Cristiano Ferrarese scrittore, autore di La mia lotta di classe (Scitturapura editrice)
Alberto Deambrogio: Nel romanzo, la lotta non sembra essere solo un conflitto politico o economico, ma una battaglia per la dignità quotidiana. In un’epoca che celebra l’iper-esposizione e il successo personale, perché hai sentito l’urgenza di riportare al centro della narrazione chi vive ai margini del sistema produttivo?
Cristiano Ferrarese: Intanto Vi ringrazio per l’interesse nei confronti del libro. Non m’interessa l’iper-esposizione e neppure il successo personale di eventuali personaggi (amo molto di piú, anche negli stessi, i lati oscuri o piú borderline). I piú ai margini del sistema produttivo stanno diventando la maggioranza in un contesto in cui non basta lavorare e avere una casa per poter mantenere dei figli, farsi una vacanza. uscire a cena o al cinema e risparmiare. Moltissimi vivono in apnea e non riescono a respirare da anni. Altri si lasciano andare e non reagiscono. Qui racconto la storia di una donna cinquantenne, in un periodo particolare, il Covid, che viene “risvegliata”, dopo anni di “letargo esistenziale”, dall’incontro casuale, al supermercato, con una sua compagna di classe alle superiori persa di vista da decenni. Si confrontano due esistenze radicalmente diverse (anche se in parte simili). La donna che non ha nome (perché potrebbe essere tante) si avvicina. con timore, ad un mondo sconosciuto, ci entra e le piace. Ritrova forze che non ricordava, riscopre se stessa, torna a divertirsi. In fondo, è questa la sua lotta di classe: non è essere ridotta ad un numero, riprendersi in mano la propria vita, rifiutare le categorie imposte dalla societá, ritrovare un senso di comunitá, fottere i ricchi con gli stessi loro mezzi. Non aver soprattutto paura e tornare a godersi la vita, come possibile.
A.D.: Molta della letteratura legata al lavoro si concentra sull’ideologia. In La mia lotta di classe, invece, il corpo sembra subire il peso delle scelte sociali. Quanto conta la memoria fisica — la fatica, i gesti ripetuti, la stanchezza — nella costruzione dei tuoi personaggi e nel definire la loro classe?
C.F.: Ho sempre pensato che noi siamo piú quello che facciamo rispetto a quello che diciamo. E quello che facciamo ci segna nel corso della vita. Fare un lavoro rispetto ad un altro, cambia la nostra percezione della realtà e le risposte che diamo ad essa. La fatica lavorativa (il tipo di lavoro, la sua durata, gli orari, i turni giornalieri o notturni, lo stress emotivo dei rapporti di potere, la ripetizione degli stessi gesti) ci segna per anni, direziona le nostre scelte di vita e ci condiziona nei rapporti umani. Credo che, chi decide di scrivere di lavoro, debba uscire dagli stereotipi ideologici che confermano sempre le certezze di ognuno ma porre domande sempre e comunque. I personaggi devono essere credibili e usare un linguaggio del tempo storico raccontato. Devo vivere in luoghi e ambienti riconoscibili e non “romanticamente” artefatti. Definire una classe è raccontare dove vive, come parla, come si relaziona, come gioisce (se gioisce), come soffre, come ama e anche come odia.
A.D.: Scritturapura è una casa editrice attenta alla cura stilistica. Nel dare voce a chi spesso non ce l’ha, come hai lavorato sulla lingua per evitare il rischio del paternalismo e restituire invece una voce che fosse autentica, cruda e allo stesso tempo letteraria?
C.F.: Ringrazio Scritturapura per avermi dato la possibilitá di pubblicare un secondo libro con loro. Credo che l’unico modo per evitare il paternalismo letterario o pseudo tale (e la retorica spesso piagnona di tanta, troppa sinistra) sia togliere e mi spiego: andare al cuore della descrizione o del dialogo, limitare gli aggettivi e le perifrasi. Quindi, raccontare, come direbbe Formica a proposito della politica, il sangue e la merda senza farle diventare proiezioni estetiche ed estatiche. Credo che questo sia l’unico modo di dare ritmo alle parole e di permettere al lettore di entrare nella storia e di voler arrivare in fondo senza annoiarsi o senza il proposito di lasciare il libro a metá. Bisogna cercare la semplicità (assai ardua da raggiungere) rispetto al semplicismo. La lettura di un libro non può e non deve essere vissuta come un’espiazione.
