Oggi governo, partiti vari, grande stampa tornano a scatenarsi contro il movimento No TAV. Relativamente ai fatti di questi giorni riproponiamo l’intervista che Nicoletta Dosio ha rilasciato a “Il Fatto Quotidiano”.
“Questo movimento vive da trent’anni, cresce come una grande famiglia. Non si è mai fermato”. Nicoletta Dosio è una delle figure simbolo della lotta contro la Torino-Lione. Insegnante in pensione, è attiva fin dagli inizi della mobilitazione in Val di Susa negli anni Novanta, un punto di riferimento per molte generazioni di attivisti.
I No Tav stanno cambiando pelle?
Non è così, ma vediamo aggiungersi tantissimi giovani, noi che giovani ormai non siamo più. I tempi che stiamo vivendo hanno portato nuovi bisogni e una nuova consapevolezza. La Tav non è solo un treno: è la lotta contro un sistema. La speranza di un mondo diverso è viva, sentiamo che si respira un’aria nuova.
La lotta contro la Torino Lione è ancora il cuore del movimento o un pretesto per altre battaglie?
La questione del Tav è centrale, esattamente come le altre. Abbiamo sempre parlato di Palestina o di economia di guerra, sono facce diverse della stessa realtà. E abbiamo sempre pensato che, per contribuire a cambiare il mondo, bisogna partire dal proprio territorio.
La grande opera accumula ritardi siderali, incolmabili.
I cantieri però continuano a devastare la valle. Chiomonte era un posto magnifico: c’erano le vigne, i campi di patate, le pinete. Oggi ci sono cemento, macchinari e polizia. Il torrente Clarea è stato ingabbiato. I boschi stanno cadendo in rovina. L’acqua che esce dai loro tunnel è il sangue che sgorga dalle vene della montagna. Questa è la devastazione che vediamo ogni giorno.
La Val di Susa è militarizzata. Voi sostenete di essere stati la cavia dell’approccio securitario che ora viene esteso ovunque.
Da noi è stato applicato il diritto penale del nemico prima ancora che diventasse legge. Le zone rosse, i decreti sicurezza, l’innalzamento delle reti: molte cose le abbiamo viste sperimentare qui. Io stessa sono andata a tagliare quelle reti e lo rivendicherò sempre. Ci sono costate processi e carcere. Ma non siamo un popolo di schiavi: i No Tav rivendicano quello che succede.
Anche gli scontri con la polizia. Molti italiani vedono i mezzi incendiati e i lanci di pietre e non sanno altro. Considera legittima ed efficiente questa forma di conflitto?
Non solo è legittima: è il modo per continuare a dire che esistiamo. Mi viene in mente Renzo davanti a don Abbondio. Quando lo prende per il bavero, don Abbondio gli dice: “Sei violento”. Ma la violenza stava dall’altra parte, da chi si piegava ai potenti contro i diritti degli umili. Noi non siamo crudeli, ovviamente non vogliamo il sangue di nessuno: né dei poliziotti, né il nostro. Reagiamo alla devastazione che ci viene inflitta. Un popolo che si difende è un popolo che spera ancora di potersi liberare.
Dopo trent’anni di lotta, c’è qualcosa che fareste diversamente nel rapporto con l’opinione pubblica e la politica?
Il nostro è un movimento che cresce nella realtà. Non siamo partiti come un esercito di soldatini tutti schierati. Siamo cresciuti nella lotta, giorno dopo giorno. Vedere tanti giovani nuovi è bello. E poi vedere questi boschi che ancora esistono, sapere che nel 2005 siamo riusciti a impedire che anche Venaus diventasse un cantiere, sentire gli animali, guardare il cielo… questa è la felicità di cui parliamo. Lottiamo per una forma di felicità minima: vivere in pace. La felicità non è la grande ricchezza: è non sentirsi soli, non vivere in competizione gli uni con gli altri, poter guardare con serenità al futuro.