La democrazia punitiva. Un incontro con Italo Di Sabato in occasione dell’uscita del suo ultimo libro

Esce oggi il nuovo libro di Italo Di Sabato La democrazia punitiva. Stato penale, mutazione antropologica e consenso reazionario (Momo Edizioni). Questo di seguito è il risultato di una prima discussione con lui.

Alberto Deambrogio: Italo Di Sabato, nel libro descrivi come la repressione stia diventando lo strumento principale per gestire il dissenso sociale: secondo te, qual è il momento esatto, se c’è, in cui lo Stato italiano ha iniziato ha alzato il tiro con questa strategia?

Italo Di Sabato: È difficile indicare un momento esatto, perché uno dei punti che provo a sostenere nel libro è proprio che la democrazia punitiva non nasce con un decreto e neppure con un determinato governo. È il risultato di una trasformazione lunga, che attraversa maggioranze politiche differenti. Se però dovessi indicare alcune cesure, direi che Genova 2001 rappresenta un momento simbolicamente decisivo, mentre tra la fine degli anni Novanta e il primo decennio degli anni Duemila comincia a prendere forma una vera politica della sicurezza destinata progressivamente a diventare ordinaria.

Genova è importante non perché prima non esistessero repressione politica, violenza di Stato o legislazione emergenziale – la storia repubblicana dimostra esattamente il contrario – ma perché lì diventa particolarmente evidente un dispositivo che ritroveremo negli anni successivi: la trasformazione dello spazio pubblico in uno spazio da mettere preventivamente in sicurezza, la costruzione del manifestante come possibile minaccia, la sospensione materiale di alcune garanzie in nome dell’ordine pubblico. La zona rossa del G8 non fu soltanto una delimitazione urbana: anticipava una concezione della città e del conflitto che negli anni successivi sarebbe stata progressivamente normalizzata.

Ma sarebbe un errore raccontare una storia lineare che parte da Genova e arriva direttamente al governo Meloni. Il passaggio decisivo è la trasformazione dell’eccezione in amministrazione ordinaria. Le prime ordinanze sicuritarie risalgono alla fine degli anni Novanta; con il pacchetto sicurezza Maroni del 2008 molte di quelle logiche acquistano una dimensione più sistematica. Negli anni successivi la sicurezza diventa progressivamente una categoria attraverso la quale governare fenomeni molto differenti: migrazioni, marginalità urbana, occupazioni, povertà, conflitto sociale, manifestazioni. È significativo che una ricostruzione recente di questa genealogia individui proprio la sequenza che dal 2008 conduce ai decreti Minniti-Orlando del 2017, ai decreti Salvini-Conte del 2018-2019 e agli interventi successivi.

Per me, però, il 2017 è uno spartiacque particolarmente importante. Con il decreto Minniti sulla sicurezza urbana viene consolidata una concezione preventiva dell’ordine pubblico: non si interviene più soltanto dopo la commissione di un reato, ma si moltiplicano strumenti amministrativi finalizzati ad allontanare determinati soggetti dagli spazi urbani. Il cosiddetto Daspo urbano è emblematico. Uno strumento nato nel contesto calcistico viene trasferito alla città e inserito in una più generale politica del decoro e della sicurezza urbana. La legge n. 48 del 2017 fu approvata durante il governo Gentiloni, con Marco Minniti ministro dell’Interno. Questo è importante perché impedisce di leggere la svolta punitiva semplicemente come un prodotto della destra: la costruzione del paradigma sicuritario italiano è stata molto più trasversale.

Con i governi successivi il processo accelera. I decreti Salvini-Conte estendono ulteriormente la logica penale e amministrativa applicata alle migrazioni e al conflitto; con il governo Meloni avviene però un ulteriore salto. Dal cosiddetto decreto rave fino alla legge n. 80 del 2025 e ai provvedimenti del 2026 assistiamo a una densità di interventi repressivi difficilmente riducibile a singole emergenze: blocchi stradali, occupazioni, proteste nelle carceri e nei CPR, manifestazioni pubbliche, misure di prevenzione, fermo e identificazione diventano parti di un medesimo repertorio di governo. Sul decreto del 2025 anche la letteratura giuridica ha parlato di un’accentuazione della repressione del dissenso politico e del ricorso a schemi vicini al diritto penale d’autore.

Quindi, più che cercare l’atto di nascita della repressione, credo sia necessario osservare quando la repressione cambia funzione. Lo Stato ha sempre posseduto un apparato coercitivo e la Repubblica italiana ha conosciuto fasi durissime di conflitto e repressione. La novità degli ultimi decenni è un’altra: il diritto penale, la polizia e gli strumenti preventivi tendono a essere utilizzati sempre più frequentemente per governare contraddizioni che hanno origine sociale e politica.

Quando diminuisce la capacità di intervenire sulle cause della precarietà, della marginalità, delle migrazioni, della crisi abitativa o del conflitto sociale, aumenta la tentazione di amministrarne penalmente gli effetti. È questo il passaggio che definisco “democrazia punitiva”: non uno Stato che improvvisamente comincia a reprimere, ma una democrazia nella quale la repressione tende progressivamente a sostituire la mediazione politica del conflitto.

Ed è anche per questo che non considero ciò che sta accadendo oggi una parentesi prodotta esclusivamente dall’attuale governo. Il governo Meloni radicalizza questa tendenza e ne sposta ulteriormente i confini, ma lavora su un terreno preparato nel corso di almeno due decenni. Se non ricostruiamo questa genealogia rischiamo di pensare che basti cambiare governo per cambiare paradigma. La questione è invece molto più profonda: riguarda l’idea stessa di sicurezza che si è imposta nella politica italiana e il progressivo passaggio dalla gestione sociale dei conflitti alla loro neutralizzazione preventiva.

A.D.: Il concetto di democrazia punitiva suona quasi come un ossimoro: in che modo l’uso sistematico della forza e delle sanzioni penali sta svuotando di senso la parola stessa democrazia?

I.D.S.: Sì, è volutamente un’espressione che contiene una tensione, ma parlerei di ossimoro solo in apparenza. Il punto del libro è proprio questo: la democrazia punitiva non coincide necessariamente con la fine della democrazia o con l’instaurazione di un regime apertamente autoritario. Elezioni, Parlamento, partiti, tribunali e libertà costituzionali continuano formalmente a esistere. Quello che cambia è il modo attraverso il quale vengono governate le contraddizioni della società.

Una democrazia diventa punitiva quando tende a sostituire progressivamente la mediazione politica e sociale con il controllo, la prevenzione e la sanzione: il problema abitativo diventa questione di occupazioni abusive, la marginalità problema di decoro, la migrazione problema di sicurezza, la protesta questione di ordine pubblico. Naturalmente ogni democrazia possiede un sistema penale e apparati coercitivi. La questione è quale spazio essi occupino. Quando il penale smette di essere extrema ratio e diventa una risposta ordinaria a problemi sociali e politici, cambia qualcosa nella qualità stessa della democrazia.

Nel libro provo però ad andare oltre la repressione in senso stretto. Negli ultimi decenni si è progressivamente indebolita la capacità dello Stato di intervenire sulle cause materiali dell’insicurezza: precarietà, impoverimento, disuguaglianze, crisi abitativa, erosione del welfare. Lo Stato non scompare, cambia funzione: può diventare meno presente nella redistribuzione e contemporaneamente più presente nel controllo. Ma c’è un altro elemento decisivo: la democrazia punitiva ha bisogno di consenso. Una società continuamente invitata a interpretare i problemi attraverso le categorie della colpa, della devianza e della minaccia finisce per modificare il proprio vocabolario politico. Il migrante diventa un pericolo, il povero qualcuno da controllare, chi protesta un soggetto che produce disordine. La punizione non viene più soltanto esercitata dall’alto: viene richiesta dal basso. È il meccanismo del populismo penale, che trasforma problemi complessi in una formula elementare: c’è un problema, c’è un colpevole, serve una pena.

È qui che arriviamo al cuore della questione. La democrazia non è soltanto il voto: è conflitto, pluralismo, organizzazione collettiva, rappresentanza e possibilità di dissentire. Se il conflitto viene progressivamente trattato come disordine e il dissenso come problema di sicurezza, la democrazia può conservarne la forma mentre perde parte della sua sostanza. E la repressione produce effetti anche prima di essere materialmente esercitata: sapere che partecipare a una protesta può comportare identificazioni, denunce, sanzioni, Daspo o altre misure preventive aumenta il costo del dissenso e può produrre autocensura.

Per questo ho scelto l’espressione “democrazia punitiva”: non descrive ciò che viene dopo la democrazia, ma ciò che può accadere alla democrazia quando la punizione prende il posto della politica.

AD: Tra le pagine emerge una forte critica alla militarizzazione dei territori e alla gestione dell’ordine pubblico: qual è l’aspetto normativo o il decreto recente che consideri più pericoloso per la tenuta dei nostri diritti civili?

I.D.S.: Se dovessi indicare una norma, sceglierei il fermo preventivo fino a dodici ore introdotto con il decreto sicurezza del 2026. Non perché le altre misure siano meno importanti, ma perché quella disposizione rende particolarmente evidente il cambiamento di paradigma che provo a descrivere nel libro.

La norma consente, in occasione di manifestazioni pubbliche, di accompagnare negli uffici di polizia e trattenere fino a dodici ore persone rispetto alle quali vi sia un fondato motivo di ritenere che possano costituire un concreto pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione. Nella valutazione possono assumere rilievo anche precedenti penali e segnalazioni relative a reati commessi durante precedenti manifestazioni. Nello stesso articolo vengono inoltre ampliati i poteri di perquisizione preventiva della polizia. È significativo che il legislatore sia intervenuto proprio sulla legge Reale del 1975 e sulla legislazione emergenziale del 1978, recuperando e ampliando strumenti nati in una delle stagioni più dure della storia repubblicana.

Il punto per me è soprattutto politico: si sposta ulteriormente l’intervento dello Stato dal fatto alla previsione del fatto. Non vieni limitato soltanto perché hai commesso un reato, ma perché l’autorità ritiene che tu possa tenere un determinato comportamento. È la logica della prevenzione che progressivamente prende il posto dell’accertamento della responsabilità. E quando questo avviene nell’esercizio del diritto di manifestare, il problema riguarda direttamente la qualità delle libertà democratiche.

Questa misura, inoltre, non è isolata. Lo stesso pacchetto amplia le perquisizioni preventive, rafforza le cosiddette zone a vigilanza rafforzata e i divieti di accesso alle aree urbane, estende la flagranza differita e interviene pesantemente sulla disciplina delle manifestazioni. Si costruisce così una sorta di diritto preventivo della piazza: lo spazio della manifestazione viene considerato sempre meno come luogo ordinario del conflitto democratico e sempre più come uno spazio di rischio da controllare anticipatamente.

Ed è questo l’aspetto che considero più preoccupante. Per comprimere il diritto di manifestare non è necessario vietare formalmente le manifestazioni. È sufficiente aumentarne progressivamente il costo: sapere che andando in piazza posso essere perquisito, accompagnato in questura, sottoposto a misure preventive o a pesanti sanzioni produce inevitabilmente un effetto deterrente.

La militarizzazione dei territori nasce anche da qui: dalla trasformazione di strumenti eccezionali in strumenti ordinari di amministrazione dello spazio pubblico. Il rischio è quello di rovesciare il principio su cui dovrebbe fondarsi uno Stato di diritto:

A.D.: Spesso l’opinione pubblica invoca mano pesante e sicurezza, scambiandole per giustizia: come si scardina questo meccanismo culturale che spinge le persone ad accettare la progressiva perdita delle proprie libertà?

I.D.S.: Credo che il primo errore da evitare sia pensare che le persone chiedano più repressione semplicemente perché sono manipolate. La paura non è tutta inventata. Esistono precarietà, impoverimento, solitudine sociale, crisi dei servizi pubblici, difficoltà nell’accesso alla casa e un’incertezza crescente rispetto al futuro. Sono insicurezze reali. Il dispositivo sicuritario funziona quando riesce a separare queste paure dalle loro cause sociali e a indirizzarle verso un nemico più facilmente identificabile: il migrante, il povero, il giovane delle periferie, chi occupa una casa, chi protesta.

È qui che sicurezza e giustizia finiscono per essere confuse. La giustizia dovrebbe interrogarsi sulle cause di una disuguaglianza o di un conflitto; la logica punitiva cerca invece un colpevole sul quale intervenire. È molto più semplice promettere una pattuglia, una nuova fattispecie di reato o un aumento delle pene che affrontare salari bassi, precarietà, disuguaglianze o impoverimento dei territori. La punizione possiede inoltre un enorme vantaggio politico: è immediata, visibile e comunica l’immagine di uno Stato che agisce.

Per scardinare questo meccanismo, allora, non basta difendere astrattamente le libertà civili. Dobbiamo ricostruire un’altra idea di sicurezza. Sicurezza significa poter arrivare alla fine del mese, avere una casa, un lavoro non precario, potersi curare, mandare i figli a scuola, vivere in un territorio nel quale esistano servizi e relazioni sociali.

C’è poi un problema che riguarda direttamente le libertà. Molto spesso si accetta una misura repressiva perché si pensa che riguarderà sempre qualcun altro. Oggi il migrante, domani l’ultras, poi chi occupa una casa, gli studenti, gli ambientalisti, i lavoratori in sciopero. Ma la storia della legislazione emergenziale mostra che gli strumenti repressivi tendono ad allargare progressivamente il proprio campo di applicazione. Le libertà raramente vengono cancellate tutte insieme: vengono ristrette per categorie, costruendo ogni volta qualcuno che si ritiene possa esserne privato senza che gli altri debbano preoccuparsi.

Per questo nel libro insisto sul fatto che il problema non sia soltanto giuridico. È culturale e politico. Bisogna ricostruire legami sociali, organizzazione collettiva e capacità di riconoscere nell’altro non una minaccia ma una persona che spesso subisce le stesse dinamiche di precarizzazione e impoverimento. In fondo il consenso punitivo comincia a incrinarsi quando alla domanda “chi dobbiamo punire?” torniamo a sostituire una domanda molto più radicale: “che cosa produce questa insicurezza e che cosa dobbiamo cambiare perché non venga più prodotta?”

A.D.: Se dovessi indicare una via d’uscita concreta da questa deriva autoritaria, da dove dovrebbero ripartire i movimenti sociali, i soggetti politici e le persone per riprendersi lo spazio del dissenso democratico?

I.D.S.: Credo che la prima cosa da fare sia evitare una posizione esclusivamente difensiva. Se ci limitiamo a denunciare ogni nuovo decreto, ogni divieto, ogni abuso di polizia, rischiamo di rincorrere continuamente l’agenda di chi restringe gli spazi democratici. Difendere il diritto di manifestare, pretendere garanzie contro gli abusi, contrastare la legislazione emergenziale è indispensabile, ma non è sufficiente. Bisogna tornare a chiedersi perché il conflitto sociale si sia progressivamente indebolito e perché sia diventato così facile rappresentarlo come un problema di ordine pubblico.

La repressione diventa più efficace quando davanti a sé trova una società frammentata. Per questo credo che il punto di partenza debba essere la ricostruzione di legami, organizzazione e solidarietà. Lavoro precario, diritto alla casa, migrazioni, carcere, guerra, ambiente non possono essere affrontati come questioni separate. Sono terreni diversi sui quali agisce una stessa trasformazione: la riduzione degli spazi della decisione collettiva e la crescente difficoltà di trasformare bisogni sociali in forza politica.

Ai movimenti serve quindi anche uscire dalla trappola della testimonianza. Non basta avere ragione, né denunciare l’ingiustizia. Bisogna costruire rapporti di forza, tornare nei territori, organizzare chi oggi è isolato, mettere in relazione conflitti che spesso non comunicano tra loro. E soprattutto ricostruire una capacità di parlare anche a chi non partecipa già alle mobilitazioni. Se la difesa delle libertà rimane patrimonio di minoranze militanti, sarà molto più facile restringerle.

Anche i soggetti politici dovrebbero compiere una scelta netta. Non si può denunciare l’autoritarismo e contemporaneamente accettare la cultura politica che lo alimenta. Non si può contestare l’ultimo decreto sicurezza dopo avere contribuito per anni alla costruzione del paradigma della governabilità, dell’emergenza permanente e dell’espansione penale. Serve una discontinuità: tornare a considerare il conflitto non come una patologia da amministrare, ma come una componente fisiologica della democrazia.

Nel libro provo infine a ragionare sull’abolizionismo proprio in questo senso. Non come l’idea ingenua che domani mattina possano scomparire carcere, polizia e sistema penale, ma come un metodo politico: davanti a ogni problema sociale dovremmo domandarci se abbiamo davvero bisogno di più pena, più controllo e più coercizione oppure di più diritti, welfare, mediazione e possibilità di autodeterminazione. Significa rovesciare la domanda sulla quale è stata costruita la democrazia punitiva.

La via d’uscita, quindi, non consiste semplicemente nel riconquistare il diritto di protestare. Consiste nel restituire potere politico al conflitto sociale. Perché lo spazio del dissenso si difende davvero quando torna a essere lo spazio nel quale persone che oggi si sentono impotenti scoprono di poter agire insieme e modificare la realtà. È forse da qui che dobbiamo ripartire: non soltanto dalla difesa delle libertà che stiamo perdendo, ma dalla capacità collettiva di usarle.

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