Terremoto in Venezuela, i cubani non lasciano ma raddoppiano

di Marinella Correggia – Tratto da Il Manifesto


in copertina foto AP/Ariana Cubillos


«Portiamo il nostro modesto aiuto. Sono sicuro che il Venezuela farebbe lo stesso con noi», ha detto a Telesur un soccorritore cubano arrivato domenica con la Brigada Especial de Salvamiento y Rescate, nel paese dove continua la corsa contro il tempo per trovare sopravvissuti al doppio terremoto del 24 giugno, mentre si pensa a curare i feriti e occuparsi dei tanti senzatetto; e mentre purtroppo il coordinatore dell’Onu in Venezuela, Gianluca Rampolla del Tindaro, ieri ha dichiarato: «Temiamo un numero più alto di vittime (…); d’accordo con le autorità del Venezuela stiamo mettendo a disposizione 10.000 body bags (…)»; e tuttavia, ha aggiunto, le ricerche e i soccorsi continuano ad avere la priorità perché anche se si è «oltre la finestra critica delle 72 ore, i soccorritori – ed è uno dei miracoli di questo paese – si continuano a trovare persone vive».

Il secondo gruppo cubano di specialisti di emergenze, arrivato domenica, appartiene al Contingente Internacional de Médicos Especializados en Situaciones de Desastre y Graves Epidemias «Henry Reeve».

«CUBA NON ABBANDONA IL VENEZUELA», scrive Cubadebate. E il ministro degli esteri dell’Avana Bruno Rodriguez Parrilla parla di «una nuova prova della solidarietà inestinguibile con il popolo fratello venezuelano». Un tratto che rimane, malgrado la gravissima crisi che vive l’isola stretta nella morsa Usa; e malgrado il Venezuela non abbia disobbedito al blocco delle forniture di petrolio ordinato da Donald Trump, dopo il sequestro del presidente Maduro il 3 gennaio – durante il quale il commando statunitense ha ucciso fra gli altri 32 cittadini cubani, fra soldati, agenti e membri della scorta.

Del resto una nutrita missione medica cubana, Barrio Adentro, opera da molti anni in Venezuela. La pressione statunitense contro il lavoro sanitario dell’Avana all’estero in diversi Stati e il blocco delle forniture petrolifere a Cuba hanno di fatto sabotato il patto di solidarietà anche economica fra i due paesi lanciato dal defunto presidente Hugo Chávez poco dopo il suo arrivo al potere. Malgrado il debito maturato da Caracas, la missione medica è rimasta in piedi, seppure ridotta. E fin dalle prime ore è stata molto attiva nelle cure ai superstiti, in particolare nelle zone più colpite come La Guaira.

La differenza rispetto al dispiegamento statunitense in Venezuela, che mescola il soccorso a un investimento politico-economico, è stata sottolineata da Abel Prieto, presidente de la Casa de las Américas a Cuba. Su X ha commentato la foto dei marines arrivati in mimetica e armati: «Soccorritori yankee mandati dal Comando Sud degli Usa: rambo umanitari? I medici cubani sono in prima linea a salvare vite!». E da decenni.

LA STORIA DI CUBA CON I TERREMOTI ALTRUI è antica come la rivoluzione e non andrebbe dimenticata, anche per la gratuità che quasi sempre la contraddistingue. EcuRed, l’enciclopedia cubana collaborativa, ne ha fatto un riassunto. Già nel maggio 1960, L’Avana manda la prima brigata medica e tonnellate di aiuti al Cile colpito dal sisma. Seguono il Perú nel 1970, dove le scosse fanno 80.000 morti, il Nicaragua nel 1972, il Messico nel 1985, l’Armenia nel 1988, l’Iran nel 1990, l’Algeria nel 2003. Cuba c’è sempre. Intanto, negli stessi decenni, l’isola presta sostegno medico e materiale alle vittime di uragani (Nicaragua, Honduras, Guatemala, Haiti nel 1998 – eppure i due paesi non avevano rapporti diplomatici da 36 anni), inondazioni (Venezuela nel 1999, Guyana), epidemie di dengue (in America centrale e meridionale). Interviene in Indonesia e Sri Lanka dopo lo tsunami nell’Oceano indiano alla fine del 2004.

NEL 2005 per volontà di Fidel Castro nasce il Contingente Henry Reeve (generosamente dedicato a un giovane statunitense caduto a Cuba nel 1876 mentre combatteva contro gli spagnoli durante la prima guerra di indipendenza). Mesi prima il governo dell’Avana aveva invano offerto aiuto alle vittime dell’uragano Katrina negli Stati uniti: il presidente George W. Bush aveva declinato. Ottobre 2005, terremoto nel Pakistan (100mila morti): 2500 medici e infermieri rimangono otto mesi sulle montagne del Kashmir e, nei trenta ospedali da campo che hanno allestito, assistono due milioni di persone. Nel 2006 a essere colpita è l’isola di Giava in Indonesia; sei giorni dopo il contingente è già sul posto e per diversi mesi rimane a curare cento comunità. Il Guardian scrive all’epoca dello stupore delle popolazioni pakistane e indonesiane, per la presenza di tanti dottori provenienti da un paese povero, e dell’impressione lasciata dalla loro competenza e capacità di integrarsi nelle comunità.

HAITI, 2010: la peggiore catastrofe nella storia del martoriato paese, un terremoto che provoca 200mila morti, 300mila feriti, milioni di senzatetto e poi il colera. Ai medici cubani già presenti dal 1998 se ne aggiungono altri, del Contingente Reeve. Lavorano in condizioni estreme, per giorni sono l’unica sponda medica; poi tocca contenere il colera (e ci riescono). Anche grazie all’appoggio solidale del Venezuela nel quadro dell’Alba, rimangono dopo che tutti gli altri se ne sono andati. Un nuovo terremoto nel 2021 li trova lì. Questa cooperazione medica ad Haiti rimane tuttavia uno dei segreti meglio custoditi al mondo, sottolineano amaramente i media cubani.

Non finisce: Cuba è presente nei terremoti in Nepal (2015), Ecuador (2016, dove era già al lavoro una missione medica; tre sanitari muoiono), Messico (2017). In parallelo, L’Avana è fra le prime capitali al mondo a rispondere nel 2014 alla chiamata dell’Onu per l’emergenza Ebola in diversi paesi africani. Time Magazine titola: «Perché Cuba è così brava nel lottare contro Ebola». Ben più note le missioni mediche mandate dall’Avana in 40 nazioni al tempo di Covid-19.

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