I fondi europei nati per ridurre i divari territoriali stanno progressivamente confluendo nel bilancio della difesa, mentre le risorse destinate a occupazione, coesione e sviluppo vengono dirottate verso usi militari. La Sicilia rappresenta oggi l’esempio più grave e arretrato di questa trasformazione.
Nella revisione intermedia della programmazione 2021-2027, gestita dal commissario europeo Raffaele Fitto, l’Italia ha deciso di riprogrammare oltre 7 miliardi di euro di fondi di coesione. Di questi, 248 milioni vengono riallocati alla difesa, facendo rientrare ufficialmente il settore militare, senza più ambiguità, nel perimetro della politica di coesione. Si tratta di un fatto gravissimo e foriero di conseguenze pericolose.
In questo quadro, la Sicilia spicca come la regione che più di tutte si è piegata ai diktat europei, destinando alla difesa circa 200 milioni di euro, la cifra più alta a livello nazionale. Sono risorse provenienti da strumenti come FESR e FSE+, pilastri della politica europea pensata per sostenere sviluppo economico, occupazione e infrastrutture nei territori più fragili. Non ce ne eravamo accorti, ma il governo guidato da Renato Schifani, avendo evidentemente risolto il problema del lavoro, delle disuguaglianze, delle frane e del ciclone Harry, può ora permettersi il lusso di sperperare 200 milioni di euro nella guerra.
La narrazione ufficiale parla di flessibilità e capacità di adattamento alle nuove sfide geopolitiche, una formula utilizzata a Bruxelles per giustificare una riallocazione che coinvolge l’intera Unione europea, dove complessivamente decine di miliardi sono stati riorientati anche verso la difesa. Dietro questa etichetta, però, si consuma una torsione profonda: strumenti nati per ridurre le disuguaglianze territoriali vengono progressivamente orientati verso priorità militari, segnando uno slittamento politico che ridefinisce il significato stesso della coesione europea. È una deriva lontana dalla lezione dei padri fondatori e di Altiero Spinelli, che immaginavano un’Europa federale promotrice di pace, libertà ed eguaglianza tra i popoli, aperta a relazioni solidali con i Paesi dell’Europa orientale e del Mediterraneo.
Formalmente le regioni partecipano ai processi decisionali, ma nei fatti la direzione viene tracciata a livello europeo e recepita dal governo nazionale, lasciando agli esecutivi locali margini ridotti. Il governo Schifani, tuttavia, non si limita ad adeguarsi: si colloca in prima linea in questa riconversione, trasformando la Sicilia in una sorta di colonia che, invece di tutelare gli interessi dei propri cittadini, utilizza risorse europee per le armi ed espone il territorio a potenziali ritorsioni di natura militare.
La contraddizione è evidente e difficilmente eludibile. La politica di coesione nasce per sostenere le aree più deboli, come il Mezzogiorno, colmando ritardi strutturali nei servizi, nella gestione del territorio e nelle opportunità economiche, e proprio queste aree diventano il bacino da cui attingere per finanziare priorità che nulla hanno a che vedere con la missione originaria.
In Sicilia, dove persistono criticità croniche legate alla disoccupazione, alla qualità dei servizi pubblici e alla coesione sociale, la scelta di destinare centinaia di milioni alla difesa assume un significato che va ben oltre il dato contabile e rivela una piena subalternità culturale e politica della classe dirigente.
In questo scenario, la Sicilia diventa un laboratorio avanzato di una nuova Unione europea non solo ultraliberista, ma sempre più orientata verso una logica guerrafondaia.