Un aeroporto intercontinentale nella Valle del Mela? Ancora un progetto di devastazione territoriale e sociale

Non si fa a tempo, in Sicilia, a ingoiare la notizia di un attentato al territorio – che si trasforma ipso facto in devastazione sociale – che subito se ne annuncia un altro. La distruzione predatrice, per parafrasare la formula di Schumpeter di oltre cent’anni or sono, ossia il processo puro del capitalismo in ogni sua fase e forma, oggi non può che abbattersi in prima istanza sul territorio. Il meccanismo è, oltre che predatorio, finanziario e (neo)coloniale. L’ultima notizia– come se non bastassero i cicloni e la frana di Niscemi con la paventata costruzione di new town, i piani di moltiplicazione di porti e interporti, di centri commerciali e logistica, le ipotesi di colate di cemento sulle residue scogliere di Catania – riguarda la brillante idea o il brillante progetto di un aeroporto intercontinentale nella valle del Mela, in provincia di Messina, fra Milazzo e Barcellona Pozzo di Gotto. La notizia appare su vari siti on line e cartacei (ma covava da anni). La traggo dal quotidiano “La Sicilia” nella sua versione online dello scorso 22 febbraio, con la firma e la prosa alata di Alfredo Zermo. Ecco l’incipit: «La luce del tardo pomeriggio rimbalza sulle ciminiere della Valle del Mela, tra Milazzo e Barcellona Pozzo di Gotto». Più avanti la scrittura si fa prosastica, e assomiglia di più a una parafrasi di qualche comunicato da Ufficio Stampa. Ma qual è l’oggetto misterioso e stupefacente di cui si parla?

Non un aeroporto «normale», ma qualcosa che è progettualmente diverso e più ambizioso: non solo intercontinentale fin dalla sua nascita, ma specificamente l’«unico internazionale e Cargo del Sud Italia da Roma in giù», che guarderebbe soprattutto «ad altre tipologie di passeggeri che dovrebbero provenire dalle Americhe, dall’Asia, dall’ India [ma l’India non è già in Asia? N.d.T], con voli intercontinentali e avrebbero un alto potenziale turistico. Inoltre essendo l’unico tipo di struttura Cargo attirerebbe l’attenzione di tutte le nazioni come la Cina che stanno investendo nell’acquisto di flotte di aerei per spostare le merci in modo veloce». A dirlo è un signore, Fabio Bertolotti, che rappresenta La Sciara Holding LTD & Partners con sede ­– guarda un po’ ­ – a Londra, che ha presentato il progetto. Un insieme di società, dunque, che dispone certamente di cospicue risorse finanziarie e tecnologiche, nonché presumibilmente di agganci e relazioni importanti.  Per chi non lo sapesse il termine “sciara” designa la lava solidificata, e richiama dunque i vulcani, e l’Etna in particolare; l’Italia e la Sicilia sono dunque richiamate nel nome della Holding, anche a trascurare il nome e cognome, anch’essi italiani, di colui che la rappresenta.

L’articolo ci informa su una serie specifiche tecniche, e sull’iter necessario per la realizzazione. Una bel po’ di particolari, che riguardano i vari Enti preposti alla programmazione e ai pareri, entro il Piano Nazionale degli Aeroporti (PNA) al 2035. Il tempo ci dirà se è la solita proposta propagandistica o qualcosa, Dio non voglia, di più concreto.

Insomma, la finanza e l’imprenditoria “investono” in Sicilia, certo per benevolenza, fra il tripudio della popolazione sfaccendata col naso in aria, che nient’altro che questo si aspettava (di tale tripudio a dire il vero non parla l’articolo che cito, ma se ne legge su qualche sito on-line; diciamo che più che la popolazione nel suo complesso saranno in tripudio gli stakeholders della zona, che non mancano: termine raffinato della finanza e dell’impresa che potremmo tradurre, in italico idioma per tramite siciliano, con “famiglie mafiose” e/o “rastrellatori di voti ed elargitori di favori”). Come al solito si richiamano l’occupazione, lo sviluppo, le merci, la velocità, il turismo, e tutto il ciarpane propagandistico a cui siamo abituati da decenni. Di questo progetto si dice naturalmente tutto il bene possibile, che è interamente a trazione privata (ma secondo lo schema del project financing, ossia un contratto di concessione: che occupa un bene pubblico, il territorio, e che, a seconda dei contratti, potrebbe ricadere sulle pubbliche risorse: non dimentichiamo i costi pubblici per le olimpiadi invernali di Milano-Cortina), che si prevedono «fino a 100-120 mila posti tra diretti, indiretti e indotto “a regime”». La consueta favoletta ricattatoria che da decenni prelude a costante e inarrestabile disoccupazione e migrazione giovanile, e distruzione delle risorse locali, oltre che del territorio e dell’ambiente (per rendere l’investimento più “smart” si parla anche, ovviamente, di fotovoltaico), cui concorrono già alacremente le crescenti installazioni militari. Il meccanismo è il solito, quello coloniale, che ha cambiato anche il modello formale delle opere pubbliche: non è più la Repubblica (Stato, Regioni, ecc.) a richiedere un intervento ritenuto utile; è l’apparato finanziario/industriale a planare su un territorio e a dire: questo è mio. Siamo a una nuova edizione delle Compagnie delle Indie del protocapitalismo. Il risultato: profitti e rendite certi, benefici per la popolazione zero. Bisognerebbe ricominciare a mobilitarsi contro i molteplici progetti distruttivi e lavorare per la tutela e il riequilibrio del territorio, ossia per un benessere sociale equamente distribuito.

Dimenticavo: la Valle del Mela (un torrente che discende dai Nebrodi verso il Tirreno) è l’unica area pressoché pianeggiante della provincia di Messina, vasta ma montuosa, che ospita i monti Peloritani e i Nebrodi, comuni piccoli in aree interne in fase di abbandono istituzionale e di inarrestabile spopolamento. Questa valle è già antropizzata e inquinata, soprattutto dal petrolchimico di Milazzo. Ma siamo anche a due passi dallo Stretto e quindi dal territorio su cui incombe da decenni il progetto del Ponte. Chi, non conoscendola, guardi anche solo google maps, si chiederebbe, fra l’altro: ma dove mai piazziamo un aeroporto?