Ruggero D’Alessandro è autore de “I sonnambuli e i ribelli. Perché in Italia non c’è protesta sociale” (Meltemi editore)
Alberto Deambrogio: Ne “I sonnambuli e i ribelli” Lei descrive una società intorpidita, incapace di reagire se non per brevi fiammate. Guardando ai dati delle ultime elezioni regionali e politiche in Italia, dove l’astensionismo ha raggiunto vette storiche, ritiene che il ‘sonnambulismo’ si sia evoluto in una forma di secessione silenziosa dei cittadini dalle istituzioni? È ancora possibile risvegliare questa massa senza passare attraverso il trauma di una crisi sociale violenta?
Ruggero D’Alessandro: a) Secessione mi sembra un termine efficace per descrivere il meccanismo cui lei accenna. Evoca la finalità primaria del movimento politico Lega Nord, almeno nei primi vent’anni di vita.
Il distacco del 35/38% dell’elettorato dai seggi elettorali e referendari data dagli anni Novanta. Con il decennio corrente si supera ampiamente il tetto del 30.
Le cause sono molteplici; in ciò dando ragione al sociologo francese Edgar Morin che conia, già negli anni ’80, il termine “policrisi”.
Come fattori generatori si possono citare:
- L’intreccio sfiducia/protesta, mixato diversamente da individuo a individuo (si calcola 15/20% dell’elettorato);
- Indifferenza verso la vita politica e l’essere assorbiti da ben altre questioni: da salario a salute, da casa a tasse;
- L’incapacità un legame fra voto, operatività parlamentare e governativa, effetti sulla vita quotidiana;
- I fuori sede, cinque milioni d’Italiani, se vogliono votare devono spostarsi per centinaia di chilometri; il che richiede soldi, tempo, libertà da impegni lavorativi;
- Il susseguirsi di consultazioni – europee, politiche, amministrative, referendum;
- Il contesto economico, sociale, geografico: i cittadini che vivono ai margini sono al primo posto fra gli elettori demotivati, dunque non votanti;
- Peraltro, l’astensionismo, episodico o sistematico, è fenomeno ormai diffuso su scala europea
Il non voto, la scheda bianca, la nulla rappresentano uno dei volti che il “sonnambulismo” assume a seconda di evenienze e necessità. Si tratta di una felice espressione coniata in uno degli ultimi rapporti annuali del CENSIS (fondato oltre sessant’anni fa dal sociologo Giuseppe De Rita), irrinunciabile ausilio di analisi economica, sociale, politica, culturale.
b) Riguardo, poi, allo schivare la risposta violenta alla poli-crisi che viviamo da almeno trent’anni temo dipenda più dalle politiche governative che dal grado di sopportazione delle fasce sfavorite e sofferenti di popolazione.
Almeno dall’inizio del terzo millennio una lunga serie di fenomeni negativi affligge il Paese. Ne cito sono la minima parte per ovvie questioni di spazio:
– la classe politica è collegata a doppio filo all’élite finanziaria e industriale;
– non vi sono leggi e decreti che aiutino le citate fasce sfavorite;
– si legittima l’evasione fiscale;
– si aumentano a dismisura le spese militari;
– si riducono le spese per sanità, ricerca, scuola, università, trasporti.
Dal lato della cittadinanza basti ricordare due cifre: in 6.000.000 non possono più curarsi; il 25% (14.000.000) si trova appena sopra, sulla o sotto la linea di povertà. Si tratta di certificazioni statistiche da fonti ISTAT, CENSIS, Banca d’Italia, OCSE, World Bank; non certo dell’Ufficio studi delle Brigate Rosse).
Conto che al più presto possibile il governo attuale, il peggiore in 80 anni di Repubblica, crolli in politica economica per cecità, ignoranza, complicità istituzionalizzata con finanza e industria. Forse si riuscirà a evitare una crisi sociale violenta.
A.D.: Lei ha analizzato la figura del ribelle come colui che rompe l’inerzia. Tuttavia, nell’Italia attuale, assistiamo a un fenomeno peculiare: forze politiche che utilizzano una retorica ‘ribelle’ e anti-sistema pur essendo saldamente al potere. In questo scenario, la ribellione non rischia di diventare un prodotto di marketing che serve a mantenere i cittadini in uno stato di sonnambulismo guidato, neutralizzando ogni vero potenziale di cambiamento radicale?
R.D’A.: Se si riferisce al governo MSI/Lega/Forza Italia mi limito a concordare in pieno con la sua analisi.
Aggiungo due note:
1. Mi rifiuto di chiamare FdI il primo partito di maggioranza visto che centinaia di volte ha dimostrato la profonda contiguità con <<le radici che non gelano>> (la tradizione neofascista). L’espressione è tratta da un discorso del presidente del senato.
2. Il governo maschera la propria giravolta di 360° – rispetto a quanto dichiarava all’opposizione fino all’estate ‘22 – affermando il contrario esatto di ciò che succede nel Paese – statistiche, senso delle nuove leggi, analisi di politica nazionale e internazionale. Il vero Paese al contrario non è il libro del generale di divisione Vannacci ma l’intera comunicazione dell’esecutivo, dei parlamentari, dei gazzettieri sul conto stipendi di Palazzo Chigi (ignobile definirli giornalisti).
A.D.: Nel libro emerge l’importanza dei legami comunitari per uscire dallo stato di torpore. Oggi l’Italia appare attraversata da proteste molto frammentate (dagli agricoltori ai movimenti studenteschi, fino alle opposizioni al lavoro povero), che però sembrano non riuscire mai a ‘fare massa critica’. Secondo la sua analisi, manca una nuova grammatica del conflitto o è la struttura stessa della società italiana a essere diventata troppo atomizzata per permettere una sintesi tra i diversi ‘ribelli’?
R.D’A.: Penso che la mancanza della grammatica del conflitto del 3° millennio sia questione secondaria rispetto alla necessità fondamentale da lei giustamente sottolineata: riuscire a fare masse critica.
La struttura odierna dell’Italia è sicuramente frastagliata. La classe dirigente, come ricordato, tiene insieme politica ed economia. Intendo ovviamente l’economia privata, non certo quella pubblica. Sappiamo bene l’assoluta incompetenza del ministro Urso: con oltre cento tavoli di pendenze padronato-sindacati non si è andati avanti di un centimetro in ben 40 mesi di governo di estrema destra/centro destra.
È fondamentale che si parli di conflitto, non di conflitti. Sotto intendo, cioè, la costruzione di un alveo unitario per il futuro fiume della protesta, il meno possibile violenta, il più possibile con obiettivi chiari – pochi ma buoni.
Ogni italiano che soffre – malato, povero, disoccupato, dipendente dalle più svariate sostanze, precario, anziano con pensione minima, indebitato, in arretrato con il fisco – si sente, giustamente, isolato. Pensiamo all’unione di queste figure in un unico sciopero: governo e padronato risponderebbero con risa e pernacchie. Perché nelle mani dell’Italia non privilegiata manca qualsiasi potere di contrattazione, leve di convincimento socio-economico che costringano il blocco storico (Gramsci insegna) politicanti-finanzieri a scendere a patti.
Attualmente la strada la vedo lunghissima. Ripenso però alle quattro indicazioni di un protagonista del più lucido dissenso culturale e politico come è stato Goffredo Fofi per quasi 70 anni. In una sua tarda intervista, alla domanda su cosa fare oggi e domani, così risponde:
– Resistere;
– fare rete (in senso reale, sociale, non la schifezza informatica);
– studiare;
– rompere i coglioni
Concludo con Michel Foucault – mai fuori luogo: al costituirsi di ogni Potere nasce sempre, prima o poi, qualche forma di resistenza.