Gianni Fabbris, segretario Altragricoltura – Confederazione Sindacale per la Sovranità Alimentare
Si è appena conclusa la due giorni di mobilitazione del 6 e 7 marzo 2026 indetta dal COAPI (il Coordinamento Agricoltori e Pescatori Italiani nato all’inizio del 2024 per riunire le realtà locali e nazionali che stanno animando il “Movimento dei Trattori).
Tra gli obiettivi che il COAPI ha posto con questa ennesima vi è l’obiettivo esplicito di costruire un’alleanza per rimettere al centro del dibattito pubblico e dell’iniziativa sociale e istituzionale l’obiettivo di salvare il nostro patrimonio produttivo garantendo il diritto al cibo ed al territorio.
È necessario aprire una riflessione profonda a partire da quello che sta accadendo nelle campagne italiane fino a chiederci se siamo di fronte ad una crisi o a un processo pianificato che sta trasformando l’Italia da grande Paese della Produzione del Cibo a piattaforma commerciale speculativa.
Se quella delle campagne fosse semplicemente una crisi, qualcosa che non torna. Non tornano i numeri, non tornano i tempi, non torna soprattutto la direzione in cui sta andando il sistema agricolo europeo. Ogni anno chiudono migliaia di aziende, i giovani non riescono più ad entrare in agricoltura, il reddito agricolo resta schiacciato mentre i costi esplodono. Eppure, nello stesso momento, la terra agricola non perde valore: al contrario, diventa sempre più appetibile per grandi investitori finanziari. È qui che nasce il dubbio sempre più diffuso nelle campagne: siamo davanti a una crisi o a un processo?
Secondo i dati della piattaforma internazionale Land Matrix, che monitora le grandi acquisizioni fondiarie globali, negli ultimi due decenni oltre novanta milioni di ettari di terra sono stati oggetto di acquisizioni su larga scala da parte di governi, multinazionali e fondi finanziari. Parliamo di una superficie grande quanto diversi paesi europei messi insieme. E non si tratta quasi mai di terre acquistate per nutrire le popolazioni locali: in moltissimi casi vengono destinate alla produzione di commodity per l’export, biocarburanti, energia o semplicemente alla speculazione fondiaria.
La terra, insomma, sta cambiando natura. Non è più considerata prima di tutto un ecosistema che produce cibo, ma un asset finanziario. Un bene rifugio, stabile, limitato, capace di garantire rendita nel tempo. Per questo i nuovi protagonisti del mercato fondiario non sono agricoltori. Sono fondi di investimento, fondi pensione, gruppi energetici, società finanziarie globali.
Questo processo non riguarda solo Africa o America Latina. Sta accadendo anche in Europa. Il Parlamento europeo ha denunciato da tempo una concentrazione fondiaria crescente: una piccola percentuale di aziende controlla ormai oltre metà delle terre agricole dell’Unione. Il modello agricolo europeo, che storicamente si basava su milioni di aziende familiari diffuse, sta lentamente trasformandosi in un sistema dominato da poche grandi strutture e da società di capitali.
Nel frattempo, la terra agricola viene messa sotto pressione da nuovi interessi economici. Uno dei più evidenti è quello energetico. In molti territori un ettaro coltivato a cereali può garantire redditi di poche centinaia di euro l’anno. Lo stesso ettaro destinato a grandi impianti energetici a terra può generare rendite di gran lunga superiori. È una competizione totalmente squilibrata, nella quale il contadino non compete più con un altro agricoltore ma con il capitale globale.
I dati italiani sul consumo di suolo raccontano con chiarezza la direzione del fenomeno. Secondo il rapporto dell’ISPRA, il nostro paese continua a perdere suolo naturale e agricolo al ritmo di circa diciannove ettari al giorno. Una parte significativa di queste trasformazioni avviene proprio su terreni agricoli. Non è solo urbanizzazione: sempre più spesso è riconversione energetica o infrastrutturale. Il risultato è una progressiva riduzione della superficie agricola disponibile e un aumento del valore fondiario che rende sempre più difficile l’accesso alla terra per chi vorrebbe fare agricoltura.
Dentro questo quadro si inserisce la crisi economica delle aziende agricole. I dati economici degli ultimi anni mostrano una dinamica molto chiara: mentre i costi di produzione – energia, fertilizzanti, sementi, mangimi – sono aumentati in modo molto significativo, i prezzi riconosciuti agli agricoltori sono rimasti stagnanti o addirittura sono diminuiti sotto la pressione della grande distribuzione organizzata. La forbice tra costi e ricavi si è allargata e quando i margini scompaiono, l’unica strada che resta è l’indebitamento. Negli ultimi decenni l’agricoltura è stata spinta verso una modernizzazione sempre più costosa: macchinari più grandi, strutture più complesse, investimenti sempre più elevati. Molte aziende hanno dovuto ricorrere al credito per restare sul mercato. Ma quando arrivano una crisi climatica, un raccolto andato male o un crollo dei prezzi, il debito diventa una trappola. L’azienda fallisce, la terra viene venduta o passa di mano, e spesso finisce nelle disponibilità di soggetti che non hanno nulla a che vedere con l’agricoltura.
In questo scenario la politica agricola europea produce un ulteriore paradosso. La PAC distribuisce gran parte dei pagamenti diretti in base alla superficie agricola posseduta. Questo significa che chi possiede grandi estensioni di terra riceve automaticamente una quota molto più elevata di risorse pubbliche rispetto alle piccole aziende. Il risultato è che il sistema dei sussidi finisce per rafforzare la concentrazione fondiaria invece di contrastarla.
Tutto questo avviene mentre il mondo contadino viene spesso rappresentato come un problema ambientale, un settore arretrato o addirittura un ostacolo alla transizione ecologica. Una narrazione che scarica sulle aziende agricole responsabilità che appartengono a un modello economico molto più ampio e che finisce per isolare ulteriormente chi lavora la terra.
La realtà è molto diversa. Senza un’agricoltura diffusa, senza aziende radicate nei territori, senza comunità rurali vive, non esiste sicurezza alimentare. Non esiste gestione del paesaggio, non esiste tutela del suolo, non esiste presidio delle aree interne. La crisi agricola non è soltanto una crisi economica. È il risultato di un sistema che ha progressivamente spostato il controllo della terra e del cibo dalle comunità locali ai grandi interessi economici.
Per questo oggi difendere l’agricoltura contadina o comunque della piccola e media impresa produttiva non significa difendere un residuo del passato. Significa difendere una condizione fondamentale di democrazia economica e di sovranità alimentare. Significa impedire che la terra diventi definitivamente una voce nei portafogli finanziari globali e che il cibo venga trattato come una semplice commodity.
Se la terra diventa solo un asset finanziario, il cibo diventa inevitabilmente un privilegio. E quando il controllo del cibo si concentra nelle mani di pochi attori globali, la libertà delle comunità e dei popoli diventa fragile.
Abbiamo bisogno di un dibattito pubblico per sviluppare consapevolezza e offrire con l’informazione e la controinformazione gli elementi utili a riportare questo dibattito nella società perché il tema del cibo dei diritti, della Sovranità Alimentare riguarda non solo gli interessi delle imprese ma del Paese e chiama in causa la scelta consapevole di quale Italia e quale Europa dobbiamo attenderci
Difendere la terra oggi significa difendere il futuro, la democrazia, gli interessi collettivi. Non solo dei contadini, ma di tutti.