Si è tenuta a Firenze l’assemblea promossa da Antonella Bundu, già candidata a Presidente della regione Toscana per la lista “Toscana Rossa”, per dare continuità al lavoro di convergenza e di costruzione di uno spazio per l’alternativa. Un’assemblea molto partecipata con numerosi interventi di rappresentanti di associazioni, forze sociali e politiche. Di seguito riportiamo alcuni stralci dell’intervento iniziale di Antonella Bundu
Questo vuole essere un momento di confronto, un momento di ascolto, un momento che è stato richiesto nei mesi passati, anche subito dopo le elezioni regionali. Si è sentita l’esigenza — non solo da parte nostra, ma in tutte le regioni, non solo in Toscana — di riprendere un percorso di ascolto per rimettere al centro la giustizia sociale, che vediamo invece mancare sempre di più.
In tanti abbiamo sentito l’esigenza di provare insieme a cambiare questo bipolarismo forzato che abbiamo visto non solo nelle elezioni — parto da quelle toscane, ma vale ovunque — e che oggi, con le nuove proposte di legge, tenta di centralizzare qualsiasi forma di alternativa al populismo. Si cerca di tirare dentro al centrodestra e al centrosinistra italiano qualunque sfumatura, qualunque rappresentanza reale della società, per far rientrare tutto nella solita danza, in cui la minoranza governa come se fosse maggioranza. È un progetto che non nasce dal basso, ma che rinasce puntualmente in vista delle elezioni.
Noi non vogliamo che questa assemblea sia questo. Sentiamo, come è stato detto prima, che la vera maggioranza siamo noi: noi che spesso non andiamo più a votare, noi precarie e precari, sottopagate e sottopagati, isolate e isolati, trasformati in capri espiatori mentre il potere resta nelle mani di pochi. Dobbiamo riconoscere che ci sono pezzi di associazioni e pezzi di società che cercano davvero di cambiare i rapporti di forza, cercano di mettere insieme vertenze e bisogni reali, il benessere collettivo e non solo il benessere individuale.
Sappiamo cosa significa l’incognita del lavoro, della salute fisica e mentale, del non arrivare a fine mese. E sappiamo che chi dovrebbe rappresentarci spesso parla più per sé stesso che per gli altri. Mentre siamo qui oggi, stamattina siamo venuti a conoscenza di ciò che sta succedendo in Iran, del bombardamento che c’è stato: questo ci preoccupa ancora di più. Viviamo in un mondo in cui si punta il dito contro le persone più fragili, già sfruttate, e si costruisce un nemico per alimentare un’economia di guerra. A livello nazionale e internazionale ci viene chiesto di spendere sempre di più per i conflitti esterni, alimentando allo stesso tempo quelli interni.
Ricordiamo — e lo ricorderanno anche altri e altre compagne sul palco — che oggi pomeriggio, dalle 15:30, a Prato ci sarà un’assemblea per l’anniversario della deportazione di circa 150 operai nel 1944, a seguito di uno sciopero generale. Proprio per il 7 marzo è stata annunciata una marcia per la “riconquista” della remigrazione, una legge che somiglia sempre di più alle leggi razziali. Ieri eravamo a ricordare Spartaco Lavagnini, ucciso il 27 febbraio 1921: un sindacalista che lottava per i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Il fascismo non inizia con le grandi parate: inizia colpendo le organizzazioni, colpendo chi lavora.
A Firenze lo sappiamo bene: la tradizione delle società operaie di mutuo soccorso è lunga. L’SMS di Rifredi nasce alla fine dell’Ottocento, e nel 1921 — lo stesso anno in cui viene ucciso Spartaco Lavagnini — viene dato alle fiamme. Nel 1930 vengono tolti diritti e spazi agli operai, e proprio a partire da questo, nel 1938 arrivano le leggi razziali. Oggi si torna a parlare di “remigrazione”: ma l’immigrazione non ha nulla a che fare con i “grandi criminali” che si vuole dipingere. Qui si parla di deportare anche cittadine e cittadini italiani, di confinare chi non corrisponde all’idea di un’Italia “bianca e cristiana”, indipendentemente dalla religione reale delle persone.
Quando diciamo che stiamo andando verso il neofascismo, ci rispondono che vediamo fantasmi. Ma i fantasmi ci sono, eccome: basta guardare ciò che sta accadendo. Non dobbiamo avere paura di chiamare le cose con il loro nome. E non dobbiamo avere paura di dire che vogliamo una vita che sia bella, che sia dignitosa. Non possiamo accettare che le persone vengano espulse dai quartieri, dalle città, dalla società. E non possiamo accettare che si arrivi a togliere diritti perfino a cittadine e cittadini italiani.
L’ultimo rapporto Oxfam ci dice che il 5% più ricco possiede oltre il 70% della ricchezza nazionale. E vediamo come tutte le conquiste degli ultimi decenni — diritti sociali e civili — vengono erose senza che nessuno si indigni. Perché dovremmo vergognarci di dire che vogliamo lavorare meno e avere un salario dignitoso? Perché dovremmo vergognarci di dire che più di 70.000 persone ci hanno votato in Toscana e non abbiamo una rappresentanza in Consiglio regionale?
Lo facciamo notare e chi dicono che “non vogliamo stare alle regole”. Ma non sempre la legalità va di pari passo con la giustizia
Con questa assemblea vogliamo dare una risposta, ma soprattutto vogliamo ascoltare. Vogliamo ascoltare, coloro che, anche nel loro piccolo, portano avanti vertenze, chi prova a cambiare i rapporti di forza. Abbiamo invitato compagne e compagni che, con coraggio e con programmi concreti, riescono a cambiare le carte in tavola, a cambiare il modo in cui ci vediamo e il modo in cui pretendiamo di stare meglio, insieme.
Siamo qui per ascoltare, per riportare, per costruire. Siamo a Firenze, in Toscana, ma vogliamo raccogliere esperienze da tutta Italia. Sul palco saliranno associazioni, collettivi, sindacaliste e sindacalisti, soggetti politici e sociali che credono di poter contribuire. Ascolteremo, parteciperemo, e vedremo insieme come andare avanti.


