Il vento e la tempesta. Cosa ci insegna la vittoria dell’AfD

Riccardo Cavallo, Filosofo del diritto – Università di Catania

Il risultato delle elezioni in Sassonia-Anhalt è di quelli destinati a lasciare un segno profondo nella storia politica tedesca, nonostante il peso demografico relativamente limitato di questo Land. L’AfD ha conquistato circa il 44 per cento dei voti, più del doppio rispetto al 2021, mentre la CDU, a lungo partito egemone nella regione, è precipitata attorno al 17 per cento. Mai dal 1945 ad oggi, una formazione di estrema destra aveva raggiunto, in un’elezione regionale, un risultato di tale portata.

L’editoriale di Ezio Locatelli, pur nella sua brevità, offre un’interessante chiave di lettura, da cui vale la pena partire. Il suo merito è quello di non fermarsi allo sconcerto per le dimensioni del voto all’AfD e alla sua pur necessaria condanna politica, ma di porre una domanda più problematica: quali condizioni politiche, sociali e culturali hanno reso possibile un risultato di questa portata? Si tratta di una domanda che non può essere elusa. Limitarsi a denunciare il pericolo rappresentato dall’AfD senza chiedersi quale sia il terreno sul quale essa cresce, rischia infatti di lasciare intatte proprio le ragioni della sua avanzata.

Locatelli riassume il problema attraverso un vecchio detto: «chi semina vento raccoglie tempesta». È da qui che vorrei provare a sviluppare alcune considerazioni, soffermandomi nello specifico su tre questioni strettamente intrecciate: la svolta militare della Germania, la crisi del suo assetto economico e industriale e le persistenti fratture sociali e politiche che attraversano il Paese.

Naturalmente sarebbe semplicistico stabilire un rapporto diretto e automatico tra il riarmo tedesco e il voto all’AfD. Le ragioni della crescita dell’estrema destra sono molteplici: l’immigrazione, il disagio economico e sociale, la crisi dei partiti tradizionali, la perdita di fiducia nelle istituzioni. Tra le innumerevoli trasformazioni che hanno segnato la Germania degli ultimi anni, tuttavia, una merita di essere approfondita: la progressiva trasformazione del rapporto della Germania con la guerra e con l’uso della forza.

Per decenni, anche per effetto del trauma del nazismo e della Seconda guerra mondiale, nelle Repubblica federale si era radicata una cultura politica particolarmente refrattaria al linguaggio delle armi e della potenza militare. La guerra in Ucraina ha segnato da questo punto di vista una cesura storica. Il riarmo non viene più presentato soltanto come una dolorosa necessità contingente, ma sempre più come una scelta strategica destinata a ridefinire il ruolo internazionale del Paese e, insieme, una parte della sua economia.

Un nodo assume, comunque, appare centrale: dietro l’aumento impressionante delle spese militari si intravede infatti qualcosa di più di una nuova politica della difesa, una trasformazione delle priorità dello Stato e, almeno in parte, dello stesso modello di sviluppo tedesco.

La crisi dell’industria automobilistica, le difficoltà di un’economia fondata sulle esportazioni e la perdita di competitività di alcuni settori tradizionali rendono sempre più seducente l’idea che la spesa pubblica nel settore militare possa diventare uno dei motori della riconversione industriale. La produzione di armamenti tende così ad assumere una funzione che non è più esclusivamente militare, diventando anche uno strumento di politica industriale.

Ma ogni scelta sulle risorse pubbliche stabilisce inevitabilmente delle priorità. E quando alla crescita della spesa militare si accompagnano salari inadeguati, servizi pubblici inefficienti, problemi abitativi e una diffusa percezione di insicurezza sociale, una parte della società può maturare la convinzione che lo Stato disponga di enormi risorse, ma scelga di destinarle altrove rispetto ai propri bisogni quotidiani.

A più di trentacinque anni dalla caduta del Muro, la riunificazione non ha cancellato tutte le differenze tra Est e Ovest, ancora evidenti nei redditi, nei patrimoni, nelle opportunità professionali e nella presenza delle élite orientali nei luoghi decisionali. Ma accanto alle diseguaglianze materiali ne esiste una forse ancora più profonda, di carattere simbolico: la sensazione, presente in una parte della popolazione dell’Est, di essere periferica rispetto ai luoghi nei quali vengono prese le decisioni fondamentali, poco ascoltata e scarsamente rappresentata.

Facendo leva su queste fratture sociali, l’AfD rafforza il proprio radicamento trasformando il disagio in risentimento, il risentimento in identità politica e indirizzando quest’ultima verso la ricerca di un nemico: lo straniero, l’immigrato, le élite, Bruxelles, il sistema politico. Si tratta di un meccanismo ben collaudato nella storia delle destre radicali, ma proprio per questo, se si vuole arginare davvero l’inarrestabile ascesa dell’AfD, bisogna interrogarsi sulle condizioni sociali e sulle responsabilità politiche che hanno lasciato crescere quel disagio consentendo all’AfD di intercettarlo e trasformarlo in consenso.

Da questo punto di vista anche la strategia del “cordone sanitario”, vale a dire l’isolamento politico dell’AfD, mostra tutti i suoi limiti. Evitare che posizioni xenofobe, autoritarie o apertamente revisioniste acquistino piena legittimità nel dibattito politico è certamente necessario, ma non sufficiente. In altre parole, se conservatori, socialdemocratici e verdi si uniscono per impedire all’AfD di governare e, contemporaneamente, vengono percepiti come sostanzialmente concordi sulle grandi scelte economiche, internazionali e militari, il rischio è quello di consegnare all’estrema destra un formidabile argomento: presentarsi come l’unico movimento realmente alternativa al sistema.

La condanna morale, da sola, non basta. Dire a milioni di persone che il loro voto è pericoloso può anche essere necessario; non spiega però perché quel voto sia stato espresso e soprattutto non offre alcuna ragione per cambiarlo. La democrazia non si difende soltanto ponendo un argine alle forze che la minacciano, ma restituendo alla politica la capacità di rappresentare la società, dando voce ai bisogni e agli interessi delle classi popolari, garantendo diritti, sicurezza sociale e soprattutto rendendo credibile la possibilità di un futuro migliore.

La crescita delle destre radicali dovrebbe perciò spingere la sinistra e le forze democratiche non ad aggrapparsi ancora più strettamente all’esistente, ma a compiere il movimento contrario: recuperare autonomia politica, tornare a dare voce alle classi popolari e rimettere al centro la questione sociale e ambientale.

Da questo ragionamento emerge una conclusione politica decisiva: non basta un’alleanza elettorale contro l’AfD, ma la vera sfida è ricostruire quella «alleanza tra popolo e politica», la cui rottura costituisce una delle grandi tragedie politiche degli ultimi decenni.

Dare concretezza a questa alleanza significa tornare a parlare di salari e di lavoro, sanità pubblica, pensioni, scuola, diritto alla casa e tutela dell’ambiente, ma anche ridurre le diseguaglianze territoriali e sociali che continuano a segnare il divario tra le due Germanie. Vuol dire, al tempo stesso, avere il coraggio di mettere in discussione l’idea secondo cui il riarmo permanente e la politica di potenza debbano rappresentare l’unica prospettiva possibile per il futuro tedesco e, più in generale, del nostro continente.

L’AfD va combattuta senza ambiguità, ma questo richiede anche di sottrarle il terreno su cui essa ha costruito una parte rilevante del proprio consenso.

Il monito che viene dalla Sassonia-Anhalt, allora, assume una portata che va ben al di là dei confini tedeschi e chiama direttamente in causa l’intera Europa, Italia compresa. Del resto, quando la politica smette di offrire protezione sociale, emancipazione e possibilità di cambiamento, lo spazio che lascia vuoto non rimane tale a lungo, altri lo occupano, dando rappresentanza a un disagio rimasto senza risposta.

«Chi semina vento raccoglie tempesta», scrive Locatelli. Ma non basta indignarsi quando la tempesta è in arrivo, bisogna interrogarsi su chi abbia “seminato quel vento”, ovvero risalire alle cause che l’hanno alimentato cercando di ripristinare quel legame spezzato tra popolo e politica.

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