti peli sulla lingua da Graziano Delrio, uno dei quattro senatori Pd che hanno votato Gasparri: “manca un anno alla fine della legislatura e abbiamo due guerre in corso, ho voluto dare un segnale di disponibilità e dialogo a lavorare insieme”.  Come a dire sulla guerra e sul riarmo siamo tutti sulla stessa tolda di comando.

Come scriviamo in altro articolo il nodo centrale per distinguere destra e sinistra è oggi costituito da chi è a favore o contro la guerra. Una linea di demarcazione tra identità separate e contrapposte che si è da tempo dissolta, come ampiamente dimostrato da una lunga serie di votazioni intervenute a livello di parlamento italiano ed europeo in tema di guerra e di politica internazionale. Il voto dato a Gasparri è soltanto l’ultimo atto simbolico che rende evidente come una intera classe politica sia tendenzialmente uniformata quando si tratta di prendere decisioni in tema di guerra, di corsa alle armi, di alleanze politico-militari.  Questa classe dirigente è avulsa dalla generazione di giovani che in questi mesi è scesa in piazza contro la guerra e il genocidio del popolo palestinese, quella stessa che ha contribuito in maniera decisiva alla vittoria del No al referendum sulla giustizia.  Lo diciamo a gran voce: mai con quelle forze e con quegli esponenti guerrafondai che fanno comunella in Parlamento. Più che mai il problema a cui dare risposta è la costruzione di un’alternativa.

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