Come spiegava già Alfred Tennyson nel 1850, “le colline sono ombre che fluttuano da una forma all’altra, e nulla è immobile”. Ciò è tanto più vero in Italia, che è una delle aree tettonicamente più fragili e vulnerabili, a grave rischio ambientale, nel mondo. Il 94,5% dei comuni italiani è esposto a rischi idrogeologici (alluvioni 65%, frane e smottamenti 20%, erosioni, valanghe) e il 23% del territorio nazionale (69.500 km2) è esposto ad un rischio elevato di frane e smottamenti che, a seguito del cambiamento climatico è aumentato del 15% rispetto al 2021, e crescerà nei prossimi anni. Il rischio sismico è assai elevato (sia per frequenza che per intensità, spesso superiore all’ottavo grado della scala Mercalli), e interessa gran parte del territorio italiano, con circa 50 milioni di persone, in Friuli-Venezia Giulia, Emilia Romagna, Appennino centro-meridionale, Calabria e Sicilia orientale. Anche il rischio vulcanico è in Italia tra i più elevati al mondo, perché, assieme all’Islanda, presenta la maggior concentrazione di vulcani attivi in Europa, con eruzioni, flussi piroclastici e gas tossici, e con numerosi enormi vulcani subacquei nel Tirreno, fra cui il Marsili che, con i suoi 3000 metri dalla base, è il più alto d’Europa, esponendo l’Italia anche al rischio tsunami. Inoltre i Campi Flegrei sono la caldera di uno dei venti supervulcani mondiali (così definiti se nelle loro eruzioni emettono oltre 1000 km3 di materiale eruttivo, mille volte un vulcano normale), privi di cono montuoso, che sono responsabili di enormi eruzioni vulcaniche, che esplodono solo ogni decina di migliaia di anni, ma producono effetti enormemente devastanti sull’intero pianeta.
L’estrema fragilità dell’Italia deriva dalla sua storia tettonica, assai peculiare. La presenza di catene montuose, come l’orogenesi Alpino-Himalaiana, Appennino compreso, deriva dallo scontro di due placche convergenti, quella africana che sta spingendo verso nord ed è in subduzione al di sotto di quella eurasiatica, da cui è separata dalla Linea Insubrica, una faglia lungo la Valtellina, la cui area a nord è composta prevalentemente da materiali cristallini, mentre quella a sud da quelli sedimentari. Questo scontro, ancora in atto, fra le placche, provocherà la chiusura del grande oceano antico Tetide, di cui il Mediterraneo rappresenta il residuo odierno. L’area subacquea collisionale di subsidenza (avanfossa), che è un bacino depresso e deformato (con pieghe coricate e faglie inverse) ai piedi delle catene montuose, viene riempita dai detriti (molassa), provenienti dalla loro graduale erosione, e al suo esterno c’è un’area più stabile (bacino di avampaese), coperto da acque poco profonde, come la zolla adriatica (pianura padana, Adriatico e Puglia), una lunga propaggine della zolla africana che ha dato origine a Alpi meridionali, Prealpi e Appennini, formati dall’aggregazione d’una serie eterogenea di frammenti diversi di rocce sedimentarie grossolane (molasse, calcari, arenarie, argille, marne, flysch, conglomerati, gonfoliti, dolomie di antiche isole coralline, e frammenti di crosta oceanica), accavallando diverse unità tettoniche (Liguridi, unità di bacino), formando una struttura disomogenea molto sconnessa e friabile, facilmente erodibile. Nel Mediterraneo era presente un complesso mosaico di microplacche insulari (sia calcaree e vulcaniche, che quelle dolomitiche degli atolli corallini, con una copertura sedimentaria) e con una zolla arcaica sardo-corso-calabra, staccatasi dalla Provenza e giunta a ridosso degli Appennini. L’Arco calabro è stato poi separato dalla zolla sardo-corsa e spinto nell’attuale posizione da una frattura della crosta, che ha creato una zona vulcanica sottomarina estensionale (rift) e aperto un nuovo oceano, il Tirreno, molto profondo, caratterizzato da frequenti terremoti e costellato da giganteschi vulcani subacquei (Marsili, Magnaghi, Vavilov, Palinuro), per il ritorno in superficie delle rocce in subduzione, fuse nell’astenosfera, che con le loro ingenti eruzioni vulcaniche basaltiche ne determinano una progressiva espansione, che ha portato la Calabria nella sua posizione attuale e preme sull’Appennino, spingendolo verso la catena dinarica, producendo la chiusura dell’Adriatico. La piattaforma ionica va in subduzione sotto la Calabria, causando l’arco vulcanico dell’Etna e delle Eolie e la Sicilia è destinata a girare do 90 gradi per appoggiarsi verticalmente sulla costa calabrese. Tutto ciò viene realizzato attraverso una serie infinita di terremoti ed eruzioni vulcaniche. Dunque l’Italia occupa la non invidiabile posizione d’un ammasso caotico di frammenti molto friabili, al centro di complesse trasformazioni tettoniche che la spingono verso est e ciò determina intensi terremoti, frane, alluvioni ed eruzioni vulcaniche. Il cambiamento climatico ha aggravato la situazione, moltiplicando gli eventi meteorici più drammatici, con una frequenza e intensità crescente di tempeste e piogge torrenziali, che causano alluvioni e smottamenti, come in Romagna, Calabria, Sicilia e Toscana.
Tutti questi rischi di carattere naturale sono assai amplificati dall’azione umana, per un uso scellerato del territorio, anche a fini speculativi, operato dalle istituzioni, sia nazionali, che non hanno provveduto alla salvaguardia e manutenzione del territorio attraverso una necessaria programmazione degli interventi e degli investimenti, che da parte degli amministratori locali che, in una situazione di elevata vulnerabilità del patrimonio edilizio (oltre il 60% degli edifici è stato costruito prima del 1971 e molti sono monumenti assai antichi, difficili da metter in sicurezza) non hanno esitato a rilasciare licenze edilizie in luoghi ad alto rischio, con un disastro annunciato, dove le costruzioni erano assolutamente da evitare, come sulle pendici vulcaniche, sui conoidi di deiezione esposti ad alluvioni, valanghe e frane (Hotel Rigopiano 2017), le dighe costruite su terreni franosi (Gleno 1923 e Vajont 1963), l’alluvione di Firenze (1966), la canalizzazione dei fiumi ed anche la loro copertura, che li fa esplodere in caso di piogge torrenziali, sempre più frequenti per il cambiamento climatico.
La gigantesca frana di 4 chilometri che ha colpito Niscemi, in Sicilia, causando lo sfollamento di 1500 persone, deriva dal fatto che la città è situata su una formazione sabbiosa, che poggia su argille e marne, che assorbono e trattengono l’acqua, riducendo così del 70% la compattezza del terreno, favorendo il suo scivolamento progressivo a valle, perché, l’acqua agisce sull’argilla come un lubrificante che riduce la coesione, facilitandone lo scivolamento e lo sbriciolamento. La situazione, già precaria da molti anni, è collassata a seguito delle imponenti precipitazioni connesse al mutamento climatico. Già nl 1790 s’era presentata una situazione analoga, ripetutasi nel 1997, quando erano state stanziati dei finanziamenti per opere di risanamento che non sono però mai state effettuate, mentre la stazione pluviometrica, che dovrebbe allertare il pericolo, è fuori uso da tempo, nonostante l’altissima probabilità che la frana si ripetesse. Il rimedio per evitare tale situazione era quello di creare canali profondi di drenaggio dell’acqua che non sono mai stati realizzati.
Riccardo Ferraro, consigliere della Sigea (Società italiana di geologia ambientale), “i terreni sabbiosi, come quelli di Niscemi, hanno un angolo di resistenza al taglio di 35 gradi, ma attualmente la parete presenta un angolo di 85 gradi e questo significa che la frana è destinata ad avanzare, compromettendo le costruzioni, fino a trovare un equilibrio, perché l’angolo della parete non può resistere all’attuale inclinazione”.
Un territorio fragile come quello italiano ha subito, negli ultimi 50 anni, danni per oltre 235 miliardi di euro (il cui costo se fosse stato speso bene, avrebbe messo l’Italia in sicurezza) e che ha visto negli ultimi anni degli interventi di emergenza, dopo i disastri, per 3,3 miliardi annui (triplicati dal 2010) di cui 48% per alluvioni e 35% per frane. L’intero territorio italiano deve essere messo in sicurezza contro il dissesto idrogeologico, per evitare danni crescenti, e ciò richiede, secondo il Consiglio Nazionale degli Ingegneri (CNI), un investimento stimato di oltre 26,58 miliardi di euro, in costante crescita, per effettuare oltre 7.800 interventi di mitigazione del rischio, basandosi sulle richieste registrate nella piattaforma RENDIS di ISPRA. Negli ultimi 20 anni sono stati spesi circa 7 miliardi per la prevenzione, ma il rapporto tra fondi per le emergenze e prevenzione resta sbilanciato (10 a 1). Il PNRR ha destinato circa 1,53-2,5 miliardi di euro per contrastare il dissesto idrogeologico. Il piano ProteggItalia, varato nel 2019, prevedeva l’impiego di 14,3 miliardi, comunque del tutto insufficienti, per affrontare la prevenzione, ma la Corte dei Conti, nella sua delibera n. 12/2025/CCC del 4 aprile 2025, ha rilevato una nutrita serie di criticità che ne invalidano l’attuazione. Il dubbio è che si andrà avanti a tappare le falle, con costi crescenti, senza affrontare in modo programmato la soluzione del problema. Già nel 1344 Petrarca scriveva “Italia mia, benché ’l parlar sia indarno a le piaghe mortali che nel bel corpo tuo sì spesse veggio”, e Dante aggiungeva sull’Italia “di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta”, ma sembrano parole scritti oggi.
Occorre battersi con forza per un progetto di messa in sicurezza del territorio, con un adeguato piano di lungo periodo di programmazione degli investimenti ed i relativi ingenti finanziamenti necessari, costruendo su questo tema vaste alleanze, per dare una svolta decisa all’attuale situazione di speculazioni edilizie, indifferenza ed ignavia, perché si tratta d’un compito prioritario per la salvaguardia del nostro Paese e dei suoi abitanti, per dare una speranza di futuro alla nuove generazioni.
Leggi anche:
Niscemi: oltre il dramma la beffa della frana risanata in pochi anni nella base Muos –
Dopo il ciclone Harry: frana di Niscemi e coste distrutte. Militarizzazione e gentrificazione, due facce della stessa logica estrattiva –