Genova 2001: la democrazia spezzata e l’alternativa necessaria

Il G8 di Genova del 2001 non è stato soltanto un drammatico evento di cronaca o una pagina nera della storia repubblicana; è stato il momento in cui il capitalismo globale e il neoliberismo, messi a nudo nella loro fragilità ideologica, hanno dovuto ricorrere alla violenza di Stato per sopravvivere. Chi, come me, ha vissuto quella stagione totalmente immerso in quel contesto essendo Segretario regionale ligure del Partito della Rifondazione Comunista e di Consigliere regionale, porta con sé non solo il peso della memoria e il dolore per quei fatti, ma la consapevolezza politica di ciò che quel movimento rappresentava: una minaccia reale e tangibile all’ordine economico dominante, il più alto momento di quella coscienza collettiva che aveva capito che si poteva cambiare il mondo. 

L’alternativa di sistema: la convergenza delle differenze

La fase di preparazione che precedette le giornate del luglio 2001 fu un laboratorio politico di una complessità e di una ricchezza straordinarie. Per mesi, all’interno del Genoa Social Forum, culture politiche e storiche radicalmente diverse – dal marxismo critico al cattolicesimo di base, dall’ambientalismo all’anarchismo – trovarono una sintesi relazionale che non si è mai più replicata nella storia recente.

Quella convergenza non era un semplice cartello di proteste, ma la declinazione pratica di una “via tangibile e percorribile” di alternativa sistemica. Eravamo in grado di dimostrare che il primato della persona e dei diritti universali poteva, e doveva, sostituire l’ideologia del profitto e la deregolamentazione globale. Fu precisamente questa capacità di tradurre l’utopia in progetto politico concreto a terrorizzare il “potere”. Quel movimento faceva paura perché possedeva le chiavi per scardinare il consenso neoliberista. La risposta del sistema non fu democratica, ma militare e violentissima, agita attraverso un coordinamento internazionale che mirava a disinnescare sul nascere il cambiamento.

L’inganno istituzionale e la logica della trappola

Nei numerosi incontri istituzionali a cui partecipai insieme agli altri rappresentanti del Movimento, la percezione dell’enormità di quel passaggio storico era nitida. Eravamo consapevoli di essere a un punto di svolta decisivo. Tuttavia, l’analisi retrospettiva impone il riconoscimento di un errore di valutazione strategico: l’aver riposto fiducia nelle istituzioni preposte alla gestione dell’ordine pubblico, che tradirono consapevolmente quel dialogo. 

Il segnale di rottura definitiva si palesò visivamente a notte fonda, alla vigilia della manifestazione dei migranti (19 luglio). Usciti dalla Prefettura dopo l’ennesimo tavolo che avrebbe dovuto produrre rassicurazioni e garanzie democratiche, ci scontrammo con la realtà materiale di una città militarizzata. Genova era stata letteralmente recintata, occupata da sbarre d’acciaio e blocchi di container. Quella struttura non serviva a proteggere, ma a recludere; era la predisposizione geometrica di una trappola finalizzata a imporre percorsi obbligati, a frammentare il corteo e a esasperare le tensioni strutturali.

La sospensione dello Stato di diritto: dai lacrimogeni alla mattanza

Ciò che seguì nelle giornate del vertice rappresenta il culmine della violenza brutale utilizzata come strumento di normalizzazione politica, altro che la tanto decantata odierna democrazia, contrapposta alle autarchie . L’assassinio di Carlo Giuliani in Piazza Alimonda fu il tragico preludio a una strategia repressiva pianificata, perseguita con dovizia e raggiunta scrupolosamente. Il PDS, già proiettato a diventare PD, ritirò la sua adesione alla manifestazione del 21 luglio e anzi invitò il popolo a desistere.  Ma il popolo non desistette, anzi era presente con forza e determinazione, il corteo pacifico di trecentomila persone fu investito da una quantità inaudita di gas lacrimogeni, oltre 6000 una cosa mai vista, , sparati ad altezza d’uomo contro una folla inerme e imbottigliata e pestata a sangue, con l’evidente obiettivo di disperdere la massa e scientificamente distruggere la visibilità politica della protesta.

Il culmine di quella che è stata correttamente definita una “notte sudamericana” si consumò alla scuola Diaz e, parallelamente, nella caserma di Bolzaneto, trasformata in un centro di detenzione illegale e di tortura, mentre gli ospedali cittadini diventavano luoghi di arresto e la rete del movimento tentava disperatamente di rintracciare centinaia di dispersi.

Della Diaz molto è stato scritto, ma il ricordo di quella notte mi conserva un dolore che non si cancella. Insieme ai compagni Giacomo Conti, Graziella Mascia e Ramon Mantovani, ci recammo sul posto esercitando le nostre prerogative di pubblici ufficiali, parlamentari e consiglieri regionali. Il nostro obiettivo era chiaro: entrare nell’edificio per interrompere la mattanza in corso. Fummo respinti con la forza brutale, spintonati e bloccati nell’atrio dai corpi speciali di polizia, in totale spregio delle guarentigie istituzionali e delle leggi dello Stato, che comunque anche noi si rappresentava. Le grida che giungevano dalle aule, ai piani superiori in quei minuti restano un’impronta indelebile, così come lo spettacolo devastante che si presentò ai nostri occhi una volta terminato il massacro di quella notte, quando riuscimmo finalmente a entrare. La forza bruta, la repressione da regime fascista, fu l’unico mezzo con cui il capitalismo globale riuscì ad avere ragione di chi manifestava a mani nude e con la sola forza delle idee. Quel movimento aveva ragione, e la brutalità della reazione ne fu la dimostrazione empirica.  Oggi, a 25 anni da quella repressione criminale, confesso che trovo profondo disagio nel sentire e vedere chi allora si defilò e oggi viene a fare passerelle politiche. 

L’errore strategico del 2006 e l’attualità dell’alternativa

Genova 2001 rappresentava la possibilità reale di un cambiamento radicale, una forza d’urto capace di stravolgere i canoni della politica tradizionale. Quell’esperienza politica, tuttavia, subì un arresto non solo per via repressiva, ma anche per un successivo ripiegamento interno.

Nel 2006, durante il Congresso di Venezia del Partito della Rifondazione Comunista, si consumò un errore strategico decisivo: la scelta di abbandonare la spinta propulsiva dei movimenti per rientrare nei ranghi del “politichese” e della governabilità all’interno della coalizione di centrosinistra. Quell’accordo di governo sacrificò l’autonomia del progetto alternativo in nome di una compatibilità istituzionale che si rivelò fallimentare. Da quel momento è iniziato un inesorabile declino elettorale e politico che non siamo più riusciti a interrompere.

Oggi, a distanza di anni, la necessità di rimettere in campo un’alternativa di sistema al neoliberismo è persino più urgente del 2001. Le crisi sociali, ambientali ed economiche e la guerra permanente  prodotte dal capitalismo contemporaneo ne confermano il carattere distruttivo. Eppure, il quadro politico attuale rischia di ripetere il medesimo errore del 2006, subalterno a logiche di alleanza minoritarie e prive di una reale visione di rottura e delle condizioni materiali sociali, inseguendo solo un pezzo del problema (ossia le destre al potere in Italia) e quasi ignorando le guerre in corso e il fascismo al potere in Europa.  Rompere questo circuito vizioso e restituire primato ai diritti e alla dignità umana contro l’ideologia del profitto resta l’unico compito storico degno di essere perseguito, se il 25esimo ha un senso politico è da qui che si deve ripartire. 


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