Lungo la costa orientale della Sicilia basta un contrattempo perché la filiera si blocchi e città importanti come Catania e Siracusa non siano in grado di gestire i rifiuti che quotidianamente producono. La chiusura/stop dei conferimenti all’impianto di Lentini (Coda Volpe), motivata dall’attesa della nave destinata a portare all’estero le ecoballe, è stata l’ennesima dimostrazione di un sistema appeso al calendario degli imbarchi e alle decisioni di pochi snodi privati che hanno come fine il solo profitto. Il copione è sempre lo stesso: camion pieni, raccolta a rischio, cittadini invitati a non “uscire” i sacchetti, e la Regione chiamata a intervenire con una toppa dell’ultima ora.
Il dato più inquietante non è la singola chiusura, ma la normalità con cui la crisi diventa routine. Un semplice ritardo di una nave, un evento logistico banale in qualunque filiera industriale, rischia di produrre un’emergenza e impone alla regione di emanare una diffida regionale e ai comuni di ricorrere a soluzioni tampone sui piazzali. Se basta una nave in ritardo per paralizzare mezza Sicilia, il problema non è la nave. È l’assenza di un sistema pubblico di gestione dei rifiuti.
L’emergenza arriva a ogni minima variazione delle condizioni locali o internazionali. Oggi il caro carburanti, ieri una discarica che chiude, domani un impianto che rallenta per manutenzione, dopodomani un contenzioso. È un equilibrio che non c’è, precarietà mascherata da gestione. E la Corte dei conti, organo tecnico tutt’altro che incline a letture preordinante, lo mette nero su bianco ricostruendo un quarto di secolo di “governance” straordinaria: commissariamenti, ordinanze contingibili e urgenti, deroghe, proroghe, rientri nell’ordinario rimasti sulla carta. La gestione siciliana dei rifiuti è stata per anni improntata al ricorso a forme emergenziali proprio perché il sistema impiantistico ha mostrato criticità rilevanti; e anche dopo la chiusura formale dello stato di emergenza, la Regione ha continuato ad appoggiarsi alle ordinanze come strumento ordinario.
Già nel 1999 all’inizio della stagione emergenziale, in grandi città come Catania, l’idea di “superare l’emergenza” era legata a contenimento della produzione, raccolta differenziata, selezione, valorizzazione e recupero. Venticinque anni dopo, siamo ben lontani da una filiera virtuosa che riesca a chiudere il ciclo dei rifiuti e si invoca ancora l’impianto “risolutivo” mentre si continua a ricorrere alla discarica di Lentini ed ad alimentare quegli interessi che sui rifiuti e l’emergenza realizzano profitti.
I numeri sulla differenziata sono il promemoria più duro per chi a Catania continua a vendere scorciatoie. La Corte dei conti richiama i dati territoriali e sottolinea che solo il 37,3 per cento della popolazione siciliana vive in Comuni che hanno raggiunto o superato l’obiettivo del 65 per cento, mentre il divario con la media nazionale resta consistente. Nello stesso quadro si evidenzia che la Sicilia nel 2024 si ferma al 55,5 per cento di raccolta differenziata contro il 67,7 per cento dell’Italia. Rimangono, però, critiche le situazioni delle grandi città dove la raccolta differenziata non decolla e la produzione di rifiuti rimane alta e non facile da gestire.
E intanto si paga. Si paga due volte: con le tasse e con il costo di esportare ciò che non si è stati capaci di trattare in casa. Le cronache e le denunce dell’ANCI parlano di costi medi che arrivano a circa 380 euro a tonnellata, tre volte la media nazionale, mentre lo smaltimento all’estero può salire ben oltre i 200–250 euro/tonnellata che si pagavano in Sicilia, con punte fino a 400 euro/tonnellata nelle spedizioni verso impianti del Nord Europa. E mentre si moltiplicano le destinazioni la Regione ha stanziato risorse straordinarie per coprire gli extracosti, ma si tratta di misure temporanee, che non risolvono l’asimmetria strutturale e questi costi finiranno inevitabilmente nella TARI.
In questo contesto di emergenza reiterata e teleguidata spunta il coniglio, mefitico, dal cilindro ovvero la mirabolante promessa di due inceneritori, uno a Palermo e l’altro a Catania addirittura già operativi entro il 2028. Una data brandita come fosse già una garanzia, come se bastasse pronunciarla per far sparire rifiuti ed extracosti. Insomma, l’ennesimo gioco di prestigio da poter verificare ben oltre le prossime elezioni regionali.
Il problema è che qui la credibilità si è consumata da tempo. L’idea di realizzare degli inceneritori guarda ad un passato remoto già superato in tutta Europa e l’iter per realizzarli è già viziato da deroghe alle norme e fughe in avanti che preannunciano futuri disastri.
Qui, però, ritorna la domanda più scomoda: le emergenze sono davvero incidenti inevitabili o sono anche un ambiente favorevole per chi, nell’emergenza, guadagna, decide in fretta, contratta da posizioni dominanti e scarica extracosti sui bilanci comunali? L’emergenza, infatti, la discarica “strumento indispensabile” e l’ampliamento diventa “rimedio naturale”, sottratto a pianificazione e controlli stringenti, con un “preciso trait d’union” tra gli operatori interessati alle discariche e quelli interessati agli inceneritori. Se il sistema è strutturalmente fragile, chi controlla i colli di bottiglia controlla anche la politica dell’urgenza.
E allora si rischia veramente di subire una presa in giro mastodontica se nel frattempo si continua a rinviare l’unica vera cura, quella che non richiede miracoli ingegneristici ma organizzazione, controllo, impiantistica di prossimità e, soprattutto, differenziata spinta. La gerarchia europea dei rifiuti è chiarissima: prevenzione, riuso, riciclo, recupero, smaltimento. In Sicilia, però, si vuole anteporre il passato, l’inceneritore, al futuro, la raccolta differenziata e il riciclo.
Il nodo, per la costa orientale, non è scegliere tra discarica e inceneritore come se fossero le uniche due porte. Il nodo è spezzare la dipendenza dalla “soluzione unica”, che cambia nome ma resta sempre una scorciatoia: una fuga dall’affrontare davvero la questione rifiuti attraverso programmazione, gestione di lungo periodo e pianificazione. Una sfida che investe una macchina amministrativa regionale indebolita da una significativa riduzione del personale e da vacanze dirigenziali che ne rallentano e ingolfano l’attività. In un quadro simile, la tentazione dell’emergenza permanente diventa comoda, perché sposta l’attenzione dal fallimento strutturale alla contingenza quotidiana.
Se non si cambia struttura, si continuerà a passare da un’emergenza all’altra, con la differenza che ogni giro costerà di più e produrrà meno fiducia. Quando un impianto “ha un raffreddore” e la città rischia i sacchetti per strada, quando una nave ritarda e l’isola si ferma, quando un rialzo del carburante si trasforma in alibi universale. L’alternativa non è romantica né facile, ma è concreta: spingere davvero la differenziata fino a rendere residuale l’indifferenziato; realizzare impianti di trattamento dell’organico e di valorizzazione delle frazioni a distanze sostenibili; legare la tariffa al comportamento reale per premiare chi riduce e differenzia; e soprattutto togliere potere ai colli di bottiglia che oggi possono permettersi di dettare tempi e prezzi. Senza pianificazione e una rete impiantistica coerente l’emergenza non è un incidente: è il modello.