Elezioni regionali a somma zero

Ancora una volta, a chiusura della tornata delle elezioni regionali che ha interessato in queste settimane sette regioni, tutti cantano vittoria. Abbiamo vinto 4 a 3, dicono quelli del centrodestra. No, siamo noi che abbiamo stravinto, dice la Schlein. Siamo alla solita messinscena. Ma come si fanno a dire queste cavolate quando quasi sei elettori su dieci non va a votare? In realtà, a conti fatti, tutto rimane più o meno come prima, non c’è alcuna sostanziale redistribuzione della rappresentanza politica ad esclusione di fortissimi e inascoltati segnali che danno il senso di un crescente distacco dell’elettorato dal sistema politico.
Le grida di vittoria da una parte o dell’altra non possono coprire lo smacco che investe l’intera politica politicante, non possono coprire il vuoto di prospettiva che sovrasta la disputa tra centrodestra e centrosinistra. Venuta meno la diversità di programmi sui temi della guerra, del riarmo, delle privatizzazioni, in non pochi casi dell’autonomia differenziata e quant’altro con i quali rappresentare l’alternativa di società, la maggior parte degli elettori, piaccia o meno, si sottrae al gioco della politica tutta uguale, non va a votare. Tolta questa parte grande della società del non voto cosa resta allo spazio della politica, della rappresentanza e quindi della democrazia? Resta ben poco.
Bisogna avere grande attenzione al non voto che investe soprattutto le classi popolari. Se si vuole ricostruire lo spazio politico per un’alternativa ai poli esistenti bisogna ripartire da qui, rimettere al centro le esigenze sociali di quei ceti popolari che non sono assorbiti dentro il gioco politico. Bisogna considerare il loro rifiuto politico un fatto politico di prima grandezza, non la disfunzione di un sistema in cui tornare miseramente a identificarsi per cercare di sopravvivere. I segnali di questa possibilità di ripresa non mancano sia a livello sociale che politico. Sono segnali che vanno coltivati. Le esperienze di Toscana Rossa – esperienza straordinaria – e quella di tutto rispetto di Campania Popolare e di Valle d’Aosta Aperta sono solo un inizio. Si può e si deve fare di più per costruire coalizioni unitarie, larghe contro il riarmo, la guerra, le politiche di austerità fuori dalla camicia di forza del bipolarismo. Per avere forza questo progetto va costruito su scala nazionale.