Anziani non autosufficienti: a casa senza le risorse della sanità significa diritto negato alla salute

Le recenti dichiarazioni del monsignor Vincenzo Paglia, che invitano a «rovesciare la piramide» mettendo la comunità e le mura domestiche prima dei letti d’ospedale o delle residenze sanitarie assistenziali, rischiano di trasformarsi nell’ennesima operazione di retorica consolatoria.

Sostenere che i posti letto per gli anziani non autosufficienti ci siano già e che coincidano semplicemente con i letti delle loro case è una narrazione tanto suggestiva quanto pericolosa. La realtà quotidiana delle famiglie italiane, drammaticamente lasciate sole a gestire la malattia cronica, racconta tutta un’altra storia.

Non basta un tetto sopra la testa per garantire la dignità della vita; serve un sistema pubblico che si assuma la responsabilità della cura, con finanziamenti strutturali e impegni vincolanti.La casa non può diventare il luogo in cui lo Stato si scarica della propria missione costituzionale.

Quando la non autosufficienza colpisce una persona, il diritto alla salute non si esaurisce nella buona volontà dei parenti o nella solidarietà del vicinato. Le prestazioni sanitarie e sociosanitarie sono un diritto esigibile e non una concessione discrezionale legata ai bilanci regionali o alla disponibilità di fondi temporanei.

Se l’assistenza domiciliare si riduce a un mosaico frammentato di poche ore settimanali di ausilio, senza una reale presa in carico medica e infermieristica continuativa, il diritto alla cura viene semplicemente negato. Trasferire il baricentro dell’intervento dalle strutture alle mura domestiche senza assegnare risorse certe significa, nei fatti, privatizzare i costi della malattia, scaricandoli interamente sulle spalle e sulle finanze dei nuclei familiari.

C’è un equivoco di fondo che va stanato: la cura delle persone non autosufficienti non è una questione assistenziale o di mera beneficenza, ma è parte integrante dei Livelli Essenziali di Assistenza sanitaria.

La sanità pubblica ha il compito preciso e inderogabile di garantire la continuità terapeutica a prescindere dal luogo in cui il malato si trovi.

Definire le case come i “veri” letti della sanità senza finanziare i servizi necessari significa legalizzare l’abbandono. Troppo spesso assistiamo al blocco dei ricoveri in convenzione o a dimissioni protette dagli ospedali che si rivelano essere solo un modo per liberare spazi, delegando la gestione di patologie complesse a chi non ha le competenze né i mezzi per affrontarle.Una vera riforma del welfare non si fa a costo zero, né si realizza attraverso la digitalizzazione o il monitoraggio a distanza se mancano le braccia e le professionalità sul territorio. Servono stanziamenti economici costanti, l’abbattimento delle infinite liste d’attesa per l’accesso ai servizi e il riconoscimento che la cronicità e la non autosufficienza richiedono una copertura finanziaria totale per la quota sanitaria.

Fino a quando i progetti di assistenza domiciliare non saranno sostenuti da un budget pubblico definito e invalicabile, parlare di “centralità della casa” sarà solo un modo elegante per mascherare i tagli alla spesa pubblica e il progressivo smantellamento del welfare universalistico.

Le persone malate e le loro famiglie non hanno bisogno di slogan poetici, ma di certezze del diritto e di risorse economiche immediate.

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